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Calendario ed anno liturgico bizantino. Dal chrònos al kàiros: il tempo della liturgia

La parola Liturgia (λειτουργία), oltre a significare la Celebrazione Eucaristica, come “Santa e Divina Liturgia”, è la “pratica” di vita che «ci introduce, ci fa comunicare alla vita nuova del Regno»[1]. La liturgia, pertanto, non è solo un’espressione individuale della fede e della devozione; ma è la fonte primaria per comprendere e introdurre nel mistero di Cristo, cuore pulsante della vita cristiana[2]. Essa non è una mera riproduzione di pratiche, più o meno antiche, nemmeno una sclerotizzata rappresentazione drammaturgica, «non è il vestito interscambiabile e del tutto esteriore della fede: è, bensì, la fede vissuta dalla chiesa»[3]. Attraverso di essa, quindi, si può ben comprendere il senso che la Chiesa – o, ancora meglio, la comunità ecclesiale, – attribuisce ai singoli elementi della propria vita di fede. Nonostante la liturgia cristiana dei primi secoli non si differenziasse in occidentale e orientale[4], dopo lunga e complessa evoluzione storica emerse nella propria specificità il rituale liturgico delle Chiese d’Oriente, comune sia a cattolici orientali che ortodossi, conosciuto come “rito bizantino”.

Chiunque abbia una qualche familiarità con il calendario e la liturgia bizantina, sa che nel mese di settembre, esattamente a partire dal primo settembre, ha inizio il nuovo anno. Spesso ci si confonde, affermando che in quella data, anniversario della vittoria di Costantino su Massenzio, inizi l’anno liturgico, ma in realtà non è così, poiché nella suddivisione del tempo liturgico quella data non costituisce alcuna interruzione e non comporta alcun cambiamento significativo. In realtà, il 1 settembre “Inizio dell’Indizione, cioè dell’Anno nuovo”, corrisponde al principio dell’anno ecclesiastico, che coincideva con l’inizio dell’anno civile bizantino.

In realtà qualcosa succede il primo settembre: inizia uno dei cicli liturgici di cui si combina la liturgia bizantina, quello delle feste a data fissa, conosciuto come Minèa (“i mesi”) in quanto contenuto in volumi suddivisi mensilmente, che ha inizio proprio il primo settembre, in quanto la sua suddivisione in libri corrisponde all’anno ecclesiastico. Questo ciclo liturgico è altrimenti detto Santorale, perché riporta le memorie quotidiane dei Santi, degli avvenimenti da commemorare e le feste che ricorrono ogni anno nello stesso giorno, dette perciò a data fissa.

Questo appena descritto è solo uno dei tre cicli che si intersecano tra di loro[5]. La liturgia bizantina, infatti, si snoda attraverso un complesso sistema costituito da questi tre diversi cicli, di cui è impossibile comprendere la struttura e la logica interna «se non si coglie la suggestione dinamica del passaggio dal “vecchio” al “nuovo”»[6]. Oltre al Santorale, vi è il ciclo dell’Oktόichos (“otto toni”), che ha inizio a partire dal giorno di Pasqua e prevede una successione settimanale, con l’avvicendarsi di otto toni, da cui la denominazione, e di ufficiature specifiche per ogni giorno della settimana.  Infine il terzo è il ciclo annuale a data mobile, poiché riporta le feste e memorie che cambiano data ogni anno in riferimento a quella della Pasqua. Il calendario liturgico, quindi, si costituisce da una combinazione di questi tre cicli – non solo quello delle feste a data mobile, ma anche quelli degli Otto toni, e delle letture bibliche alla Liturgia eucaristica -, che hanno il loro inizio e il loro fondamento nella Pasqua, la quale viene teologicamente vissuta come un’anticipazione della Parusìa (“seconda venuta”) del Cristo, nella gloria.

L’anno liturgico si sviluppa attorno ad essa, estendendosi in un “prima” e un “dopo”: preceduta dal Triódion, periodo penitenziale di dieci settimane, ed è seguita dal Pentikostárion, tempo di gioia della durata di otto settimane.

Il Triódion, periodo di preparazione liturgico-spirituale alla Pasqua, più o meno corrispondente alla Quaresima della Chiesa romano-latina, prende nome dal libro liturgico che viene usato proprio in questo periodo. Nell’uso comune esso è sinonimo di tempo penitenziale e conduce al mistero pasquale tutti coloro che partecipano alla liturgia. La Quaresima è come un «viaggio spirituale, il cui scopo è di trasferirci da uno stato spirituale ad un altro»[7], ma soprattutto «di far sì che il nostro cuore – possa aprirsi alle realtà dello spirito, e sperimentare la segreta “fame e sete” di comunione con Dio»[8]. La sua finalità è suscitare in ciascun fedele, e nella Chiesa tutta, il desiderio, l’anelito[9] dell’amante nei confronti dell’amata, della Sposa che, non trovando più lo Sposo accanto a sé, si incammina per cercarlo[10]. In tal senso si può affermare che durante la Quaresima si assiste al «ritorno della Chiesa alla situazione spirituale dell’Antico Testamento – il tempo prima di Cristo, il tempo del pentimento e dell’attesa (…) La Grande Quaresima è il periodo in cui si attualizza (…) la vita di attesa peregrinante»[11].

Con la domenica di Pasqua si cambia libro liturgico, mettendo da parte il Triódion per passare all’utilizzo del Pentikostárion, che condurrà a celebrare ancora per cinquanta giorni la Pasqua e poi, attraverso la coerenza dei cicli liturgici, per il resto dell’anno. In questo lungo periodo, la lungimiranza pastorale e teologica dei Padri ha previsto un cammino mistagogico che aiuti i fedeli a comprendere sempre meglio i misteri celebrati nella Grande e Santa Settimana e nella Pasqua, non tanto da un punto di vista intellettuale, quanto piuttosto in riferimento alla propria vita.

Altrettanto importante per intendere il senso della liturgia è il ciclo settimanale, infatti, «se il corso dell’anno liturgico simboleggia il divenire dell’umanità nella Chiesa, dall’“inizio” dell’essere fino al raggiungimento della pienezza che avrà “fine”, (…) questo ciclo rappresenta le tappe della via della “salvezza”»[12]. Ogni giorno della settimana, appunto, è dedicato ad una memoria particolare, il cui insieme «abbozza una visione globale del mistero cristiano»[13]. La domenica è il giorno della Risurrezione del Signore, seguita dal lunedì in cui si commemorano gli “Incorporei” (gli Angeli); il martedì del Precursore, S. Giovanni Battista; il mercoledì in ricordo del tradimento di Giuda; il giovedì consacrato agli Apostoli e alla Cena Mistica (Ultima Cena); il venerdì, memoria della Passione di Cristo; sabato, commemorazione particolare dei fedeli defunti. Così, i giorni della settimana indicano simbolicamente la settimana cosmica chiusa in se stessa o la totalità della storia[14].

Il giorno di festa settimanale, che l’antico Israele osservava di sabato, in ricordo della Creazione, venne quasi subito trasferito dai cristiani al giorno seguente, il primo della settimana successiva, proprio a ricordo particolare della Risurrezione del Signore, la nuova Creazione. Secondo i Padri della Chiesa, la domenica non sostituisce il sabato, ma costituisce l’ottavo giorno o il primo in senso assoluto ed unico, e raffigura l’eternità[15]. Il primo giorno della settimana, quindi, è la domenica, riconosciuta come giorno della Risurrezione di Cristo, Pasqua settimanale; ma non sempre la domenica è da considerarsi l’inizio. Proprio perché identifica anche l’ottavo giorno, nel tempo del Triòdion, il tempo della preparazione, la domenica è il punto d’arrivo della settimana. In queste dieci settimane, anche il ciclo settimanale induce a dirigere le menti e i cuori dei fedeli verso la Pasqua, pertanto «le settimane del tempo quaresimale cominciano il lunedì e terminano la domenica, a Pasqua»[16]. A partire dalla domenica di Pasqua, invece, si assiste ad un’inversione del tempo. «Il tempo stesso si inverte nella vita nuova in cui stiamo per penetrare; essa sarà ritmata dagli uffici del ciclo quotidiano, di quello settimanale e di quello annuale, che traggono la loro origine dalla Pasqua. A partire dalla Grande Quaresima, i giorni erano contati dal lunedì alla domenica; questa chiudeva la settimana, era l’ultimo suo giorno. Adesso diventerà il primo: a partire da oggi, le settimane saranno contate dopo la Resurrezione»[17].

[1] A. Schmemann, La Grande Quaresima, Marietti, Casale Monferrato 1986, p. 9.

[2] Cfr. R. F. Taft, A partire dalla liturgia. Perché è la liturgia che fa la Chiesa, Lipa, Roma 2004, p. 47.

[3] O. Clement, La Chiesa ortodossa, Queriniana, Brescia 20132, p. 97.

[4] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale. Architettura e liturgia nella Chiesa bizantina, Gruppo Editoriale, Acireale – Roma 2011, p. 11.

[5] Cfr. M. Donadeo, L’anno liturgico bizantino, Morcelliana, Brescia 1991, pp. 19-25.

[6] J. Meyendorff, La Teologia bizantina. Sviluppi storici e temi dottrinali, (Saggi teologici 9), Marietti 1820, Genova 1984, p. 147.

[7] C. Andronikof C., Il senso della Pasqua nella liturgia bizantina. I giorni della preparazione e della Passione, (Liturgia e Vita 6), vol. I, Editrice Elle Di Ci, Torino 1986, p. 67.

[8] Ibidem, p 29.

[9] Cfr. Sal 42,2-3.

[10] Cfr. Ct 3,1-2.

[11] A. Schmemann, La Grande Quaresima…, p. 39.

[12] C. Andronikof, Il senso della Pasqua, vol. I…, p. 14.

[13] O. Raquez (a cura), Guida alla celebrazione nelle Chiese di Tradizione bizantina, Lipa, Roma 2002, p. 50.

[14] Cf. P. N. Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, Edizioni Paoline, Roma 19844, p. 143.

[15] Cfr. P. N. Evdokimov, Teologia della bellezza…, p. 143.

[16] M. Donadeo, Icone di Cristo e di Santi…, 27-28.

[17] C. Andronikof, Il senso della Pasqua nella liturgia bizantina. I cinquanta giorni della festa, (Liturgia e Vita 7), vol. II, Editrice Elle Di Ci, Torino 1986, p. 8.

 

Papàs Antonio Gattabria

articolo pubblicato su “Granello di Senape” anno 73, n. 3, luglio-settembre 2022, pagg. 13-14

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La Pasqua cristiana attraverso l’iconografia

1. Affresco Anàstasis presso la chiesa del SS. Salvatore di Chora, Istanbul (1310 ca.)

In una chiesa bizantina, l’iconografia ci fornisce la chiave necessaria per capire e vivere il senso di una festa o di una verità di fede, in stretta connessione con le ufficiature liturgiche. Il ruolo ricoperto dall’icona[1] sacra nella prassi liturgica, nella teologia e spiritualità dell’Oriente cristiano ne evidenzia la particolare visione teologica mistica e sensibile, specie perché «l’icona è immagine e persino presenza dell’Invisibile»[2]. In queste particolari funzioni l’icona trasmette un messaggio che è difficile comprendere a fondo se viene vista unicamente con gli occhi dello storico dell’arte o del teologo, perché la si sradicherebbe dal suo contesto che è, innanzitutto, liturgico. L’icona esplode come la luce di una visione ed esprime, proclamandola, la fede ecclesiale, nell’alveo della liturgia. Così si spiega la funzione importante che l’icona della Risurrezione, o meglio della Discesa agli Inferi, svolge nella liturgia di Pasqua.

Nell’iconografia tradizionale il momento vero e proprio della Resurrezione di Cristo non fu mai raffigurato. Tanto i Vangeli quanto la Tradizione della Chiesa mantengono il silenzio su quel momento. È per questo motivo che l’iconografia bizantina ha sviluppato diversi modi di rappresentare l’evento Risurrezione, ciascuno dei quali sottolinea un momento particolare della narrazione evangelica: le donne mirofore al sepolcro con l’angelo; l’apparizione di Gesù alle due Marie (il Saluto delle Mirofore, Chére tón Mirofóron); l’apparizione di Gesù alla Maddalena, anche conosciuta come “Noli me tangere”. Mentre, solo a partire dalla fine del Trecento si è imposto in Occidente il modello iconografico del Cristo che esce vittorioso dal sepolcro, questo tipo non penetrò mai nella tradizione orientale.

Rispetto a questi modelli iconografici, quella che viene maggiormente utilizzato e che si identificata con il senso vero della Pasqua è l’Ανάστασης (Anastasis, Resurrezione), conosciuta come Discesa agli Inferi, dove per Inferi non si intende l’Inferno ma l’Ade, ossia il luogo in cui sostavano i morti, sia giusti che peccatori. Seppure porti spesso l’iscrizione “Risurrezione di Cristo”, non rappresenta propriamente la Risurrezione, intesa come ascesa dalla tomba, bensì come discesa, mostrando ai fedeli il momento in cui il Cristo vittorioso, impugnando la Croce, scende agli Inferi e ne scardina le porte, liberando i progenitori Adamo ed Eva, e con loro tutti i giusti dell’Antico Testamento.

Sulla discesa del Signore nell’Oltretomba non ci informano i Vangeli canonici, ma ne parlano esplicitamente quattro passi della Scrittura (Cfr. Sal 16(15), 9‑10; At 2,31; 1Pt 3,18‑19; 4,6), in particolare afferma la lettera di Pietro che: «messo a morte nella carne ma vivificato nello Spirito, […] in esso andò a portare l’annuncio anche agli spiriti in prigione, a coloro

2. Particolare icona dell’Anastasis (Macedonia 1350 ca.)

che un tempo erano stati disobbedienti» (1Pt 3,18-19). Concorde è anche la testimonianza dei Padri della Chiesa e la tradizione liturgica, specie bizantina. Ma la fonte più diretta di questa icona è forse un passo di un apocrifo tratto dal Vangelo di Nicodemo:

Venne allora una voce che diceva: «Aprite le porte!» Udita questa voce per la seconda volta, l’Ade rispose come se non lo conoscesse dicendo: «Chi è questo re della gloria?» Gli angeli del padrone gli risposero: «Un Signore forte e potente, un Signore potente in guerra!» A queste parole, le porte bronzee furono subito infrante e ridotte a pezzi, le sbarre di ferro polverizzate, e tutti i morti, legati in catene, furono liberati e noi con essi. Ed entrò, come un uomo, il Re della Gloria e furono illuminate tutte le tenebre dell’Ade» (21, 3).

La scena iconografica è dominata da due montagne, che si stagliano verso il cielo e, scendono verso terra per accentuare la profondità degli inferi. Il paesaggio roccioso e brullo significa che l’azione si svolge in un mondo arido e freddo, quindi ostile e rende la scena iconograficamente simile ad altre immagini del ciclo teofanico relative alla vita terrena di Gesù, quali la Natività secondo la carne, la Teofania (Battesimo di Gesù nel Giordano), la Trasfigurazione. Ciò rivela come il mistero pasquale sia compreso quale compimento assoluto e suggello dell’economia della salvezza.

 

Il Cristo glorioso è il focus della composizione: al centro dell’icona troneggia il Signore risorto, inserito in una mandorla di luce divina, avvolto in vesti candide e luminose, spesso ricoperte da luminescenze in oro dette assist, funzionali a sottolineare la sua essenza divina e regale. Come nell’icona della Trasfigurazione la veste di Cristo non ha i tradizionali colori porpora e azzurro, ma è Cristo che diventa sorgente luminosa, concentra in sé tutta la potenza della luce-energia divina e deifica il suo corpo. È il trionfo della luce sulle tenebre. Nella Pasqua si esprime definitivamente l’esperienza che la Chiesa fa di Gesù come Signore unico ed assoluto. Egli porta ancora i segni permanenti, anamnestici, della sua Passione salvifica; sono le stesse ferite che il Risorto mostra ai dieci apostoli nel Cenacolo la sera di Pasqua. La presenza delle ferite della Passione, diventa la conferma

3. Particolare del mosaico del Monastero di Hosios Lukas (XI sec.)

dell’identità tra il Risorto e Gesù.

La resurrezione di Cristo è, dunque, la grande Teofania. Il trionfo di Cristo è sugli Inferi, sui demoni, sulla morte; Egli è il Vincitore della morte, che trionfa, perché con la sua morte ha calpestato la Morte: «Cristo è risorto dai morti, con la morte ha calpestato la morte e a coloro ch’erano nelle tombe donando la vita»[3]. Sotto i suoi piedi si scorgono le porte bronzee dell’Ade, scardinate con le loro serrature, i chiodi e i chiavistelli sparsi qua e là. L’Ade, regno delle ombre e della morte, è stato espugnato, non può trattenere chi risplende di luce divina, e le sue porte, divelte, giacciono sotto i piedi del vincitore. Gli Inferi sono rappresentati con una oscura voragine che si apre nella terra, simile alla grotta nell’icona del Natale o del Battesimo di Gesù nel Giordano. La

4. Particolare dell’affresco dell’Anàstasis di Manuel Panselinos, presso Protatòs sul Monte Athos (XIV sec.)

sua oscurità tende a esprimere la lontananza da Dio, il ripiegamento della creatura su se stessa, la sua pretesa di autosufficienza.

L’icona non raffigura solo il momento della lotta di Cristo con gli Inferi, ma il suo ritorno trionfante che, afferrando per i polsi Adamo ed Eva, nostri progenitori, li aiuta ad emergere dal sepolcro. La scelta iconografica di far afferrare i progenitori per il polso non è casuale, ma ha il significato simbolico di sottolineare che Adamo ed Eva non hanno alcun merito e non collaborano all’opera redentiva, ma vengono salvati solo per Grazia. Adamo ed Eva sono raffigurati in ginocchio così come, secondo uno schema tipico dell’arte imperiale bizantina, i popoli sconfitti si ponevano dinanzi al sovrano vittorioso, che li rialza in segno di “liberazione”. Attraverso il contatto della mano, il Salvatore comunica loro la vita. Proprio questo gesto di risveglio, o meglio di risollevamento, fornisce il nome più conosciuto di quest’icona: Anàstasis, significa proprio questo.

Con Adamo ed Eva tutta l’umanità risorge ed è liberata dalle catene della morte. Mentre Adamo guarda il Salvatore con gratitudine, Eva, invece, intimorita ha le mani coperte in segno di venerazione, spesso, è prostrata in atto liturgico di proskinisis (adorazione). Indossa un manto (mafórion) tutto rosso, che simboleggia l’umanità, perché Lei è la madre dei viventi (Cfr. Gen 3,20). In essi sono rappresentati tutti gli uomini, redenti dal Signore Gesù. Ritorna l’antitesi tra l’antico Adamo e Gesù, il “Nuovo Adamo”: col primo la Creazione ha conosciuto il peccato, con Cristo si ha una “nuova Creazione”, la palingenesi. La Pasqua diviene così una commemorazione (anámnesis) ed una ricapitolazione (anakephalàiosis) di tutta l’opera redentrice di Cristo, dall’incarnazione alla risurrezione, che diviene nuova Creazione.

5. Particolare Icona dell’Anastasis – Bisanzio (XV sec.)

Dietro Adamo ed Eva, sui due lati di Cristo, sono tratteggiati diversi personaggi, in numero variabile a seconda del modello iconografico: rappresentano il «il popolo immerso nelle tenebre [che] ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata» (Mt 4,16. Cfr. Is 9,1.). Tra loro ci sono i giusti dell’Antico Testamento, in modo particolare i re e i profeti d’Israele, che attendevano con fede la venuta del Salvatore, che riconoscono il Signore disceso negli Inferi e, attraverso il loro annuncio, ne hanno preparato la venuta. Volutamente, grazie ad alcuni simboli iconografici, si distinguono alcuni personaggi fondamentali della storia della salvezza, con particolare attenzione all’attesa messianica: i re Davide e Salomone sono riconoscibili per la corona e le vesti regali ma, mentre Davide è più anziano e con barba e capelli bianchi, suo figlio Salomone è rappresentato più giovane e imberbe. Il Precursore Giovanni Battista, l’ultimo dei profeti, abbigliato di peli come da tradizione iconografica, è raffigurato nell’atto di indicare il Signore. Tra i profeti, compare solitamente Daniele, riconoscibile per il copricapo frigio, poi Isaia, Giona e Geremia. Tra i patriarchi, il giusto Abele, che per primo provò l’esperienza della morte, Noè con un modellino dell’Arca, Mosè con le tavole della legge o col libro del Pentateuco.

È necessario e doveroso notare come, parallelamente alle azioni liturgiche e ai testi eucologico-innografici, anche l’iconografia richiami il duplice movimento, ascendente-discendente, tipico della Pasqua: Cristo scende agli Inferi e contemporaneamente ne riemerge, sollevando fisicamente Adamo e portando con sé i prigionieri, ormai liberati, segno dell’umanità salvata.

 

P. Antonio Gattabria

[1] Dal greco εικόν = immagine.

[2] E. Sendler, L’icona immagine dell’invisibile. Elementi di teologia estetica e tecnica, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1985, 41.

[3] Tropario di Pasqua.

 

articolo pubblicato sulla rivista “Granello di Senape oggi” n. 2 del 2022, pagg. 10-13

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L’Eparchia di Lungro nella Chiesa italiana.

Comunione di fede nella varietà di tradizioni

Il Signore Dio ha fatto un grande dono alla Chiesa italiana mettendola nelle condizioni di vivere la fede cristiana respirando pienamente con due polmoni: quello occidentale e quello orientale. Parafrasando le parole di San Giovanni Paolo II, la presenza nella Chiesa italiana delle Chiese particolari di rito bizantino rappresentano una ricchezza e l’opportunità di arricchirsi ed edificarsi vicendevolmente nella comunione. A tal proposito, la realtà dell’Eparchia di Lungro si dimostra assolutamente singolare e feconda in quanto, osservando la piena comunione ecclesiale con la Chiesa Cattolica, rimane fedele al patrimonio di fede e tradizione bizantina trasmessole dai Padri e la rende presenza viva nella spiritualità della Chiesa italiana di oggi. Lungi dall’essere solo un retaggio storico, la vita spirituale e liturgica dei fedeli dell’Eparchia di Lungro osserva ancora oggi la tradizione bizantina con il suo ricco patrimonio liturgico, cerimoniale, iconografico, teologico, spirituale, melurgico.
L’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi dell’Italia continentale è una diocesi della Chiesa italiana, caratterizzata dal suo essere Chiesa di rito bizantino-greco, per gli arbëreshë del Sud Italia. La cattedra episcopale si trova nel paesino di Lungro, sul versante sud-ovest della Catena montuosa del Pollino. Qui si trova anche la Cattedrale dedicata a San Nicola di Mira, patrono dell’intera Eparchia. Da questa sede il vescovo guida l’Eparchia, diocesi di tradizione orientale che conta circa 40.000 fedeli in 30 parrocchie site in diverse comunità paesane. Peculiare è la distribuzione sul territorio che, differentemente dalle altre diocesi, non si presenta contigua, ma “a macchia di leopardo”, ossia con paesi non tutti limitrofi, i quali si trovano in zone diverse della provincia di Cosenza, in Calabria, ma anche nell’area meridionale della Basilicata e in Puglia, particolarmente a Lecce e Bari, nonché a Villa Badessa, in provincia di Pescara, Abruzzo. I fedeli dell’Eparchia sono assistiti nella propria vita di fede da una cinquantina di sacerdoti di rito greco, i quali celebrano la Liturgia e le officiature secondo la tradizione bizantina e il Typikon di Costantinopoli. I fedeli chiamano i propri sacerdoti Papàs secondo la tradizione orientale, Zoti in lingua arbëreshe parlata dal popolo. La stessa lingua è stata ammessa quale lingua liturgica dal 1968, accanto al greco, che è la lingua liturgica ufficiale. Il testo ufficiale di celebrazione eucaristica più diffuso è La Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo, gli altri testi sono quello di S. Basilio (previsto solo in 10 giorni determinati dell’anno liturgico) e quello di S. Giacomo, che viene usato solo in rare occasioni. Anche la celebrazione degli altri sacramenti si svolge secondo la tradizione bizantina.
Seppur l’Eparchia di Lungro abbia da poco celebrato i primi 100 anni dalla sua istituzione (1919-2019), la Chiesa arbëreshe in Italia vanta almeno cinque secoli di storia, tra difesa strenua della propria identità e fedeltà all’insegnamento di Cristo.

Costretti a lasciare le proprie terre in seguito all’avanzare dei Turchi Ottomani, i discendenti del condottiero albanese Giorgio Castriota Skanderbeg trovarono accoglienza nel Meridione d’Italia, proprio nel coincidere di tre avvenimenti di fondamentale importanza per la loro storia: il Concilio di Firenze del 1439, la caduta di Costantinopoli del 1453 e la morte di Skanderbeg nel 1468. Il Concilio di Firenze dichiarò l’unione fra la Chiesa romana e la Chiesa greca (1439) e, seppur gli esiti di quel Concilio non furono duraturi, favorirono la genesi della Chiesa arbëreshe in Italia. L’inizio dell’invasione turca, sino alla caduta di Costantinopoli (1453), spinse molti albanesi a fuggire. Le migrazioni verso l’Italia aumentarono con la morte del condottiero albanese Giorgio Castriota Skanderbeg (1468), dopo la quale la resistenza albanese all’invasore perse ogni speranza. I profughi albanesi giunsero in Italia in tempi differenti, recando con sé un patrimonio di cultura ed identità (lingua, tradizioni, canto…) di cui la religione si potrebbe a ragione definire il principio fondamentale. Per questo gli arbëreshë difesero strenuamente e per secoli la propria identità religiosa come caratteristica identitaria e peculiare. La presenza della Chiesa bizantina arbëreshe in Italia si apre, pertanto, in un periodo di unione esistente tra Chiese romana e greca e in questo quadro va vista la sistemazione data agli albanesi nelle varie zone dell’Italia meridionale. È interessante rilevare come in questo primo periodo vi furono diversi Vescovi orientali, inviati dall’Arcivescovo di Ocrida ma regolarmente autorizzati dal Papa di Roma, che esercitarono la giurisdizione canonica sulle comunità Italo-Albanesi. La scelta di permanere nell’osservanza al rito bizantino fu condivisa dal clero e dal popolo, con il beneplacito della Santa Sede che, con diversi documenti, ha ordinato la tutela del rito greco-bizantino presso le costituite comunità arbëreshe, vietando soprusi e vessazioni.
Una svolta importante fu portata dal Concilio di Trento (1563). Seppur il Concilio non abbia preso decisioni specifiche nei confronti degli orientali viventi in Italia, l’applicazione dei suoi decreti produsse un decisivo mutamento. Col Breve “Romanus Pontifex” di Pio IV (1564) e diverse successive determinazioni pontificie, si stabilì la piena sottomissione canonica del clero bizantino e delle comunità arbëreshe alla giurisdizione dei Vescovi latini. Ciò causò, soprattutto nel XVII secolo, il passaggio di molte di queste comunità dal rito greco a quello latino. Nonostante l’istituzione della Congregazione dei Greci (1574) a Roma e la successiva istituzione della carica di un Vescovo ordinante (1595), anch’esso legato al Collegio di Roma, la situazione religiosa delle comunità arbëreshe bizantine versava sempre più in difficoltà.
A risolvere la situazione provò Papa Clemente XII, il quale istituì il Pontificio Collegio Corsini in San Benedetto Ullano (1732), per la formazione dei giovani italo-albanesi aspiranti al sacerdozio. Subito dopo fu istituita la figura di un Vescovo ordinante legato al Collegio (1735). Lo stesso Collegio venne trasferito nel 1794 a S. Demetrio Corone col nome di Collegio “S. Adriano”. Il nome si ricollega all’omonima abbadia greca, fondata da S. Nilo nel 955, che venne riattata all’occasione.
Nei secoli, numerose furono le richieste di autonomia ecclesiastica, alle quali la nomina di un Vescovo ordinante cercò di porre rimedio, ma in maniera incompleta e insufficiente. Solo il 13 febbraio 1919, con la Costituzione Apostolica “Catholici fideles graeci ritus”, papa Benedetto XV istituì l’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi dell’Italia Continentale.

La Santa Sede fu la prima a dare un riconoscimento giuridico ed effettivo alla realtà storica e particolare degli Italo-Albanesi. Il primo Vescovo di Lungro fu Mons. Giovanni Mele (1919-1979), che la resse dalla istituzione alla sua morte, per circa 60 anni, impegnandosi a “costruire” dal nulla una realtà diocesana molto particolare, non solo per il rito ma anche per la distribuzione eterogenea sul territorio. Il suo successore fu Mons. Giovanni Stamati (1967-1987), che nei suoi vent’anni di episcopato operò per il recupero della spiritualità bizantina e del patrimonio liturgico. Egli fu il Vescovo a ridosso del Concilio Vaticano II e, nel 1968, decretò l’uso liturgico della lingua albanese. Il terzo Vescovo, Mons. Ercole Lupinacci (1987-2010), ha provveduto a dare dignità al patrimonio liturgico ed iconografico delle Chiese parrocchiali, impegnandosi per un progressivo ritorno alla tradizione bizantina.
Attualmente il Vescovo è Mons. Donato Oliverio, il cui programma pastorale è evidentemente improntato su due grandi linee direttive: da un lato ribadire la piena fedeltà degli Italo-Albanesi alla Chiesa Cattolica e al Papa di Roma, dall’altro lato confermare la porzione di popolo di Dio che è stata a lui affidata nel mantenimento della fede cristiana nella tradizione bizantina ricevuta dai padri. Partendo da questi presupposti, si possono meglio comprendere i diversi pellegrinaggi diocesani alla Cattedra di San Pietro, ma anche i viaggi in Albania, terra dei padri, e i rapporti con la Chiesa Ortodossa Greca, sino alla visita ufficiale di Sua Santità il Patriarca Bartolomeo nell’Eparchia di Lungro. L’impegno ecumenico, soprattutto rivolto all’Oriente Cristiano, è una peculiarità dell’Eparchia che si spende quotidianamente e in diversi modi per l’unità dei cristiani, nella ferma convinzione che il futuro prossimo della Chiesa sia l’unità nella retta fede, declinata nella ricchezza e varietà delle differenze ecclesiali.

A tal proposito risuonano forti le parole incise nello stemma dell’Eparchia: “ΙΝΑ OSΙΝ ΕΝ” – “QË TË JENË NJË” – “UT UNUM SINT”, che sono le parole stesse di Cristo “Che siano uno”, assunte come missione specifica della piccola Chiesa Italo-Albanese di Lungro, nell’ambito della Chiesa calabrese.

Papàs Antonio Gattabria

articolo pubblicato sulla rivista “Granello di Senape oggi” n. 1 del 2022
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Parrocchia SS. Salvatore di Cosenza

Icona S. Francesco di Paola e S. Nilo da Rossano

Icona S. Francesco di Paola e S. Nilo da Rossano

A Cosenza, nel centro storico della città, sorge la chiesa di San Francesco di Paola. Accanto ad essa si trova la chiesa del Santissimo Salvatore. Un tempo appartenuta all’Arciconfraternita dei Sarti, dal 1978 venne affidata all’Eparchia di Lungro per la cura pastorale degli arbëreshë, italo-albanesi residenti in città.
La Parrocchia greco-cattolica, in cui si celebra secondo il rito bizantino, si sta progressivamente arricchendo di un consistente patrimonio iconografico. Le numerose icone, che segnano un percorso teologico-pastorale nel loro dispiegarsi lungo la navata, aiutano i fedeli a pregare, a partecipare alla vita liturgica e a contemplare il mistero divino.
Tra di esse ha da poco trovato posto un’icona raffigurante due santi calabresi la cui venerazione è fondamentale per la comunità arbëreshe: San Francesco di Paola e San Nilo da Rossano.

San Nilo, eminente rappresentante della tradizione monastica bizantina in Italia, nacque a Rossano nel 910 al tempo del dominio bizantino e della grande diffusione del monachesimo basiliano in zona.
Nilo, il cui nome di battesimo era Nicola, rimase orfano di genitori molto presto e fu affidato alle cure della sorella. Ancor in giovane età, si sposò ed ebbe una figlia. Però, compresa la propria vocazione monastica, dopo aver sistemato la situazione familiare, si unì ai monaci basiliani della valle del Mercurion, tra Calabria e Basilicata, assumendo il nome di Nilo.
La sua esperienza comunitaria durò circa tre anni, trascorsi i quali si ritirò in eremitaggio presso Rossano, con dedizione totale alla preghiera e allo studio e diventando maestro di nuovi monaci.
Per un certo periodo visse anche presso un tempio dedicato ai santi martiri Adriano e Natalia, oggi nel comune di S. Demetrio Corone. Successivamente si spostò nel principato di Capua, continuando ad educare monaci di rito orientale. Trascorse altri dieci anni presso Gaeta, quindi partì col discepolo Bartolomeo da Rossano alla volta di Roma, ma sulla strada, “per celeste ispirazione”, si fermarono presso la cappella detta Cryptoferrata, oggi Grottaferrata, dove decisero di edificare un’abbazia. S. Nilo, però, fece solo in tempo a indicarne il luogo, poi si spense nel vicino monastero greco di Sant’Agata il 26 settembre 1004.

San Francesco di Paola, patrono principale della Calabria, nacque a Paola nel 1416 e può a ragione essere considerato l’ultimo testimone del monachesimo italo-greco. La tradizione dice che Francesco trascorse la sua vita in pura santità e all’insegna della penitenza sin dalla nascita. Fin da fanciullo, ricevette da Dio il grande dono di operare miracoli per dare sollievo ai bisognosi e per testimoniare l’immenso Amore di Dio.
All’età di soli quattordici anni iniziò la vita eremitica nel bosco di Paola. Ben presto, altri si associarono a questa esperienza, riconoscendolo come guida spirituale, dando, di fatto, inizio all’Ordine dei Minimi.
Dopo aver fondato diversi conventi in Calabria e Sicilia e aver operato numerosi miracoli, la fama di santità di Francesco si diffuse rapidamente e presto raggiunse la corte di Luigi XI in Francia il quale, colpito da un grave male, invitò il santo alla sua corte, sperando in una guarigione miracolosa. Nonostante San Francesco avesse rigettato l’invito del sovrano, fu spinto da Papa Sisto IV a raggiungere la corte francese. In Francia il Santo visse circa venticinque anni e, dopo aver trascorso gli ultimi anni in serena solitudine, morì in il 2 aprile 1507.

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Parrocchia SS. Salvatore di Cosenza

Icona del Nimfìos

Icona del Nimfìos

Nella chiesa del Santissimo Salvatore, nel centro storico di Cosenza, è venerata l’icona del Nimphios, dello Sposo, dipinta secondo la tradizione bizantina con pigmenti naturali a tempera d’uovo su foglia d’oro.

Il “Nimfios”, lo Sposo della Chiesa, è Colui che ha amato l’umanità a tal punto da essere umiliato e schernito, infatti vediamo Gesù vestito col manto rosso, con la canna tra le mani, i polsi legati da una rozza fune e la corona di spine: “Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo” (Mt 27, 28-30).
“Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E disse loro: «Ecco l’uomo!»” (Gv 19, 5).

Contempliamo nell’icona lo Sposo paziente e misericordioso mentre avanza volontariamente verso il sacrificio per purificare la Sposa nel sangue, per celebrare le nozze con la Chiesa e con l’umanità, con ogni anima.

Gesù è raffigurato in posizione frontale a mezzo busto in primo piano, con le mani legate e sovrapposte. Il suo capo, leggermente inclinato a sinistra, volge il suo sguardo di amore sconfinato verso il fedele che ne è attirato dal profondo del suo cuore. Il suo capo è cinto da una corona di spine.

Per noi cristiani, la corona di spine ricorda che Gesù è veramente il Re. Un giorno, l’intero universo si inchinerà a Gesù come “Re dei re e Signore dei signori” (Ap 19,16). La corona di spine e la sofferenza ad essa associata sono già passate e Gesù ha ricevuto la corona della quale è degno. Ora lo contempliamo coronato di gloria e d’onore per la morte che patì.
Nella corona di spine è presente dell’ulteriore simbolismo. Quando Adamo ed Eva peccarono, essi portarono il male nel mondo ed una maledizione su di esso “[…] maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te […]” (Genesi 3,17-18). I soldati romani, inconsapevolmente, presero un oggetto della maledizione e lo trasformarono in una corona per Colui il Quale ci avrebbe liberato da quella maledizione stessa. Cristo, con il Suo perfetto sacrificio d’espiazione, ci ha liberati dalla maledizione del peccato, del quale la spina costituisce il simbolo. Anche se intesa come denigrazione, la corona di spine fu, in effetti, un simbolo eccellente di chi era Gesù e di ciò che era venuto a compiere.
«…è cinto di corona il Re degli Angeli, di una falsa porpora è rivestito colui che avvolge il cielo di nubi, è schiaffeggiato colui che ha liberato Adamo nel Giordano. È confitto con chiodi lo Sposo della Chiesa. È trafitto di lancia il figlio della Vergine…»Dall‟Ora Nona dell‟Ufficio di Passione, in GSS, pp. 178-179.

Il mantello scarlatto è il simbolo della sua passione e nello stesso tempo della sua regalità. Egli è venuto a riscattare l’Adamo caduto e a rivestirlo con l’abito nuziale, con lo stato di grazia tutti gli invitati al “banchetto delle nozze dell’Agnello” che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello. (cf. Ap 19,8-10).
Questo è un forte richiamo alla veste dell’innocenza e di gloria perduta da Adamo e che il battesimo ci ridona.

Le mani legate richiama la sua volontaria passione: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”. (Is 53,7). Legato, si consegna come nuovo il Isacco sull’altare del sacrificio. Le corde ai polsi del Signore, nondimeno, prendono anche una simbologia matrimoniale, riferimento gli anelli nuziali, anelli di una catena, con i quali lo Sposo si lega alla sua Sposa.

Gesù regge una canna nella mano destra, come fosse uno scettro regale, adoperata dai soldati per deridere la dichiarazione della sua regalità, prendendosi gioco del condannato simulando la sarcastica adorazione di un re, che ossequiarono con una formula ironica.
“Non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42, 3). L’uomo è quella canna “canna incrinata”. Il peccato dell’uomo ha forato le mani e i piedi del Salvatore sulla croce, tuttavia, Egli non si è vendicato delle offese e delle ferite prodotte dalla malvagità umana. Quando è stato ferito dalle azioni dell’uomo non ha pensato di “spezzare” quella canna, ma di recuperarla.

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COSENZA - QISHA ARBËRESHE KOSENXË

Parrocchia Santissimo Salvatore – Famullia të Shejtit Shpëtimtar

Cosenza è il capoluogo della Provincia dove in 25 Paesi risiedono oltre 50.000 italo – albanesi, per cui l’antica “Città dei Bruzi” si può definire anche il “Capoluogo dell’Arbëria”.

 

La Chiesa del Santissimo Salvatore è situata in una delle zone più significative di Cosenza, in prossimità del punto in cui i due fiumi che attraversano la Città, il Busento e il Crati, diventano un’acqua sola. È stata fondata nel 1565 da Tommaso Telesio, Arcivescovo di Cosenza, fratello del filosofo Bernardino, e venne assegnata all’Arciconfraternita dei Sarti, con patrono Sant’ Omobono di Cremona, per le loro esigenze spirituali, che venivano offerte dai padri minimi dell’attiguo Convento di San Francesco di Paola, e per la loro sepoltura nella cripta sottostante la chiesa.

Nel maggio 1978 l’Arcivescovo di Cosenza, Mons. Enea Selis, su richiesta del Vescovo di Lungro, Mons. Giovanni Stamati, la concesse in comodato perché diventasse sede della parrocchia personale di rito bizantino-greco per gli Italo – Albanesi residenti in città e dintorni.

Nel decreto di istituzione della parrocchia “personale” per i fedeli di rito bizantino del Santissimo Salvatore, emanato da Mons. Giovanni Stamati, secondo vescovo dell’Eparchia di Lungro, viene fissata anche la festa patronale della Comunità Arbëreshe, stanziata nella città di Cosenza ma appartenente alla Diocesi di Lungro, nel giorno della grande festa dell’Ascensione al cielo del Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, quaranta giorni dopo la Pasqua. Rende visibile questa specificità patronale la grande Icone dell’Ascensione posta dietro l’Altare, che ricorda a chiunque la contempla che Gesù è salito in cielo a preparare un posto per chiunque lo accoglie e ascolta e vive secondo i suoi insegnamenti.

Nel tempo l’Arciconfraternita dotò la chiesa di un pregevole arredo artistico visibile ancora ai nostri giorni: il portale di ingresso in pietra locale, con arcata a tutto sesto in stile rinascimentale, sulla cui architrave si trova la data di edificazione del 1567; un soffitto ligneo a lacunari intagliati, dipinto a vari colori, databile al secolo XVII; 15 affreschi con figure a grandezza naturale raffiguranti il Cristo Salvatore, la Vergine Madre e gli Apostoli, sistemati nella parte alta delle pareti, attribuiti al pittore calabrese Giovanni Battista Colimodio (1610-1672); l’arco trionfale interno, risalente al 1571, in pietra locale, sul quale è posto uno stemma raffigurante l’aquila imperiale austriaca e la scritta “Filippo d’Austria A.D. 1653”; una tela raffigurante l’Immacolata Concezione fra angeli risalente al 1847 dell’artista Raffaele Aloisio.

Nella parte bassa del luogo di culto è visibile la seconda fase storica della chiesa, a partire dal 1978, con un patrimonio iconografico di stile bizantino al servizio della liturgia, che completa con le immagini il messaggio espresso dalle parole nel canto liturgico.

A partire dall’iconostasi, in pietra di San Lucido scolpita da uno scalpellino locale e sulla quale trovano posto le 7 Icone di Demetrio Sukaràs di Salonicco, donate dall’Arcivescovo Metropolita ortodosso Panteleimon di Corinto «ai fratelli che sono in Calabria». A queste icone dal particolare significato storico ed ecumenico, si aggiungono le opere di Josif Droboniku, Luigi Elia Manes, Rita Chiurco, Ivan Polverari, Antonio Gattabria, Maria Grazia Uka, Ovidio Leuce, Gjergi Pano, Enzo Squillacioti, Rita Mantuano, Mariuccia Mazzotta, Mirella Muja, Biagio Capparelli che rendono la chiesa del Santissimo Salvatore un luogo che invita chiunque vi entra a contemplare la bellezza e ad affacciarsi al mistero di Dio per restarne affascinato.

Al di sotto del pavimento della chiesa del Santissimo Salvatore si trova la cripta dove, fino al 1800, venivano deposti i morti aderenti all’Arciconfraternita dei sarti.

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Acquaformosa - Firmoza

Parrocchia San Giovanni Battista – Famullia Shën Janjit Pagëzor

Acquaformosa (Firmoza) ebbe origine intorno al 1501 da alcuni profughi albanesi provenienti dalla regione greca della Beozia sulle terre dell’allora fiorente Abbazia di Santa Maria di Leucio.

I primi abitanti edificarono le prime casupole intorno ad una chiesetta, dipendente da detta Abbazia, oggi identificabile con la cappella Kisha Ka Kunciuna (Santa Maria della Concezione). In essa, durante lavori di restauro, fatti eseguire dal parroco papàs Vincenzo Matrangolo, sono venuti alla luce alcuni affreschi bizantineggianti di notevole valore artistico, risalenti alla fine del 1400, nonché un pregevole soffitto ligneo a cassettoni.

 

La chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, Santo patrono di Acquaformosa, i cui lavori ebbero inizio attorno al 1500, venne probabilmente ultimata già nel 1526. A causa di ingenti danni e forti carenze strutturali, fu demolita e ricostruita tra il 1936 e il 1938.

Attualmente, la peculiarità della Chiesa Matrice è l’interno interamente mosaicato con tessere dorate e policrome intagliate a mano. Il progetto musivo fa sì che nella navata laterale destra siano raffigurate le scene dell’Antico Testamento, mentre in quella navata centrale il Nuovo Testamento.

Anche l’iconostasi è stata recentemente realizzata in mosaico, come l’intera Chiesa.

Nella cripta vengono preziosamente custoditi alcuni ornamenti appartenuti alla ricca Abbazia Cistercense del 1200 insieme alla Madonna della Badia (1400), antichi e preziosi oggetti appartenenti alla Chiesa e l’Assunta risalente al 1520.

 

Entro un raggio di pochi chilometri a nord del paese, a quota 1464 metri s.l.m., fra i boschi e la natura incontaminata, sorge la Chiesa di Santa Maria del Monte. Mirabile monumento, risalente al periodo compreso tra i secoli VIII-X, questa custodisce un pregevole busto di Madonna che allatta con Bambino. Si tratta di una scultura in pietra del XVIII sec. di autore ignoto.

La chiesa è un interessante esempio di edilizia religiosa rurale, che custodisce tuttora al primo piano una serie di locali, detti “romitori”, un tempo utilizzati da eremiti e monaci.

La parrocchia di Acquaformosa e i fedeli devoti, provenienti da diversi paesi, vi si recano tre volte l’anno in pellegrinaggio. La grande festa che si svolge l’ultima domenica di luglio, vede la celebrazione della Divina Liturgia e la processione fino al luogo del ritrovamento della Sacra Immagine.

 

 

Il più recente luogo di culto del paese è il Santuario della Madonna della Misericordia, che sorge incastonata in un complesso architettonico parrocchiale utilizzato per attività varie. Nella chiesa sono iniziati dal 2018 dei lavori di iconizzazione, tuttora in corso, per cui si sta realizzando un ciclo di raffigurazioni parietali iconografiche, con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, Apostoli e Santi e un ciclo sulla vita della Madre di Dio. Di particolare interesse le icone inerenti le parabole di Misericordia.

 

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