Nella chiesa del Santissimo Salvatore, nel centro storico di Cosenza, è venerata l’icona del Nimphios, dello Sposo, dipinta secondo la tradizione bizantina con pigmenti naturali a tempera d’uovo su foglia d’oro.
Il “Nimfios”, lo Sposo della Chiesa, è Colui che ha amato l’umanità a tal punto da essere umiliato e schernito, infatti vediamo Gesù vestito col manto rosso, con la canna tra le mani, i polsi legati da una rozza fune e la corona di spine: “Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo” (Mt 27, 28-30).
“Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E disse loro: «Ecco l’uomo!»” (Gv 19, 5).
Contempliamo nell’icona lo Sposo paziente e misericordioso mentre avanza volontariamente verso il sacrificio per purificare la Sposa nel sangue, per celebrare le nozze con la Chiesa e con l’umanità, con ogni anima.
Gesù è raffigurato in posizione frontale a mezzo busto in primo piano, con le mani legate e sovrapposte. Il suo capo, leggermente inclinato a sinistra, volge il suo sguardo di amore sconfinato verso il fedele che ne è attirato dal profondo del suo cuore. Il suo capo è cinto da una corona di spine.
Per noi cristiani, la corona di spine ricorda che Gesù è veramente il Re. Un giorno, l’intero universo si inchinerà a Gesù come “Re dei re e Signore dei signori” (Ap 19,16). La corona di spine e la sofferenza ad essa associata sono già passate e Gesù ha ricevuto la corona della quale è degno. Ora lo contempliamo coronato di gloria e d’onore per la morte che patì.
Nella corona di spine è presente dell’ulteriore simbolismo. Quando Adamo ed Eva peccarono, essi portarono il male nel mondo ed una maledizione su di esso “[…] maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te […]” (Genesi 3,17-18). I soldati romani, inconsapevolmente, presero un oggetto della maledizione e lo trasformarono in una corona per Colui il Quale ci avrebbe liberato da quella maledizione stessa. Cristo, con il Suo perfetto sacrificio d’espiazione, ci ha liberati dalla maledizione del peccato, del quale la spina costituisce il simbolo. Anche se intesa come denigrazione, la corona di spine fu, in effetti, un simbolo eccellente di chi era Gesù e di ciò che era venuto a compiere.
«…è cinto di corona il Re degli Angeli, di una falsa porpora è rivestito colui che avvolge il cielo di nubi, è schiaffeggiato colui che ha liberato Adamo nel Giordano. È confitto con chiodi lo Sposo della Chiesa. È trafitto di lancia il figlio della Vergine…»Dall‟Ora Nona dell‟Ufficio di Passione, in GSS, pp. 178-179.
Il mantello scarlatto è il simbolo della sua passione e nello stesso tempo della sua regalità. Egli è venuto a riscattare l’Adamo caduto e a rivestirlo con l’abito nuziale, con lo stato di grazia tutti gli invitati al “banchetto delle nozze dell’Agnello” che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello. (cf. Ap 19,8-10).
Questo è un forte richiamo alla veste dell’innocenza e di gloria perduta da Adamo e che il battesimo ci ridona.
Le mani legate richiama la sua volontaria passione: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”. (Is 53,7). Legato, si consegna come nuovo il Isacco sull’altare del sacrificio. Le corde ai polsi del Signore, nondimeno, prendono anche una simbologia matrimoniale, riferimento gli anelli nuziali, anelli di una catena, con i quali lo Sposo si lega alla sua Sposa.
Gesù regge una canna nella mano destra, come fosse uno scettro regale, adoperata dai soldati per deridere la dichiarazione della sua regalità, prendendosi gioco del condannato simulando la sarcastica adorazione di un re, che ossequiarono con una formula ironica.
“Non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42, 3). L’uomo è quella canna “canna incrinata”. Il peccato dell’uomo ha forato le mani e i piedi del Salvatore sulla croce, tuttavia, Egli non si è vendicato delle offese e delle ferite prodotte dalla malvagità umana. Quando è stato ferito dalle azioni dell’uomo non ha pensato di “spezzare” quella canna, ma di recuperarla.



La Chiesa del Santissimo Salvatore è situata in una delle zone più significative di Cosenza, in prossimità del punto in cui i due fiumi che attraversano la Città, il Busento e il Crati, diventano un’acqua sola. È stata fondata nel 1565 da Tommaso Telesio, Arcivescovo di Cosenza, fratello del filosofo Bernardino, e venne assegnata all’Arciconfraternita dei Sarti, con patrono Sant’ Omobono di Cremona, per le loro esigenze spirituali, che venivano offerte dai padri minimi dell’attiguo Convento di San Francesco di Paola, e per la loro sepoltura nella cripta sottostante la chiesa.
Nel tempo l’Arciconfraternita dotò la chiesa di un pregevole arredo artistico visibile ancora ai nostri giorni: il portale di ingresso in pietra locale, con arcata a tutto sesto in stile rinascimentale, sulla cui architrave si trova la data di edificazione del 1567; un soffitto ligneo a lacunari intagliati, dipinto a vari colori, databile al secolo XVII; 15 affreschi con figure a grandezza naturale raffiguranti il Cristo Salvatore, la Vergine Madre e gli Apostoli, sistemati nella parte alta delle pareti, attribuiti al pittore calabrese Giovanni Battista Colimodio (1610-1672); l’arco trionfale interno, risalente al 1571, in pietra locale, sul quale è posto uno stemma raffigurante l’aquila imperiale austriaca e la scritta “Filippo d’Austria A.D. 1653”; una tela raffigurante l’Immacolata Concezione fra angeli risalente al 1847 dell’artista Raffaele Aloisio.



I primi abitanti edificarono le prime casupole intorno ad una chiesetta, dipendente da detta Abbazia, oggi identificabile con la cappella Kisha Ka Kunciuna (Santa Maria della Concezione). In essa, durante lavori di restauro, fatti eseguire dal parroco papàs Vincenzo Matrangolo, sono venuti alla luce alcuni affreschi bizantineggianti di notevole valore artistico, risalenti alla fine del 1400, nonché un pregevole soffitto ligneo a cassettoni.

Nella cripta vengono preziosamente custoditi alcuni ornamenti appartenuti alla ricca Abbazia Cistercense del 1200 insieme alla Madonna della Badia (1400), antichi e preziosi oggetti appartenenti alla Chiesa e l’Assunta risalente al 1520.









San Basile è un comune di 1.025 abitanti. Sorge alle falde del Monte Pollino, nel versante nord/est della catena costiera nel Parco nazionale del Pollino.
Per adattare lo stile alle particolari esigenze del rito bizantino, negli anni ‘30 è stato sostituito l’altare maggiore con un altare quadrato, sormontato da un baldacchino: una lapide all’interno della chiesa ci informa che l’inaugurazione dell’altare greco e dell’iconostasi avvenne il 21 novembre 1938 da Mons. Giovanni Mele, primo vescovo dell’Eparchia di Lungro, essendo parroco Giuseppe Schirò. Come in tutte le chiese bizantine, l’altare è separato dal resto della chiesa da un tramezzo ligneo detto “iconostasi”. Le icone dell’iconostasi centrale sono opera di Stefano Armakolas.
Anche le due navate laterali terminano con due iconostasi dello stesso stile di quella centrale: quella di sinistra è stata dipinta da Maria Galie ed è dedicata a S. Giovanni Battista; quella di destra è dedicata alla Madre di Dio e le icone sono opera di Felice Fiore. Sono presenti in chiesa anche opere di altri iconografi: l’Archimandrita Mario Pietro Tamburi di San Basile, Luigi Manes, Josif Droboniku, Anna Marinaro. Sono presenti affreschi della vita di S. Giovanni Battista sulla navata centrale e affreschi di scene del Vangelo sulle pareti del Vima, tutte opere di Riccardo Turrà, eseguite nel 1955.
A Bari, nella chiesa di San Giovanni Crisostomo, in Arco San Giovanni, a pochi passi dal castello normanno-svevo e dalla Basilica di San Nicola, ha vita una comunità cattolica di rito bizantino, a testimonianza dello stretto legame che Bari ancora conserva con il suo passato.
L’interno è a navata unica coperta da capriate lignee. Sulla parete destra affiorano due archi a tutto sesto che poggiano su capitelli posti alla quota dell’attuale pavimento. Ciò fa ritenere che il livello originario dovesse trovarsi qualche metro al di sotto dell’odierno calpestio e che i due arconi sono quanto rimane dell’originario edificio. La chiesa, infatti, nella sua struttura originaria, era formata da tre navate: il primitivo impianto terminava con un’abside a cui fa esplicito riferimento documento del 1091. Gli interventi della seconda metà del XIII sec. che portarono il sollevamento della chiesa all’attuale livello, la ridussero ad un’unica navata, coperta da una volta a botte unghiata. A sinistra della navata è collocata una lastra in pietra del sec. XI che raffigura un leone alato ed un grifo che atterrano rispettivamente un caprone ed un cinghiale: essi si dispongono simmetricamente ai lati “dell’albero della vita”, il cui vertice racchiude una piccola croce bizantina. Il presbiterio, di struttura tardo medioevale che si affaccia nell’aula ecclesiale con un ampio arco ogivale, è coperto da una volta a crociera costolonata.
iconostasi dipinta in tre ordini: nella parte superiore sono raffigurati i santi Apostoli che fanno da corona all’icona posta al centro dove è raffigurata la Deesis, cioè la supplica, con il Cristo in trono a ai lati la Madre di Dio e san Giovanni il Battista che rivolgono suppliche in favore dei fedeli, scene delle feste dell’anno liturgico distribuiti in pannelli e in quella inferiore quattro figure ieratiche: il Cristo Pantocrator, la Madre di Dio, San Giovanni Battista e San Giovanni Crisostomo. Al centro dell’abside vi è una tela della Madonna con le mani volte in alto ed il Divino Infante sul petto a firma di M. Buono 1968. Sulle porte diaconali sono dipinti due arcangeli e sulle porte regali è raffigurata l’Annunciazione.

Ubicata nel centro storico, la sua origine risale alla fine del secolo XVI e fu aperta al culto nell’anno 1604.
L’illuminazione interna è assicurata da dodici finestre laterali e da una grande finestra centrale, tutte decorate con vetrate artistiche.
Mons. Ercole Lupinacci, già parroco (1963-1981), continuò nell’opera di adattamento al rito Bizantino, rimuovendo gli altari delle navate laterali.
Oggi la chiesa si presenta in una nuova veste e i lavori sono proseguiti da Papàs Giuseppe Barrale, attuale Amministratore Parrocchiale (2018). L’altare centrale è stato riqualificato secondo i criteri tipici della tradizione orientale e per come è prescritto dai codici liturgici e canonici orientali: si presenta con un piano di marmo quadrato, sorretto da quattro colonne marmoree, le quali rappresentano i quattro evangelisti. L’interno della chiesa, totalmente ritinteggiata, è illuminato da nuovi lampadari, arricchito da nuove icone e da un nuovo Trono Episcopale, nonché diverse suppellettili liturgiche, proprie del rito bizantino.

Verso la fine del XX e inizio del XXI la struttura è stata adattata al rito greco-bizantino e decorata con iconostasi, icone e pittura murale in stile bizantino, anche se ancora sono presenti le statue di rito latino nelle nicchie laterali.
La facciata esterna è realizzata in pietra a faccia vista, sulla quale si aprono tre porte che immettono nelle rispettive navate.





La Cappella della Madonna del Monte, edificata nel 1954, viene restaurata nell’estate 2010.
Nel 1978 hanno inizio i progetti per la costruzione della chiesa di “S. Giovanni Crisostomo”, in stile bizantino, ma i lavori, guidati dall’ing. Giulio Scura, inizieranno solo all’inizio degli anni ’90.

