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Visita pastorale di Mons. Nunnari alla Parrocchia SS. Salvatore di Cosenza

               di Papàs Pietro Lanza
                 
              Sabato 20 novembre, nel programma delle Visite pastorali dell’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, Mons. Salvatore Nunnari ha visitato la Parrocchia bizantina di Cosenza SS. Salvatore, di cui è parroco il Papas Pietro Lanza.
Mons. Nunnari ha presieduto la celebrazione del Vespro con Artoclasia per la celebrazione della Festa dell’Ingresso di Maria Santissima al Tempio
 
           Discorso del Papàs Pietro Lanza in occasione della Visita Pastorale di S. E. Rev.ma Padre Salvatore Nunnari, Arcivescovo dell’Arcidiocesi Metropolitana di Cosenza – Bisignano e Amministratore Apostolico dell’Eparchia di Lungro
 
 
 
Eccellenza Reverendissima, Padre Arcivescovo Salvatore,
 
questo è un giorno storico per la nostra Parrocchia e per il Seminario Maggiore Eparchiale di Lungro e il nostro cuore è ricolmo di gioia e di contentezza per la Sua presenza in mezzo a noi, nella Sua duplice dignità ecclesiale di Arcivescovo Metropolita della Chiesa di Cosenza – Bisignano e di Amministratore Apostolico della piccola e giovane Eparchia di Lungro.
 
Gloria a Dio per questo evento.
 
Caro Padre Arcivescovo, i fedeli arbëreshë sono consci dell’importante lavoro che Lei sta svolgendo, con pazienza, benevolenza e tanto sacrificio, al fine di preparare il terreno per l’avvento del IV Santo Vescovo della Chiesa di Lungro.
 
Posso assicurarLe che quotidianamente, in ogni ufficiatura liturgica, in tutte le Parrocchie dell’Eparchia, si prega affettuosamente per Lei e in comunione con Lei si procede annunciando la Buona Notizia e testimoniando la Misericordia del Padre Celeste.
 
La Parrocchia di Cosenza, in questo senso, ha precorso i tempi, infatti, come Lei ben sa, noi siamo stati i primi a pregare il Signore iper tu theofilestàtu Archiepiskòpu Sotìros e continuiamo costantemente a farlo perché il Misericordioso Iddio la tenga in buona salute e possa servirsi di Lei a lungo perché sempre maggiore possa essere la gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in questa nostra terra di Calabria.
 
Siamo stati i primi anche a godere della Sua Paterna ed accogliente benevolenza.
 
In questa antica e libera Città di Cosenza, sede della Sua Cattedra Episcopale, la nostra Comunità arbëreshe si riunisce nella vetusta e significativa chiesa appartenuta alla congrega dei sarti, situata in prossimità del punto d’incontro dei due fiumi che attraversano la città dei bruzi, le acque del Crati e del Busento diventano un’acqua sola.
 
Pare quasi che vogliano dire e che si possa pensare alle due grandi tradizioni liturgiche, teologiche e spirituali della Chiesa, quella latina e quella bizantina, che si uniscono, che si devono unire, nello spazio e nel cammino storico, nella lode e nella testimonianza che Iddio Misericordioso, con l’Incarnazione del Figlio suo Unigenito, ha riportato all’unità le cose che il peccato aveva diviso, e che i seguaci del Cristo, morto e risorto, si riconoscono solo e soltanto da come si amano nelle situazioni concrete di questo mondo.
 
Il cielo è sceso sulla terra e noi, da allora, non siamo più soggetti al potere delle tenebre e siamo chiamati come cittadini del cielo, ad una vita attiva, libera, consapevole, responsabile, e possiamo e dobbiamo adoperarci, con tutto il cuore e con tutta la mente, perché questa terra diventi come la vuole Colui che l’ha creata e l’ha messa nelle nostre mani, il Regno d’amore, di Dio, nostro Padre, Padre di tutti i popoli della terra. Al Quale noi apparteniamo in tutto e per tutto.
 
La nostra Chiesa del Santissimo Salvatore, è segno tangibile di questo amore cristiano e della benevolenza della Chiesa Cosentina e dei suoi Venerabili Pastori verso la nostra Comunità Ecclesiale. Il tempio risale al 1565 e all’allora Arcivescovo di Cosenza Tommaso Telesio, fratello del più noto Bernardino.
 
È stato ufficialmente assegnato alla nostra Comunità nel 1978, costituita canonicamente come parrocchia personale, con zelo apostolico e lungimiranza profetica, dall’allora Vescovo di Lungro, S.E. Giovanni Stamati, grazie alla benevolenza di S.E. Mons. Enea Selis, Arcivescovo della Chiesa di Cosenza.
 
A partire da quella data, la Chiesa è stata adattata alle esigenze del Rito Bizantino e di conseguenza si è arricchita di un consistente patrimonio iconografico. Sull’Iconostasi troneggiano sette stupende e significative Icone, realizzate dall’iconografo greco Demetrio Soukaràs di Salonicco, donate dal Metropolita Ortodosso Panteleimon Karinokolas di Corinto il 4 settembre 1983 ‘ai fratelli che sono in Calabria’. Ad esse si sono aggiunte altre pregevoli opere realizzate dagli iconografi Josif Droboniku (Albania), Attilio Vaccaro (Lungro – docente Unical) , Mirella Mujà (Gerace), Maria Mazzotta (Iconografa Casa del Gelso Rende), Luigi Manes (Lungro), Rita Mantuano (Iconografa Casa del Gelso Rende), Ovidio Leuce (Romania) e Rita Chiurco (San Demetrio Corone). Le ultime due tavole, l’ingresso di Gesù a Gerusalemme e l’Anastasis, scritte dalla mano indegna dell’iconografa Rita Chiurco, arbëreshe di San Demetrio Corone, le abbiamo commissionate e sistemate in previsione della Sua Visita Pastorale e della Sua benevola benedizione delle opere e della esecutrice.
 
Gli italo albanesi, di rito bizantino, pregano in lingua greca e in lingua arbresh, nel cuore e negli affetti della Città di Cosenza e della Santa Chiesa Metropolitana di Cosenza – Bisignano, di rito latino, e del suo Venerabile Pastore, e, mentre rendono testimonianza dell’accoglienza ricevuta, lanciano un messaggio di pace, di reciprocità e invitano ad emulare questa loro piena integrazione nel tessuto locale custodendo parimenti e pienamente tutto il tesoro dei padri.
 
Gli Arbëreshë, pur essendo cittadini italiani a tutti gli effetti, non hanno rinnegato le loro origini e le avite tradizioni che continuano gelosamente a salvaguardare, rendendo così più preziosa e bella la nostra amata terra calabrese e, in modo particolare, la provincia e la città di Cosenza.
 
Gli arbëreshë in Calabria stigmatizzano il miracolo della piena integrazione nel contesto locale dei discendenti dei profughi albanesi dei secoli XV-XVI.
 
Nella città di Cosenza sono oltre 5.000 le persone che parlano l’arbëreshë. Esse provengono dai 30 paesi di origine Arbëreshë ubicati nel territorio provinciale. In 20 di questi paesi (Acquaformosa, Lungro, Firmo, San Basile, Frascineto, Ejanina, Civita, Plataci, Castroregio, Farneta, Cantinella, Santa Sofia d’Epiro, San Demetrio Corone, Macchia Albanese, Sofferetti, San Cosmo Albanese, Vaccarizzo Albanese, San Giorgio Albanese, San Benedetto Ullano, Marri, Falconara Albanese).
 
In questi Paesi una popolazione complessiva di circa 40.000 persone, insieme alla lingua arbëreshe, usata nelle vicende del quotidiano, usa la lingua greca per cantare le lodi all’Eterno e Misericordioso Dio.
 
Gli Arbëreshë (italo-albanesi)  sono i discendenti di quei profughi che nei secoli XV ‘ XVI, dopo la sconfitta di Costantinopoli del 1453 e la morte di Giorgio Castriota Skanderbeg nel 1468, lasciarono la madre patria per salvare la fede cristiana e per restare vivi e liberi dopo avere per ben 23 anni fermato l’avanzata dei turchi verso l’Europa cristiana impedendo ai medesimi di islamizzarla e di mettere il turbante in testa al Papa e la mezza luna sulla cupola di San Pietro.
 
Guidati da un disegno provvidenziale, trovarono riparo presso conventi e monasteri ubicati nei territori del Regno di Napoli, dove essi, che provenivano da territori soggetti alla Chiesa Ortodossa, vennero benevolmente accolti come fratelli nella medesima fede cristiana.
 
Difatti giunsero in Italia dopo il Concilio di Firenze del 1439. A quel Concilio parteciparono tutti i rappresentanti delle Chiese d’Oriente e di Occidente, che alla fine dei lavori firmarono un documento formale d’intesa, sancendo l’unione tra le due Chiese. In seguito la Chiesa d’Oriente ripudiò ufficialmente il Concilio di Firenze soltanto nel 1484 in un sinodo riunito a Costantinopoli. Tra il 1439 ed il 1484, dunque, almeno ufficialmente, la Chiesa d’Occidente e quella d’Oriente erano tornate all’unità, appartenevano all’unica Chiesa indivisa. A questa Chiesa a pieno titolo può ascriversi la Chiesa Cattolica-greco-bizantina degli albanesi d’Italia.
 
I profughi albanesi, in quell’esodo forzato portarono con loro l’intero patrimonio di un popolo: i ricordi, la lingua e la fede in Cristo. Questo è il tesoro custodito e vissuto nell’ambito dei paesi arbëreshë, riuniti nella Eparchia o Diocesi di Lungro, un vero lembo della Chiesa d’Oriente, dalla quale mai si è staccata, nel cuore della Chiesa d’Occidente, nella quale è pienamente integrata.
 
Probabilmente i nostri antenati ebbero anche traversìe simili a quelle degli immigrati dei nostri giorni. Si ricordi il detto lupo e ghego. Di lupi in giro ormai ce ne sono pochi non altrettanto si può dire di noi arbresh, cittadini europei nella grande terra di Calabria.
 
Questo il passato. E il nostro futuro?
 
La storia ci dimostra che Dio non ha mai abbandonato il nostro popolo e che lo ha protetto e difeso in modo particolare attraverso Papi e Vescovi e il Santo Papa Paolo VI, nel maggio del 1968, in Piazza San Pietro rivolgendosi alle migliaia di arbereshe convenuti per il V centenario della morte di Giorgio Castriota Skanderbeg, ebbe a dire loro: ”figli carissimi, a fronte di molteplici oppressioni e sofferenze subite’ si nota nella vostra storia una particolare protezione divina e quasi l’affidamento di una missione di precursori del moderno ecumenismo”.
 
Il futuro Dio continuerà a scriverlo con le nostre mani. Come effettivamente sta già avvenendo.
 
Tutti, nelle difficoltà del nostro tempo, come di ogni tempo, continuiamo il cammino in avanti, guardando in alto, verso Colui che non ci ha mai abbandonato e che ha guidato la nostra gente quasi come un novello Israele, ad attraversare il mare e a salvarsi affinchè dalla bocca e dalla vita dei nostri avi potesse avvenire ciò che nella madre patria era proibito brutalmente.
 
In Albania, i tiranni musulmani, per 500 anni, impedirono e proibirono ogni attività in lingua albanese, anche la lode a Dio in questa antica lingua.
 
E dopo di loro, nel 1967, il colpo di coda del regime dittatoriale, la dichiarazione costituzionale dell’Albania come primo stato ateo del mondo.
 
Ma da questa terra martoriata per la sofferenza più grande di cui si può soffrire, la proibizione di Dio, sbocciarono due dei fiori più belli del XX secolo.
 
Colui che insieme al Santo Papa Paolo VI, stracciò il chirografo della scomunica del 1054, il Santo Patriarca Atenagora del trono ecumenico di Costantinopoli e Agnese Gonxha meglio conosciuta come Madre Teresa di Calcutta. Entrambi di lingua e di cultura albanese.
 
Per 5 secoli la preghiera nella lingua di questo popolo in cattività nella sua terra si è alzata verso Dio dai paesi liberi in terra di Calabria e di Sicilia.
 
Ma anche in Albania caddero i simulacri della tirannia e forse anche grazie alla fiammella che Dio aveva tenuto accesa nel Meridione d’Italia.
 
Padre Reverendissimo, le caratteristiche bizantine della Eparchia di Lungro, inserita nel contesto della Chiesa latina, in Calabria e in Italia, e della nostra Parrocchia nella Città di Cosenza, rendono queste comunità un segno vivente della comunione ecclesiale dei primi secoli dell’era cristiana, quando greci e latini vivevano in comunione, nella diversità dei riti e delle culture, e lodavano ciascuno nella propria lingua e secondo le proprie tradizioni l’unico e solo Dio.
 
Come autisti responsabili dobbiamo procedere guardando avanti con attenzione e responsabilità e, utilizzando proficuamente gli specchietti retrovisori in dotazione ad ogni autovettura, dobbiamo anche costantemente guardare indietro, senza fermarci nel cammino in avanti e verso l’alto.
 
Oggi e in futuro i paesi della Diocesi, così come già la Parrocchia del Santissimo Salvatore di Cosenza, possono diventare palestre di incontro per scambi fraterni tra cristiani ortodossi e cristiani cattolici al fine di favorire la conoscenza reciproca, per gioire delle ricchezze altrui nel modo di lodare Dio e per sveltire a cuor di popolo la riunificazione delle Chiese cristiane.
 
I fratelli cristiani ortodossi ‘bizantini’, visitando questi paesi e le loro Chiese, potranno rendersi conto che i profughi albanesi, scappati dall’Albania hanno mantenuto intatta la fede cristiana ricevuta dai loro genitori insieme al patrimonio ecclesiale di tradizione bizantina che si esprime attraverso la lingua greca, grazie alla benevolenza della sorella Chiesa Cattolica di rito romano, che li ha sempre protetti e ancora continua a seguirli amorevolmente invitandoli a mantenere integre le tradizioni dei padri e a recuperare addirittura quanto si fosse perso.
 
I fratelli cristiani cattolici ‘latini’, visitando gli stessi paesi, a due passi dalla Città di Cosenza, non crederanno ai loro occhi, perché troveranno la stessa loro fede cristiana espressa in un’altra lingua, manifestata con simboli carichi di significato e di storia e i loro cuori trasaliranno di gioia di fronte alla bellezza delle chiese, dove gli stessi sensi sono invitati a glorificare il Misericordioso Padre celeste. Faranno fatica a credere che sono con i piedi sulla benedetta terra calabrese.
 
E in ciò altro non si persegue che la realizzazione del precetto del Salvatore: ‘che siano una sola cosa’. Come sta anche impresso sullo stemma dell’Eparchia di Lungro.
 
Padre Carissimo, dai Vangeli conosciamo la reazione di Gesù alla vista del fico senza frutti.
 
Ebbene, a maggior gloria di Dio, la nostra Chiesa continua a fruttificare e a fruttificare bene: Diaconi, seminaristi, iconografi, scrittori, poeti, ‘la gente che vive nei paesi continua a sposarsi, a battezzare a lavorare la terra, i nostri anziani sono vivi ‘e tutti, ognuno a modo proprio, si uniscono al coro di lode, che dalla terra si eleva al cielo, e canta la gloria di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo al Quale va ogni onore, gloria e adorazione per tutti i secoli dei secoli. Amìn.
 
20 novembre 2010