Il sacrificio di sé come preparazione del sacerdote alla Divina liturgia

La preghiera liturgica è sempre supportata da una vita interiore nutrita da un’intima e personale preghiera. Per questo il sacerdote, la sera che precede la divina liturgia, prega purificando il suo cuore da sentimenti che lo allontanano dall’amore, digiuna dal cibo e soprattutto dai pensieri cattivi sull’esempio di Gesù stesso che ha fissato un tempo per restare solo in preghiera con il suo Padre celeste. Il sacerdote deve domandare con zelo a Dio di suscitare in lui le virtù proprie del suo stato. Mortificare in se stesso tutti i vizi per essere riempito dallo Spirito Santo e prepararsi a camminare nella vita nuova.

Il sacerdote prima di offrire il sacrificio eucaristico deve sacrificare se stesso distaccandosi dalle cose del mondo, mettendo a morte le passioni terrene, ovvero convertendosi , perché la via del sacrificio è la via della conversione. Il suo sacrificio spirituale potrà portare frutto nella sua vita e nel ministero solo perché è unito al sacrificio di Cristo: “Nessuno è degno del grande Dio, che è ad un tempo vittima e grande sacerdote, se non ha immolato se stesso già da prima come ostia vivente e santa”. Questa immolazione purifica il corpo e l’anima del celebrante, solo così il Signore gradisce il sacrificio donato da mani pure e da “una mente elevata e purificata “.

Se il sacerdote non si accosta ai santi e divini misteri senza aver prima sacrificato se stesso, non si avvicina alla Luce vera ma ha un fuoco che lo brucia completamente, così come insegna il beato Teognosto: “Se sei stato fatto degno del sacerdozio divino e venerabile, prima devi immolare te stesso con la morte delle passioni e dei piaceri, e poi potrai osare di toccare il vivificante tremendo sacrificio, se non vuoi, come legna facile incendiarsi, essere arso dal fuoco divino”. Ed esorta in questo modo il celebrante: “Versando prima fiumi di lacrime per diventare bianco più della neve, e con la coscienza resa bianca in questo modo della purificazione, tocca, allora, da santo, le cose sante”, “Perché santi devono essere coloro che sono ministri del Dio santissimo”.

Al mattino, in chiesa, il sacerdote domanda la forza da Dio per avvicinarsi al santo altare e per poter dire liberamente al Signore: “Pronto è il mio cuore, o Dio, pronto il mio cuore, canterò e salmeggerò nella mia gloria” (Sal 107,2) e al momento della celebrazione, consapevole di partecipare all’opera di Cristo, esce con il diacono dal santuario e dopo aver fatto l’inchino davanti al seggio episcopale, si pongono davanti alla porta bella e fanno tre metanoie, dicendo ognuno, tra sé: “Dio, sii propizio a me peccatore ed abbi pietà di me!”.