Kairòs, “prendere tempo” per prepararsi ad accogliere il Signore della storia

Predisposto nello spirito nel corpo, il sacerdote aspetta che giunga il momento fissato della celebrazione della divina liturgia e insieme al diacono “prendono tempo”.

“Tempo” (kairòs) è chiamato un breve rito (o akolouthìa), svolto di fronte alle porte regali. Questo rituale annuncia l’inizio della divina liturgia e ci rammenta che “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino” (Mc 1,15). In questo modo ci si dispone per ricevere il Cristo re della gloria e a prendere parte al banchetto del suo Regno.

L’evento dell’incarnazione del Verbo di Dio, segna una divisione del tempo dandone un senso nuovo: Colui che è senza inizio e che oltrepassa il tempo, entra nella storia e il tempo accoglie l’Atemporale e prende un nuovo corso. Il Dio prima di tutti i secoli diventa uomo e l’Antico dei giorni (cf. Dan 7,9) viene nel mondo e fa nuove tutte le cose nella Vergine Madre di Dio, luogo in cui la natura e tempo sono rinnovati. Vita nuova, Regno nuovo e tempo nuovo: “Quando il primo censimento… segnò il momento della tua venuta sulla terra…, si inaugurava il tuo regno eterno e senza principio” (Orthros di Natale).

Nell’intimo del tempo rinnovato noi credenti viviamo il momento nuovo: la vittoria dell’Amore di Dio sul tempo e sulla morte: “Festeggiamo la morte della morte…, la primizia di un’altra vita, eterna, e cantiamo tripudiante colui che ne è la causa” (Apolytìkion del 2 luglio).

Successivamente alla resurrezione di Cristo, al posto della morte regna la vita e nel profondo del tempo regna la vita eterna. Questo trionfo di Cristo è da noi celebrata con la divina liturgia, dal momento che essa è una Pasqua incessante. Per questa ragione il giorno per eminenza della celebrazione del mistero eucaristico è la domenica, giorno della Resurrezione di Gesù, giorno che esprime il superamento del tempo, perché è il primo giorno della creazione e nello stesso tempo l’ottavo giorno del Regno dei cieli: “il giorno senza sera, senza successione e senza fine”; il giorno “che non ha principio né fine, che non dovrà arrivare in futuro perché adesso non ci sarebbe, ma c’era prima dei secoli, c’è adesso e ci sarà sempre”.

Intorno all’altare della vita “inauguriamo il giorno della salvezza”[5]. Il giorno della divina liturgia è l’ottavo giorno, il giorno dell’era futura, dell’eternità, che nella sua completa dimensione contiene un solo giorno e sopraggiunge quando finisce “questo tempo labile transitorio”.

Il giorno della divina liturgia è il giorno del Regno che “viene ed è ora” (Gv 4,23), giacché nella celebrazione della divina liturgia viviamo il passato e benediciamo il futuro che fin da ora c’è stato donato il regno avvenire.

San Massimo il Confessore scrive che, come i profeti furono precursori della venuta di Cristo nella carne con la loro la predicazione e condussero le anime a lui, allo stesso modo anche Cristo, con l’incarnazione ,”è divenuto precursore della sua gloriosa venuta e spirituale ed educa le anime, con le sue parole, ad accogliere la sua manifesta venuta divina, che gli sempre effettua facendo passare dalla carne allo spirito, mediante la virtù, quelli che ne sono degni, e che effettuerà alla fine di questo secolo, svelando manifestamente le cose finora ineffabile per tutti”.

Nella Divina liturgia colui che è e che era ci manifesta colui che viene (Ap 4,8), per il fatto che la divina liturgia è il momento per sperimentare l’inesprimibile evento “del sempre essere-bene degli esseri” in unione al vero supremo Essere, Gesù Cristo.

La divina liturgia è la riunione di tutti i figli di Dio che si riuniscono in unità, nel luogo dove cielo e terra, passato e futuro si uniscono, dove ogni realtà si raccoglie in unità e, dopo aver accolto la vera Luce che illumina ogni uomo, si diffonde “non solo in tutta l’ecumene, ma anche in tutti i secoli”.