EPARCHIA DI LUNGRO DEGLI ITALO-ALBANESI DELL’ITALIA CONTINENTALE
Mistagogia della vita Cristiana
L’Anno Liturgico Bizantino
L U N G R O 2019
COMMEMORAZIONE DI TUTTI I DEFUNTI
O solo Creatore, che con profonda sapienza e amore governi l’universo, e a tutte le creature dai quel che a ciascuna conviene, concedi, o Signore, riposo alle anime dei tuoi servi, poiché essi in te, Creatore e Dio nostro, hanno riposto la loro speranza (tropario dei defunti).
Assieme ai tuoi Santi, fa’ che riposino, o Cristo, le anime dei tuoi servi là, dove non vi è affanno, né dolore, né gemito, ma vita eterna (kontàkion dei defunti).
Il giovane: Quando si commemorano i defunti nell’anno liturgico bizantino?
Il sacerdote: Nella Chiesa bizantina, i defunti non sono commemorati in un giorno fisso dell’anno, ma si ricordano in due specifiche ricorrenze: il sabato precedente la domenica di Carnevale, in cui, nelle nostre comunità, se ne fa memoria con particolare raccoglimento, e la vigilia di Pentecoste. Questi due giorni sono denominati “Sabato delle anime” (Psychosàbbaton).
La Chiesa ci invita così, ad una commemorazione universale “di tutti quelli che si sono addormentati nella speranza della resurrezione e della vita eterna”.
Il giovane: Perché i defunti vengono ricordati in prossimità della Pentecoste e della Quaresima?
Il sacerdote: Con la sua resurrezione, il Signore ha sconfitto la morte, salvando l’umanità riscattata dal peccato e dalle tenebre eterne. Di questo dobbiamo rendere grazie al Padre che ci dona il Figlio risorto nello Spirito Santo, vivificando anche i nostri corpi mortali. Così, il Padre, per grazia e per amore, riserva la stessa sorte del Figlio glorioso a tutti gli altri suoi figli, tramite la potenza dello Spirito Santo, che ci permette di restare in comunione di fede, speranza e carità con tutti coloro che ci hanno preceduto nel Regno dei cieli. E la pericope evangelica del giorno (Gv 5, 24-30) ci richiama all’ascolto della Parola e alla fede, per non essere sottoposti a giudizio e passare dalla morte alla vita.
In prossimità della Quaresima, e quindi del digiuno e della penitenza, la Chiesa ci esorta alla compunzione, alla consapevolezza del nostro limite ed alla contemplazione della morte, che ci spinge a volgere lo sguardo a quel “Dio degli spiriti e di ogni carne”, il quale ci dona la vita eterna. Anche il brano evangelico odierno (Lc 21, 8-9. 25-27. 33-36), mentre ci invita ad una costante vigilanza, per fuggire dal sonno dello spirito, ci ricorda il giorno del “Giudizio”, grande e tremendo, quando il Figlio dell’uomo, verrà “su una nube con potenza e gloria”, all’improvviso, di fronte al quale tutti dovremo comparire ed esserne degni.
Il giovane: Qual è il fondamento della preghiera per i defunti?
Il sacerdote: “Amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35). L’amore, che Cristo raccomanda ai suoi discepoli, è la vita stessa della Chiesa, è il comandamento “nuovo”, su cui si fonda l’esistenza di ogni credente.
Gesù più volte afferma che la Legge e i Profeti si riassumono nell’amore verso Dio e verso il prossimo (Mt 22, 36 e ss; Mc 12, 28-31). Al termine della vita, ciascuno di noi sarà giudicato proprio sull’amore.
La preghiera per i defunti è un’espressione essenziale della Chiesa, in quanto amore. Noi chiediamo al Signore, ricco di misericordia ed amico degli uomini, di essere clemente nel giorno del giudizio, e di concedere ai defunti, che si trovano già nel tempo eterno, il riposo nel seno di Abramo, nelle tende dei giusti, laddove non esiste né dolore, né affanno, né gemito, ma vita senza fine, nell’attesa della Parusia. “Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”, questo recitiamo nel Credo. Esiste, così, tra noi viventi e quanti si sono addormentati nel Signore, una misteriosa reciproca comunione di amore, che ci riconduce a Cristo, amore per eccellenza e Dio della vita e della morte.
Il giovane: Perché la Chiesa raccomanda di pregare per i defunti?
Il sacerdote: La Chiesa, fin dai primi tempi, ha coltivato, con una grande pietà, la memoria dei defunti e, poiché “santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati” (2Mac 12,45), ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico: “Ricordati anche di tutti quelli che si sono addormentati nella speranza della resurrezione per la vita eterna. E fa’ che riposino ove splende la luce del tuo volto” (dalla Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo). Lo stesso S. Giovanni Crisostomo ribatte: “Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire loro le nostre preghiere” (PG 61, 594-595).
Oltre alla preghiera, la Chiesa raccomanda anche le elemosine e le opere di penitenza.
Nelle nostre comunità, per tutta la settimana che precede la grande Quaresima, si era soliti praticare l’elemosina (picihùdhra) ai mendicanti che venivano bussare alla porta, mentre, nel sabato che conclude questa particolare settimana, ancora oggi ci si reca in processione al cimitero, per pregare sulle tombe dei defunti.
Il giovane: Qual è la preghiera specifica per i defunti nella nostra Chiesa?
Il sacerdote: La preghiera più comune è quella del Trisaghion, in cui si supplica il Signore che conceda ai defunti “il riposo tra gli spiriti dei giusti”, nel luogo della luce e della letizia, e condoni loro “ogni peccato commesso in parole, in opere e in pensiero, quale Dio clemente ed amante degli uomini”. Questa preghiera viene recitata di fronte all’iconostasi, dove, su un tavolino, è posto un piatto di collivi, grano cotto condito con vari ingredienti, che poi viene distribuito ai fedeli presenti, in ricordo appunto di chi ci ha preceduto nella morte, nella speranza della resurrezione. “Eterna la tua memoria, fratello nostro indimenticabile e degno della beatitudine”, questo è l’estremo saluto che la liturgia proclama per quanti si sono addormentati nel Signore, in attesa della sua seconda venuta.
Il giovane: Quale significato hanno i collivi?
Il sacerdote: I collivi hanno un profondo significato mistico: come il chicco di grano, per germogliare, ha bisogno di essere sotterrato, così coloro che devono essere partecipi della beatitudine eterna, occorre che subiscano la morte. Questo simbolismo è ispirato al ben noto passo evangelico: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). E S. Paolo sottolinea questa fecondità spirituale, usando il medesimo paragone di Gesù: “Ciò che tu semini non prende vita se prima non muore” (1Cor 15, 36).
Questa legge della morte, via verso la resurrezione e la vera vita, vale in primo luogo per Gesù: egli con la sua morte salverà tutto il genere umano; ma vale anche per noi cristiani: se non moriamo come il chicco di grano posto sotto terra, non potremo entrare nella dimensione di una vita infinitamente più intensa e feconda.
Il giovane: Possiamo credere che ogni morte sia feconda?
Il sacerdote: Dopo aver esposto la parabola del chicco di grano, Gesù la completa applicandola a noi: “Chi ama la propria vita la perderà”. Amare la propria vita qui significa vivere nell’egoismo, nel rifiuto di servire Dio e i propri fratelli; ed allora ci chiediamo: come può essere positiva e feconda la morte, se viene solo a porre fine ad una esistenza di egoismo? Al contrario, perdere la propria vita al servizio di Dio e del prossimo, nell’amore e nella pienezza, vuol dire conservarla per l’eternità.
Il giovane: La vita eterna! Ma come immaginarla e desiderarla?
Il sacerdote: Gesù ne dà la definizione più semplice: se uno mi vuole servire, mi segua, sia mio discepolo e imitatore. E dove sono io, là sarà anche il mio servo. La vita eterna, il cielo è essere con Cristo, come lui stesso ha promesso al buon ladrone, suo compagno di crocifissione sul Calvario: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23,43).

