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Architettura sacra e teologia nelle chiese di tradizione bizantina

Il Santuario (βῆμα)

Nella tradizione bizantina, lo spazio liturgico dell’edificio di culto è concepito come “bipartito”. Lo spazio interno[1] è principalmente occupato dalla Navata, quale ambiente in cui si riunisce l’assemblea del popolo di Dio per partecipare alle funzioni liturgiche[2], mentre la parte più interna e più sacra della chiesa è il βῆμα, cioè il Santuario. È anche detto ἱεραττείον, letteralmente “dimora dei preti”, in quanto vi possono accedere solo i membri del clero[3]. A proposito della distinzione tra βῆμα e Navata, S. Massimo il Confessore afferma che: «Quel luogo che noi chiamiamo sacrario è riservato ai soli sacerdoti e ministri, quello che noi chiamiamo tempio è libero per l’accesso a tutto il popolo»[4].

Foto 1: Σωλέα (solèa)

Poiché le chiese cristiane si rifanno all’architettura laica precedente, in particolare alla Basilica romana, il termine βῆμα indicava originariamente un luogo un po’ rialzato, poi il tribunale da cui veniva amministrata la giustizia e quindi, solo successivamente, il presbiterio nella Chiesa bizantina[5]. Questo luogo rialzato[6] termina sulla parte che dà verso la navata con il σωλέα (solèa) ossia un triplice gradino a forma di semicerchio [Foto 1].

Esso rappresenta simbolicamente un seno, onde indicare che questo è il luogo dal quale la Madre Chiesa alimenta i suoi figli[7] con il cibo di vita, ossia il Corpo e Sangue di Cristo, essendo questo il punto «dal quale il celebrante distribuisce la comunione»[8]. Dal gradino più alto del solèa, in effetti, il presbitero proclama l’Evangelo e tiene l’omelia liturgica, mentre scendendo all’ultimo gradino, dà ai fedeli la sacra Comunione.

Il Santuario è la parte della chiesa ulteriormente “sacra”, nel suo significato di “separata”, in quanto effettivamente divisa dal resto dell’edificio sacro per mezzo dell’εἰκονοστάσιον (iconostasi)[9]. Tale denominazione significa «luogo delle icone»[10], poiché si tratta di un «tramezzo di legno, marmo o pietra, che separa la navata dal santuario e costituisce una sorta di sintesi della Scrittura»[11]. Per quel che concerne le chiese bizantine o, comunque, di tradizione cristiana orientale, l’iconostasi «è l’elemento caratterizzante lo spazio interno dell’architettura religiosa, tuttora valido»[12]. Esso, infatti, è l’elemento che più facilmente colpisce il visitatore appena entrato in chiesa e che maggiormente differenzia una chiesa di tradizione orientale da quelle di tradizione romana.

Progetto iconostasi – chiesa “S. Giuseppe” – Cantinella di Corigliano Calabro (A. VITERITTI)

Foto 2:Iconostasi

A tal riguardo, tra le norme del II Sinodo intereparchiale, si sottolinea che «l’iconostasi merita una particolare attenzione, tanto per il suo effetto immediato di concentrare la visione sui misteri fondamentali della fede cristiana, quanto per il suo uso liturgico. Devono essere osservati, anche nella possibile varietà di realizzazioni, gli elementi strutturali e iconografici essenziali della tradizione teologica bizantina»[13]. In antichità le chiese sia orientali che occidentali possedevano, come diaframma tra navata e presbiterio, un architrave, sostenuto da colonne, da cui pendevano veli[14] atti a celare il santuario alla vista dei fedeli in alcuni momenti della liturgia, specie alla “consacrazione”, detto templon. Col passare del tempo, mentre l’Occidente ne abbandonò l’uso, il templon si trasformò nell’iconostasi in più registri che campeggia oggi in tutte le chiese dell’Oriente cristiano [Foto 2].

A differenza di ciò che può apparire a primo impatto, l’iconostasi non è elemento di divisione, ma di unione[15]. Infatti, trattando dell’iconostasi, S. Simeone di Tessalonica affermava: «Essa ci invita a travalicare i sensi e l’intelligenza umana e passare così dal visibile ed intellegibile all’invisibile ed ineffabile»[16]. Il Cristo, la Madre di Dio e i Santi presenti sull’iconostasi si pongono dinanzi al fedele a rendere presente, secondo la teologia dell’icona, la realtà spirituale e divina che si incarna sull’altare del santuario dietro l’iconostasi.

Nella parte bassa dell’iconostasi si aprono τας θύρᾱς (le porte). Questo termine, sinonimo di πύλη[17], sta ad indicare le tre porte dell’iconostasi: una centrale e due laterali. Attraverso di esse si mettono in contatto il santuario e la navata, permettendo il passaggio da uno all’altra durante le azioni liturgiche, specie negli ἒισοδα (ingressi) della Divina Liturgia: l’isodo minore con l’Evangelo e l’isodo maggiore con le Sacre Specie, precedentemente preparate per il Sacrificio Eucaristico, ma non ancora consacrate. Durante queste simboliche processioni, che si effettuano in modo circolare, il clero esce dal βῆμα per la Porta laterale Settentrionale (a sinistra di chi guarda verso l’altare) e vi rientra per quella centrale.

Foto 4: Porta diaconale con angelo

Foto 3: Porta diaconale con diacono

La porta centrale, più larga delle altre due, viene chiamata ὡραῖα πύλη, ossia porta “bella”, ma anche βασιλική (regale)[18] o ‘αγία (santa)[19]. Attraverso di essa possono passare solo i ministri sacri, chierici appartenenti agli ordini maggiori. Le altre due porte sono dette Πλαγία πύλη, ossia “laterali”, dal greco πλάγιος[20]: obliquo. Quella a sinistra di chi guarda, da cui escono le processioni degli ἒισοδοι, è detta βόρειος πύλη, ossia Porta Settentrionale (del Nord), mentre quella destra ωότιος πύλη, Porta Meridionale (del Sud)[21], in riferimento alla loro collocazione rispetto ai punti cardinali, considerato l’orientamento della chiesa ad est. Le porte laterali possono essere intere o coprire solo la parte bassa; in questo caso il resto viene coperto attraverso delle tende. Alle porte laterali vengono comunemente poste le icone degli Arcangeli [Foto 3], oppure dei Diaconi Stefano e Lorenzo [Foto 4], così da rammentare l’uso che di queste porte si fa. Infatti, durante la Liturgia esse vengono attraversate spesso dai diaconi che, in atteggiamento angelico, ossia da “messaggeri”, esortano e guidano l’assemblea alla preghiera.

Foto 5: Porta regale dell’iconostasi

La porta centrale, invece, è sempre chiusa da una porta a due battenti che copre solo la parte bassa, detta ιμίθρον (imìthiron), su cui sono tradizionalmente dipinti l’Arcangelo Gabriele e la Vergine Maria nella scena dell’Ἒυαγγελισμος (Annunciazione) [Foto 5], chiara allusione simbolica all’ingresso di Dio nella storia umana attraverso la sua Incarnazione in Maria, porta della salvezza. Sopra la porta è tesa la tenda καταπέτασμα (katapétasma), «la quale viene chiusa durante la liturgia, quando le rubriche prescrivono che l’altare sia celato agli occhi dei fedeli»[22]. L’apertura della porta regale avviene in momenti precisi della Liturgia e il suo simbolismo immediato richiama l’immagine del Cristo[23] attraverso la quale vedere il cielo aperto[24]. È per tale ragione che le porte dell’iconostasi rimangono aperte per tutto il periodo dell’anno liturgico che va dalla Pasqua alla Pentecoste, poiché attraverso la sua Risurrezione, «Cristo ha aperto ai credenti la via promessa verso il regno dei cieli»[25].

Il cuore del Santuario – che lo rende appunto “santo” – e dell’intera chiesa è l’altare, su cui si celebra la Liturgia, chiamato anche “tavola di vita”, “tomba del Signore”[26] e, nella Liturgia, “tremendo”[27], per la venerazione e il timore che deve incutere la sua sacralità. Esso rappresenta il vero e proprio centro di gravità del tempio e tutto è «ordinato attorno ad esso poiché sull’altare si opera il mistero della discesa di Dio tra gli uomini»[28]. L’altare, in quanto «trono di gloria» (Ger 17,12), fa sì che il Signore risieda nel suo tempio[29]. Nella chiesa, l’altare «non è un semplice arredo, ma il segno permanente del Cristo sacerdote e vittima, è mensa del sacrificio e del convito pasquale che il Padre imbandisce per i figli nella casa comune, sorgente e segno di unità e carità»[30]. L’altare è il motivo per cui l’intero edificio è “Casa di Dio”[31], mentre senza di esso sarebbe solo una casa di preghiera: «Senza altare il tempio è santificato solo dalla preghiera, ma non è tabernacolo della gloria di Dio, non è la sua dimora […]»[32]. È per questo che il cuore del rito di consacrazione di una chiesa, è l’ἐωτρονισμός, ossia “intronizzazione”, cioè «l’insieme dei riti e delle preghiere con i quali un vescovo consacra un altare, cioè lo trasforma in trono destinato alla Maestà divina»[33]. Il momento culminante dell’ἐωτρονισμός è la collocazione delle sante reliquie di martiri sotto l’altare, sigillandole all’interno della colonna centrale. Senza la deposizione delle reliquie dei Santi Martiri né l’altare né la chiesa sono consacrati[34]. Questo atto richiama l’Apocalisse e il momento in cui l’Agnello fa vedere «sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa» (Ap 6,9).

La sua denominazione principale è ἁγία τράπεζα, ossia “mensa santa”; probabilmente il termine greco risale alle celebrazioni eucaristiche in origine celebrate su un comune tavolo[35] nelle abitazioni private[36]. Ma per quanto sia accostabile alla “mensa”, esso non è solo un mero piano d’appoggio, per quanto sacro, ma «è su Gesù stesso, […] che si compie la consacrazione»[37].

Foto 6: Altare

Foto 7: Particolare dell’altare (progetto A. Viteritti)

L’altare, posto al centro del βῆμα, staccato dal muro in modo tale che gli si possa girare attorno durante la liturgia[38] permette al celebrante di essere incensato su tutti i lati»[39] [Foto 6]. Il piano è costituito da una lastra di marmo di forma quadrata, sorretta da cinque colonnine: una centrale che simboleggia il Cristo e le quattro laterali simbolo degli evangelisti [Foto 7]. Questi sono anche simboleggiati da pezze di lino, dette Ύφασμα (Ύfasma), su cui sono scritti i nomi dei quattro evangelisti o raffigurati i loro simboli, che sono poste ai quattro angoli dell’altare[40]. L’altare, in quanto alta-ara, ossia luogo alto[41], si collega simbolicamente alla montagna sacra, al Golgota in primis, ma può essere accostato anche alle altre montagne sante[42] in cui si è avvenuta la Teofania nel corso della storia della salvezza consegnataci nelle Scritture.

 

Spesso l’altare è sormontato un baldacchino a forma di cupola, detto κιβόριον (ciborio), retto da quattro colonne [Foto 8, 9]. La copertura può essere emisferica, a volta, a tetto a due spioventi, a tetto a quattro (tetragonale) oppure otto (ottagonale) spioventi, più raramente piatta. Sulla sua sommità si erge una piccola croce, con o senza globo[43].

  Foto 8: Veduta dell’altare coperto da ciborio (κιβόριον Foto 9: Veduta dell’altare coperto da ciborio (κιβόριον)

Data la funzione primaria del Santuario legata alla Divina Liturgia e alla consacrazione delle Sacre Specie, sulle sue pareti, e in particolare sull’abside centrale, sono poste delle rappresentazioni iconografiche ben precise: la Comunione degli Apostoli[44] [Foto 10], i Padri della Chiesa, soprattutto gli autori delle Liturgie, ossia San Giovanni Crisostomo e San Basilio il Grande.

Foto 10: Affresco parietale “Comunione degli Apostoli”

Sempre nel βῆμα, «vale a dire nel “posto sopraelevato” […], simbolicamente legato all’Apocalisse (4,4)» [45], ha luogo l’ἃνω καθέδρα, ossia la cattedra episcopale, posta dietro l’altare al centro dell’abside[46]. Questo trono non è più utilizzato, essendo stato soppiantato dal θρόνος nella navata, ma a volte viene ancora mantenuto per il suo significato simbolico che richiama l’ἐτοιμασία του θρόνου (etimasìa), ossia la preparazione del trono[47]. Si tratta della raffigurazione iconografica del trono vuoto, preparato dagli angeli per la Παρουσία (Parusìa), la seconda venuta, l’avvento definitivo e glorioso del Signore che verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti. Questo seggio e quelli ad esso affiancati, infatti, rimangono quasi sempre vuoti, a meno che durante la lettura dell’Epistola, quando il vescovo e i celebranti vi prendono posto, simboleggiando i vegliardi adoranti dell’Apocalisse[48].

Ai due lati del βῆμα si trovano due ambienti, detti genericamente παστοφόρια (pastophòria) in ricordo dell’utilizzo che se ne faceva nella chiesa primitiva, quando i fedeli vi depositavano le offerte in cibo prima della Liturgia[49]. Essi possono essere ambienti separati dallo ἱερο βῆμα, ossia dalla parte centrale del santuario dove si erge l’altare, comunicanti attraverso piccole porte. Possono invece essere, più comunemente, semplici mense o mensole, oppure edicole ai lati del βῆμα.

Foto 11: Altarino della protesi (πρόθεσις)

Foto 12: Diakonikòn (διακονικόν)

Sulla sinistra, guardando ad oriente, c’è la πρόθεσις (pròtesi), anche παρατραπέζιον o προσκομηδή (credenza)[50] [Foto 11]. «Quest’Altare laterale, a sinistra di quello centrale, viene chiamato Pròtesis, a motivo dell’offerta dei pani che vi si compie»[51]. Su di esso, infatti, si preparano il pane e il vino (oblàte) per il sacrificio eucaristico che avrà luogo più avanti nella Liturgia. Lì ha luogo la prima parte della Liturgia, appunto detta πρόθεσις[52].

Al lato destro, in simmetria con la πρόθεσις, c’è il διακονικόν (diakonikòn) [Foto 12]. È l’altare a cui i sacerdoti e i diaconi si pongono, al principio della Liturgia, per indossare i paramenti sacri. In questo spazio, a volte, sono anche presenti armadietti utilizzati per conservare libri liturgici e vasi sacri[53]. Per questa ragione è detto anche σκευοφυλάκιον, παρατραπεζάριον, τυπυκάριον[54].

 

[1] Cfr. A. Gattabria, Architettura sacra e teologia nelle chiese di trazione bizantina, in «Granello di Senape» 74,3 (2023), 10-12.

[2] Cfr. H.-D. Döpmann, Il Cristo d’Oriente. Nascita, storia e diffusione delle Chiese ortodosse nel mondo, ECIG, Genova 1994, 122.

[3] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini e dell’Oriente cristiano, Argo, Lecce 2010, 180.

[4] R. Cantarella (ed.), San Massimo Confessore. La Mistagogia ed altri scritti, Testi Cristiani, Firenze 1931, 139.

[5] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 317.

[6] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale. Architettura e liturgia nella Chiesa bizantina, Gruppo Editoriale, Acireale – Roma 2011, 54.

[7] Cfr. Ibidem, 40.

[8] A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 287.

[9] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 180.

[10] Ibidem, 178.

[11] Ivi, 178.

[12] P. Marinaki, Architettura Ecclesiastica. Chiese bizantine nel Despotato della Morea, Tesi di Dottorato in Rilievo e Rappresentazione dell’Architettura e dell’Ambiente (XX ciclo) Università degli Studi di Napoli Federico II, 2008, 3.

[13] Ibidem, art. 330.

[14] Cfr. D. Moccia, Iconografia neo-bizantina nell’Eparchia di Lungro, Il Coscile, Castrovillari 2002, 33.

[15] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 40.

[16] J. Goar, Eucologhion sive rituale graecorum, Tipografia Bartholomei Javarin, Venezia 17302, 181.

[17] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 303.

[18] Cfr. Ibidem, 315: «‘η βασιλική πύλη, la porta regia. Si chiamava così nell’antichità a Costantinopoli la porta d’ingresso principale (μεγάλη πύλη) di una chiesa, dalla quale il clero riceveva l’imperatore (βασιλεύς), allorquando costui si recava ad assistere a una cerimonia liturgica. Il nome fu pure dato alla porta che introduce al nartece (ωάρθηξ), nella navata (ναῦς) […] Il termine fu poi utilizzato per designare la porta centrale dell’iconostasi, la porta santa (‘αγία θύρα)» dalla quale il clero accedeva al santuario (‘ιερατείον) e attraverso la quale l’imperatore si era attribuito il diritto di entrarvi. La parola oggi si trova nelle rubriche liturgiche con il significato di porta santa dell’iconostasi».

[19] Cfr. Ibidem, 257.

[20] Cfr. Ibidem, 254.

[21] Cfr. Ibidem, 178.

[22] A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 178.

[23] P.N. Evdokimov, La teologia della bellezza. L’arte dell’icona, Paoline, Roma 19844, 162.

[24] Cfr. Gv 1,51.

[25] H.-D. Döpmann, Il Cristo d’Oriente, 127.

[26] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 178.

[27] Cfr. AA.VV., La Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo. Testo greco e italiano, Tipografia del Monastero esarchico di Grottaferrata, Grottaferrata 1960, 7.

[28] M. Polia, «Il Tempio come simbolo», in Oriente Cristiano 17,1 (1977), 81.

[29] Cfr. Ab 2,20.

[30] Commissione Episcopale per la liturgia della CEI, Nota pastorale La progettazione di nuove chiese (18 febbraio 1993), n. 8.

[31] Cfr. M. Polia, «Il Tempio come simbolo», 81.

[32] A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 60.

[33] Ibidem, 148-149.

[34] Cfr. G. Alberigo (ed.), Decisioni dei Concili Ecumenici, UTET, Torino 1978, 210-11.

[35] Cfr. H.-D. Döpmann, Il Cristo d’Oriente, 127.

[36] Cfr. 1Cor 10,21.

[37] Dionigi, Hierarchia Ecclesiastica, IV,12, PG 3, 497D-500B.

[38] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 60.

[39] Cfr. Ibidem, 61.

[40] Cfr. Ivi, 61.

[41] Cfr. P.N. Evdokimov, La teologia della bellezza, 158.

[42] Cfr. M. Polia, «Il Tempio come simbolo», 82.

[43] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 118.

[44] Si differenzia dall’Ultima Cena, la cui collocazione canonica è in cima all’iconostasi, sia iconograficamente che nel suo significato teologico.

[45] H.-D. Döpmann, Il Cristo d’Oriente, 129.

[46] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 73.

[47] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 56.

[48] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 56; Cfr. Ap 4,2-4.

[49] Cfr. P. Marinaki, Architettura Ecclesiastica, 9.

[50] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 264.

[51] Cfr. N.V. Gogol, Meditazioni sulla Divina Liturgia, (a cura di Como Damiano), Oriente Cristiano, Palermo 19722, 12-13.

[52] Cfr. AA.VV., La Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo, 3-33.

[53] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 45.

[54] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 133.

Papàs Antonio Gattabria

articolo pubblicato su “Granello di Senape” anno 74, n. 4, ottobre-dicembre 2023, pagg. 10-13

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Architettura sacra e teologia nelle chiese di tradizione bizantina

Lo spazio interno: Nartèce e Navata

Si definisce “spazio liturgico” quello spazio interno alla chiesa in cui ha luogo l’azione liturgica; nelle sue diverse articolazioni, quindi, deve essere funzionale alla liturgia che ospita. Tutto ciò si interpreta architettonicamente in una costruzione gerarchica dello spazio[1], qualificando i vari luoghi a seconda della loro funzione liturgica e dotandoli degli arredi sacri essenziali[2].

Le caratteristiche architettoniche e strutturali della chiesa bizantina – oltre che gli stessi elementi interni – sono dettate dalla loro funzionalità liturgica, specie a partire dalle imponenti liturgie imperiali «a carattere peripatetico»[3], che avevano luogo in Santa Sofia all’epoca di Giustiniano (vi sec.)[4]. È solo da quest’epoca, infatti, che si può parlare di “architettura bizantina”. Tali liturgie prevedevano lunghe processioni che seguivano gli spostamenti dell’Imperatore e delle Sacre Specie, sia prima che dopo la Consacrazione. Con la caduta dell’Impero, ma già a partire dall’epoca immediatamente posteriore a Giustiniano[5], le liturgie vennero “compresse” all’interno degli edifici di culto[6]. I percorsi processionali rimasero, ma furono abbondantemente modificati e vennero rivestiti di carattere simbolico. Di queste rimangono ad oggi le processioni note come ἒισοδα (ingressi), che «non si effettuano più lungo la navata centrale […] ma in modo circolare»[7], uscendo dal βῆμα (Santuario) per la Porta Settentrionale e rientrandovi per quella Regale: l’isodo minore con l’Evangelo e l’isodo maggiore con le Sacre Specie, precedentemente preparate per il Sacrificio Eucaristico, ma non ancora consacrate.

Ogni vano interno dell’edificio di culto deve rispondere a precisi momenti della liturgia[8], cosicché la chiesa bizantina greca risulta essere formata sostanzialmente da tre parti principali: Nartèce, Navata e Santuario[9]. Alcuni scrittori antichi, tra cui Simeone di Tessalonica, descrivendo il tempio, lo definivano “bipartito”, considerando solo la divisione tra lo spazio riservato ai sacerdoti (il Santuario) e quello per il popolo. Tale separazione corrisponderebbe alle due nature di Cristo, umana e divina[10], oppure alla divisione tra corpo e anima in ogni uomo[11].

 

Il Νάρθηξ (Nartece)

La parte iniziale della chiesa, primo spazio di separazione tra il sacro e il profano, è il νάρθηξ (nartece), o anche πρόναος (pronao). Si tratta del «vestibolo della chiesa […], spesso diviso in pronao esterno (ἐξονάρθηξ) e pronao interno (ἐσωνάρθηξ)»[12].

La parte esterna, denominata ἐξονάρθηξ (exo-nartèce), è descrivibile come «portico esterno anteriore»[13] [Foto 1]. Si può presentare in forme più o meno estese, come cortile circondato da mura e colonne, a mo’ di chiostro, oppure semplicemente come veranda in muratura con un colonnato sul lato occidentale esterno[14]. L’exo-nartece è funzionale a introdurre gradualmente il fedele nello spazio sacro, permettendogli di prepararsi spiritualmente prima di attraversare la porta sacra di ingresso alla chiesa vera e propria»[15]. La porta d’ingresso principale (μεγάλη πύλη) della chiesa in antichità si chiamava ‘η βασιλική πύλη, ossia “porta regia”, poiché da essa entrava l’Imperatore (βασιλεύς), allorquando costui si recava ad assistere ad una ufficiatura liturgica[16].

Facciata principale con ἐξονάρθηξ

Foto1: Facciata principale con ἐξονάρθηξ

Il primo spazio interno, invece, è il nartece vero e proprio, o ἐνδωνάρθηξ, che «è il posto specifico di chi è vicino alla chiesa ma non è membro del popolo di Dio a pieno titolo»[17]. Quando, in antichità, vigeva la disciplina dell’arcano per cui solo i battezzati potevano accedere alla chiesa vera e propria e partecipare ai Divini Misteri, questo spazio veniva riservato ai catecumeni che si preparavano al battesimo. Al momento stabilito della Divina Liturgia[18], su invito del diacono, i suddiaconi chiudevano le porte di comunicazione tra il nartece e la navata al fine di tenere fuori i catecumeni[19].

Per tale funzione ancora oggi, nelle chiese parrocchiali, questo è il luogo in cui dovrebbe essere collocata la κολυμβήθρα, ossia il fonte battesimale[20]. Nella tradizione bizantina, il fonte battesimale è di solito capiente, finalizzato alla triplice immersione del battezzando nell’acqua battesimale. Spesso si tratta di una “tinozza” mobile a forma di calice «per accostare così il battesimo all’Eucarestia»[21] [Foto 2].

fonte battesimale (κολυμβήθρα)

Foto 2: Fonte battesimale (κολυμβήθρα)

Le norme del II Sinodo intereparchiale dispongono: «Per le chiese di nuova costruzione si preveda il battistero. Là dove non fosse possibile, così come per gli adattamenti in edifici preesistenti, la kolymvithra, sia di materia nobile o di semplice rame, fissa o mobile, abbia un luogo appropriato e ben distinto nella chiesa o meglio fuori dalla chiesa, come nella tradizione»[22].

Oltre ai catecumeni, in questo ambiente sostavano anche «quei fedeli che per particolari penitenze non erano ammessi all’eucarestia»[23]. Era questo, quindi, il luogo della preparazione e della purificazione[24].

 La Navata

La parte centrale della chiesa, compresa tra il nartece e il santuario, è detta propriamente navata, o anche τέμπλον (tempio)[25]. Ivi si riunisce l’assemblea del popolo di Dio per partecipare alle funzioni liturgiche[26], «in Sacerdozio regale dei fedeli»[27].

Si chiama “navata” in quanto «nave escatologica, […] (da navis-nave)»[28], «poiché l’Arca di Noè è la figura profetica della Chiesa»[29], ma sul piano simbolico è anche «l’espressione della natura umana creata»[30]: «di quelli che sono […] “Sposa di Cristo” e “Cielo terrestre”»[31].

La parte centrale della navata, all’intersezione dei due bracci della croce (ossia tra navata e transetto), tra le colonne che reggono la cupola, si chiama Νάος (naos), mentre gli spazi laterali, anche navate laterali, si chiamano Κλίτοι[32]. Secondo la tradizione bizantina antica, «lo spazio centrale del naos – la navata al di sotto della “Cupola dei Cieli” – era riservato al clero»[33] e rappresenta il creato trasfigurato dal Lògos[34].

Nella iconizzazione degli spazi della navata, sulla cupola campeggia il Cristo Πaνtοκράtωρ, ossia Colui che regge tutto l’universo e il principio di tutte le cose[35]. Sul tamburo che regge la cupola, figure angeliche circondano il Cristo, quindi Patriarchi e Profeti con i cartigli recanti le loro profezie sul Messia[36]. Poi, lungo tutte le pareti e le volte della chiesa, sono raffigurati i Santi e scene tratte dallo loro vita, oppure episodi biblici, ed evangelici in particolare[37]. Queste raffigurazioni ricordano che i fedeli presenti in chiesa sono il nuovo Regno di Dio, «prefigurato nei Patriarchi, annunziano nei profeti, fondato negli Apostoli, ordinato e ornato nei Sacerdoti, compiuto o portato a termine nei Martiri»[38].

Nelle due navate laterali, o comunque negli spazi laterali immediatamente davanti al Santuario, trovano posto i χόροι (cori)[39]. «Nelle chiese bizantine ci sono due cori: il coro di destra δεξιός χορός, chiamato anche primo coro (πρωτος χορός), e il coro di sinistra ἀριστερός χορός, detto anche secondo coro (δεύτερος χορός)»[40]. Per estensione, prendono lo stesso nome anche gli spazi destinati ad ospitare i cori, solitamente dotati di στασίδια, ossia di stalli ove possano sedersi i coristi e il clero nei momenti previsti dalle rubriche liturgiche[41].

Oltre ai cori, in alcune ufficiature anche lo stesso vescovo prende posto all’interno della navata, con il popolo di Dio, ma sedendo sul θρόνος (trono episcopale), anche detto δεσποτικόν[42] o καθέδρα[43] [Foto 3]. Solitamente situato presso la prima colonna di destra, vicino al Santuario [44]

Trono episcopale (θρόνος)

Foto 3: Trono episcopale (θρόνος)

Nella navata si trova altresì l’ambone, che nella tradizione greca poteva consistere in una costruzione fissa elevata dal pavimento, in modo da dominare la navata stessa[45]. Lo stesso termine ἂμβων, derivante dal greco ἀνα/βαίνω “salgo”[46], sta ad indicare la struttura su cui “salire” per proclamare la Parola di Dio.

Circa al centro della navata della chiesa, di norma in asse con la cupola centrale[47], si trova l’ὀμφαλός (l’ombelico), segnato di solito da una lastra marmorea rotonda e di colore diverso dal resto della pavimentazione[48] o da un tappeto [Foto 4]. Dal punto di vista teologico, questo punto sta a rappresentare il centro cosmico, il cuore dell’universo. Non crea problema la pluralità dei luoghi di culto, perché ciascuno di essi viene considerato quale centro dell’universo per merito della trascendenza dei livelli cosmici. Tutto è cambiato quando Gesù ha rivelato alla samaritana il nuovo culto “in spirito e verità”[49]: «Da quel momento ogni visita di un tempio è già pellegrinaggio al luogo sacro. Questo spiega la pluralità dei luoghi conservando ciascuno il senso di essere il centro, appunto perché non sono dei centri geografici ma cosmici, situati no sull’orizzontale, bensì sul verticale che unisce ogni punto all’al di là»[50].

Sull’ὀμφαλός pende il πολυέλαιος [Foto 4], grande lampadario, con «numerose luci anticamente alimentate con l’olio d’oliva»[51], molto decorato, specie attraverso l’inserzione di icone. Ad esso vengono attribuiti diversi significati, tra loro convergenti sull’indicare l’abbondanza della Misericordia di Dio che ci illumina[52].

Veduta interna.

Foto 4: Veduta interna. Si noti l’ὀμφαλός (l’ombelico) sotto il lampadario (πολυέλαιος)

Sull’ὀμφαλός e sotto il πολυέλαιος, è individuato il punto centrale della chiesa che assolve una importante funzione liturgica. Durante la Divina Liturgia, su esso deve portarsi il celebrante sia per l’ostensione del Vangelo al piccolo ingresso, che per quella dei Sacri Doni al grande ingresso; ma è anche il punto della navata in cui viene posta la κολυμβήθρα, quando questa è mobile, per l’amministrazione del Sacramento del Battesimo[53]. Questo sta a rappresentare che la nuova vita cristiana nasce all’interno del grembo della Madre Chiesa. Qui, inoltre, viene celebrato il rito dell’incoronazione, ossia il matrimonio, e hanno luogo i riti funebri. Era questa, poi, anche la collocazione antica dell’ambone[54], che successivamente venne spostato verso sinistra[55].

[1] Cfr. R. Santoro, «Spazio liturgico bizantino nell’architettura panormita (dal XI al XVI secolo)», in Oriente Cristiano 17,4 (1977), 35.

[2] Si considerano qui solo quegli arredi classificabili come “fissi” e necessari alla liturgia, quali il fonte battesimale, il trono episcopale, l’ambone, ecc.

[3] P. Marinaki, Architettura Ecclesiastica. Chiese bizantine nel Despotato della Morea, Tesi di Dottorato in Rilievo e Rappresentazione dell’Architettura e dell’Ambiente (XX ciclo) Università degli Studi di Napoli Federico II, 2008, 6.

[4] Cfr. Ibidem, 4-5.

[5] Cfr. C. Mango, Architettura Bizantina, Electa, Venezia 1978, 5-6.

[6] Cfr. R.F. Taft, Storia sintetica del rito bizantino, LEV, Città del Vaticano 1999, 82.

[7] P. Marinaki, Architettura Ecclesiastica, 8.

[8] Cfr. R. Santoro, «Struttura e spazialità bizantina nella forma architettonica di S. Maria dell’Ammiraglio», in Oriente Cristiano 17,2 (1977), 99.

[9] Cfr. P. De Meester, Catechismo liturgico del rito bizantino, Scuola Tipografica Pontificia, Pompei 19392, 5.

[10] Cfr. J. Goar, Eucologhion sive rituale graecorum, Tipografia Bartholomei Javarin, Venezia 17302, 181.

[11] Cfr. R. Cantarella (ed.), San Massimo Confessore. La Mistagogia ed altri scritti, Testi Cristiani, Firenze 1931, 35.

[12] A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini e dell’Oriente cristiano, Argo, Lecce 2010, 228.

[13] Ibidem, 157.

[14] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale. Architettura e liturgia nella Chiesa bizantina, Gruppo Editoriale, Acireale – Roma 2011, 21.

[15] M. Polia, «Il Tempio come simbolo», in Oriente Cristiano 17,1 (1977), 78.

[16] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 315.

[17] O. Raquez, «Roma Orientalis». Approcci al patrimonio delle Chiese d’Oriente, Lipa, Roma 2000, 424.

[18] Cfr. N.V. Gogol, Meditazioni sulla Divina Liturgia, (a cura di Como Damiano), Oriente Cristiano, Palermo 19722, 37-38.

[19] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 23.

[20] A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 229.

[21] Ibidem, 196-197.

[22] AA.VV., II Sinodo Intereparchiale Eparchie di Lungro e di Piana degli Albanesi e Monastero esarchico di S.M. di Grottaferrata. Comunione e annuncio dell’Evangelo. Orientamenti pastorali e norme canoniche (8 settembre 2010), art. 322.

[23] H.-D. Döpmann, Il Cristo d’Oriente. Nascita, storia e diffusione delle Chiese ortodosse nel mondo, ECIG, Genova 1994, 121.

[24] Cfr. A. Hart, Wall paintings and mosaics in contemporary churches: Theological principles determining their subject matter and placement, <http://aidanharticons.com/wp-content/uploads/2012/08/WALL-PAINTINGS-AND-MOSAICS.pdf> (26/07/2012), 4.

[25] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 299.

[26] Cfr. H.-D. Döpmann, Il Cristo d’Oriente, 122.

[27] P.N. Evdokimov, La teologia della bellezza, 155.

[28] Ibidem, 153.

[29] Ibidem, 159.

[30] H.-D. Döpmann, Il Cristo d’Oriente, 123.

[31] O. Raquez, «Roma Orientalis», 420.

[32] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 196.

[33] P. Marinaki, Architettura Ecclesiastica, 6.

[34] Cfr. A. Hart, Wall paintings and mosaics, 5.

[35] Cfr. A. Hart, Some principles of orthodox church architecture, , <http://www.hexaemeron.org/htms/

newsletter_ss07_hart.htm> (26/07/2012), 8.

[36] Cfr. A. Hart, Wall paintings and mosaics, 5.

[37] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 30.

[38] O. Raquez, «Roma Orientalis», 420.

[39] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 29.

[40] A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 124.

[41] Cfr. Ibidem, 288.

[42] Cfr. Ibidem, 132.

[43] Cfr Ibidem, 307.

[44] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 29.

[45] Cfr. Congregazione per le Chiese Orientali, Istruzione per l’applicazione delle prescrizioni liturgiche del codice dei canoni delle Chiese orientali (6 gennaio 1996), n. 105.

[46] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 62.

[47] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 30.

[48] Cfr. Ibidem, 34.

[49] Cfr. Gv 4,21.

[50] P.A. Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona (1921-1922), (a cura di Zolla Elémire), Adelphi, Milano 19812, 146.

[51] A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 256.

[52] Cfr. J. Goar, Eucologhion, 27.

[53] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 235.

[54] Cfr. J. Goar, Eucologhion, 15.

[55] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 35.

Papàs Antonio Gattabria

articolo pubblicato su “Granello di Senape” anno 74, n. 3, luglio-settembre 2023, pagg. 10-13

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Architettura sacra e teologia nelle chiese di tradizione bizantina

In ogni tempo, in ogni cultura, ciascun popolo ha eretto dei luoghi sacri in cui concentrare particolarmente l’attività liturgica e di preghiera. Così come spiega il termine “tempio”, dal latino templum, in greco τήμενος (tèmenos), si tratta di uno spazio circoscritto sacralmente, ossia separato, diviso dal mondo circostante[1]. Per i cristiani, nel cuore dello spazio non ancora evangelizzato[2] «s’innalza lo spazio organizzato del Tempio. Questa porzione di spazio terrestre viene eletta e “separata” dallo spazio profano circostante a partire dal rito di fondazione di una chiesa, quando al centro del terreno dove essa sorgerà, il vescovo pianta una croce[3]. Ma è in particolar modo significativo che, durante il rito di consacrazione della chiesa stessa, il vescovo e il clero compiano intorno ad essa tre giri[4] con un atto che «ritaglia una certa superficie, la separa dallo spazio profano, la purifica e […] trasforma un luogo qualsiasi in luogo specifico della teofania»[5]. Affinché le chiese vengano riconosciuti come “spazio sacro”, è necessario che vi siano le condizioni[6]: «Per questo è necessario costruire luoghi identificati per la liturgia, selezionando teologicamente la qualità simbolica, valida, essa sola, a trasfigurare la percezione naturale delle cose e dei fenomeni»[7].

In primis, la costruzione di una chiesa, secondo i criteri stabiliti sapientemente dalla Tradizione, rappresenta un atto di creazione dell’ordine dal caos: attraverso le proporzioni, la misura e l’ordine si crea un κόσμος[8]. Restaurando l’ordine, nella chiesa si «ristabilisce ciò che era in Paradiso e sarà nel Regno»[9]. Pertanto il luogo di culto, in quanto tempio, non può avere delle forme architettoniche che lo confondano nel paesaggio antropico circostante, né tanto meno può sottostare esclusivamente alle esigenze estetiche ed espressive dell’artista che ne elabora il progetto bensì, in quanto «discesa di Dio nella sua creazione»[10] deve esprimere una tendenza teocentrica, in assoluta aderenza al modello divino[11]. La chiesa trova il suo archetipo[12] nella Gerusalemme Celeste[13], dove non ci sarà più il Tempio, ma in mezzo ad essa si troverà «il trono di Dio e l’Agnello» (Ap 22,3). Al contempo, la chiesa stessa diviene «via dell’ascesa al cielo»[14]. Tutto nell’edificio ecclesiastico fa pensare al cielo e soprattutto la direzione spaziale si estende «secondo il piano verticale: è la direzione della preghiera simbolizzata dall’ascesa dell’incenso […], simbolizzato ancora dalle mani innalzate del sacerdote, dal movimento dell’epiclesi e della elevazione dei doni»[15].

Nel caso dell’architettura sacra, lo spazio non è solo “memoria”, ma diviene simbolo o, meglio, icona che, lungi dall’essere semplicemente simbolo, seppur utilizzi ampiamente il linguaggio simbolico, richiama e rende presente Colui che vi è rappresentato. Si tratta del concetto di partecipazione al modello, di cui parla Giovanni Damasceno[16]. L’icona è, pertanto, sempre presenza della divinità invisibile e ciò è possibile in quanto «l’Invisibile si è reso visibile»[17], ossia il Figlio di Dio ha assunto forma e natura umana[18]. Date queste prerogative dell’icona, si può giustamente affermare che l’intera «chiesa-edificio si può considerare una “icona escatologica”»[19].

Inoltre, ciascuno dei suoi elementi architettonici e delle parti in cui si articola è funzionale alla Liturgia o alle Ufficiature che vi si svolgono, ma è anche carico di significati simbolici e teologici che, «come le diverse parti di una divina sinfonia»[20], aiutano ad entrare in contatto con il Divino[21] che si incarna nella Liturgia.

 

Caratteristiche strutturali

Nella sua forma e nei suoi caratteri principali, la chiesa cristiana prende a modello, adattandole alla propria esigenze, la basilica civile pre-cristiana[22], a pianta longitudinale, e gli edifici a pianta centrale[23]. Col tempo si venne a configurare una situazione per cui la Chiesa orientale adottò il modello a pianta centrale, mentre quella latina il modello basilicale. Tale suddivisione, oggi eccessivamente rimarcata, non sempre rispecchia la realtà dei fatti, dato che nel concreto storico i due modelli architettonici convivevano[24].

In entrambi i casi, la pianta delle chiese venne ad assumere la forma di una croce. La forma a croce riveste un profondo significato simbolico, richiamando il simbolo per eccellenza della cristianità; inoltre, fa sì che i fedeli al suo interno, in quanto assemblea e Corpo mistico di Cristo, assumano la stessa forma di croce. A tal proposito non si deve dimenticare che lo stesso Cristo parla del suo Corpo come di un tempio[25].

La chiesa a modello basilicale, dato l’impianto longitudinale, riproduce nella sua piantina una croce “latina”; in essa il braccio verticale, corrispondente allo spazio che dalla facciata della chiesa giunge fino all’abside, è più lungo di quello trasversale, che costituisce il transetto.

Figura 1: Pianta di una chiesa a croce latina “commissa”. Basilica paleocristiana di San Pietro in Roma[26]

Figura 2: Pianta di una chiesa a croce latina “immissa”, basilicale[27]

 

Figura 3: Pianta di una chiesa a croce greca[29]

 

Nel modello a pianta centrale, i due bracci di eguale lunghezza si incrociano al centro in modo da formare una croce “greca” [28].

Figura 4: Pianta di una chiesa a croce greca iscritta[33]

   Le chiese a pianta centrale con croce greca possono essere di diverso genere, ma in particolare si presentano, seppure in numerose varianti, con la pianta a “croce libera” (non inscritta), “a triconco” o “a croce inscritta”[30]. Quest’ultima forma risulta essere la più diffusa nel cristianesimo di tradizione orientale[31], specie di area greca, a partire dalla metà del x secolo[32].

La forma a croce viene solitamente inscritta in un quadrato, così che vengano a crearsi altri quattro ambienti ai lati dei bracci. Nel punto centrale di intersezione dei due bracci, sorretta da quattro colonne o pilastri, si innalza una cupola[34], che rimanda alla forma del cerchio. L’interazione del cerchio e del quadrato richiama chiaramente la Gerusalemme celeste[35], dichiarandola esplicitamente quale archétipo. Infatti, la forma quadrata, «sormontata dalla forma sferica della cupola, sintetizza l’unione del cerchio e del quadrato, misura e cifra del cielo e del regno».[36] Difatti, mentre il quadrato è considerato simbolo «della solidità, dell’arresto e della terra. Rappresenta l’universo creato, la terra divisa nelle quattro direzioni dello spazio, il corpo, la materia»[37], il cerchio rappresenta «l’unità illimitata di Dio e la sua perfezione. Individuato con il punto centrale, rappresenta il caos sottoposto all’azione ordinatrice del Logos»[38]. Tutta la chiesa, dunque, accanto al principio antropologico, risponde ad un principio cosmologico che la rende «proiezione dell’Universo, creato a immagine e somiglianza del cosmo nel suo significato più ampio, divino»[39].

Figura 5: Schema di chiesa greca a croce libera[45]

La cupola, che è figura del cielo e del soprasensibile e, «con le sue linee, […] traduce il movimento discendente dell’amore divino»[40], si presenta quasi come fosse una sfera che è immersa per più della metà nel cubo, costituito dal corpo ecclesiale: è il simbolo di Dio che, nella sua kènosi, irrompe nel Creato e nella storia umana per trasfigurarli in Regno di Dio e storia di salvezza. È per questo che il II Sinodo intereparchiale, ricorda: «La disposizione architettonica (nartece, navata, vima, hieratèrion), eventualmente la cupola come forma di cielo discendente che raccoglie la comunità […] concorrono a presentare un mondo trasfigurato, segno del regno di Dio»[41]. La cupola, nella quale tradizionalmente campeggia il Cristo Πaνtοκράtωρ (Pantokràtor)[42], e tutto l’ordinamento interno della chiesa, concorrono affinché la percezione del tempio proceda dall’alto verso il basso, discendendo dal cielo sulla terra. «Perfino le colonne che reggevano la cupola venivano viste e interpretate non come sostegni che salivano dal basso verso l’alto, ma come radici del cielo calate verso terra»[43]. A differenza dello stile Gotico diffusosi in Occidente, per cui il collegamento con il Divino era rappresentato attraverso elementi architettonici che suggeriscono l’ascesa[44], nell’architettura sacra orientale è Dio che “abbraccia” l’uomo scendendo al suo livello. All’uomo è richiesta l’ascesi, ma questa non è intesa come sforzo personale di “conquista”, ma come imitazione del modello cristologico proposto attraverso le icone sante presenti alle pareti e in tutta la chiesa stessa.

Figura 6: Schema di chiesa a triconco[46]

Tra le caratteristiche principali dell’edificio sacro bizantino, qualunque sia il suo impianto, vi è quella dell’orientamento rituale ad est. Questa è una delle maggiori peculiarità, tanto che l’articolo del II Sinodo Intereparchiale già citato stabilisce che «le nuove chiese siano […] per quanto possibile rivolte con l’abside ad oriente»[47]. Carattere risalente alla chiesa primitiva[48], si tratta di una tradizione non scritta che risale addirittura agli stessi apostoli, secondo Giovanni Damasceno[49]. Che la chiesa sia orientata ad est significa che verso quel punto cardinale è posta l’abside della chiesa, e questo affinché «il sacerdote e l’ecclesìa, pregando, guardino verso oriente»[50]. Questo, infatti, tra i punti cardinali, riveste una particolare valenza simbolico-teologica in quanto punto da cui sorge il Sole. Tale assunto si basa sull’identificazione teologica di Cristo[51] con la Luce del mondo[52] e il “Sole di giustizia”[53] che è già venuto nel mondo e che tornerà alla fine dei tempi, nella Παρουσία (Parusìa): «Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo» (Mt 24,27). Pertanto, entrando in chiesa si va incontro al Sole[54] e verso il Sole-Cristo si rivolge per chiedere misericordia sia il fedele che il sacerdote il quale, quindi, non volge le spalle all’assemblea, ma postosi a guida di essa, si rivolge anch’egli verso Oriente[55].

 

[1] Cfr. M. Polia, «Il Tempio come simbolo», in Oriente Cristiano 17,1 (1977), 67.

[2] Cfr. P.N. Evdokimov, La teologia della bellezza. L’arte dell’icona, Paoline, Roma 19844, 155.

[3] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini e dell’Oriente cristiano, Argo, Lecce 2010, 114.

[4] Cfr. Ibidem, 108.

[5] P.N. Evdokimov, La teologia della bellezza, 157.

[6] Cfr. M.C. Giorda – S. Hejazi, «Spazi e luoghi sacri. Prospettive e metodologie di studio», in Humanitas 68,6 (2013), 918.

[7] AA.VV., II Sinodo Intereparchiale Eparchie di Lungro e di Piana degli Albanesi e Monastero esarchico di S.M. di Grottaferrata. Comunione e annuncio dell’Evangelo. Orientamenti pastorali e norme canoniche (8 settembre 2010), art. 318.

[7] Ibidem, art. 316.

[8] Cfr. M. Polia, «Il Tempio come simbolo», 68.

[9] Massimo il Confessore, Loci communes, PG 91, 872.

[10] P.N. Evdokimov, La teologia della bellezza, 150.

[11] Cfr. M. Polia, «Il Tempio come simbolo», 69.

[12] Cfr. P.N. Evdokimov, La teologia della bellezza, 150.

[13] Cfr. Ap 21,21-22.

[14] P.A. Florenskij, Le porte regali, 52.

[15] P.N. Evdokimov, La teologia della bellezza, 153.

[16] Cfr. Giovanni Damasceno, Adversus eos qui sacras immagine abiciunt, PG 94, 1240.

[17] Teodoro Studita, Epistolae, PG 99, 332.

[18] Cfr. H. Pfeiffer, L’immagine di Cristo nell’arte, Città Nuova, Roma 1986, 35.

[19] Commissione Episcopale per la liturgia della CEI, L’adeguamento delle chiese, n. 13.

[20] L. Lucini, Simbolica orientale. Architettura e liturgia nella Chiesa bizantina, Gruppo Editoriale, Acireale – Roma 2011, 8.

[21] Cfr. M.C. Giorda – S. Hejazi, «Spazi e luoghi sacri», 918.

[22] Cfr. J. Plazaola, Arte cristiana nel tempo. Storia e significato, vol. 1, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2001, 70.

[23] Cfr. P. Adorno, L’arte italiana. Le sue radici medio-orientali e greco-romane. Il suo sviluppo nella cultura europea. vol. 1, G. D’Anna, Messina – Firenze 1991, 429.

[24] Cfr. R. Santoro, «Spazio liturgico bizantino nell’architettura panormita (dal XI al XVI secolo)», in Oriente Cristiano 17,4 (1977), 62.

[25] Cfr. Gv 2,21; Eb 9,11.

[26] J. Plazaola, Arte cristiana nel tempo, 72.

[27] P. Adorno, L’arte italiana, 559.

[28] Cfr. P. Adorno, L’arte italiana, 438.

[29] P. Adorno, L’arte italiana, 559.

[30] Cfr. P. Marinaki, Architettura Ecclesiastica. Chiese bizantine nel Despotato della Morea, Tesi di Dottorato in Rilievo e Rappresentazione dell’Architettura e dell’Ambiente (XX ciclo) Università degli Studi di Napoli Federico II, 2008, 10.

[31] Cfr. J. Yiannias, Orthodox Art and Architecture, <http://www.goarch.org/ourfaith/ourfaith8025> (2/04/2014), 3.

[32] Cfr. C. Mango, Architettura Bizantina, Electa, Venezia 1978, 114.

[33] Ivi.

[34] Cfr. R. Santoro, «Struttura e spazialità bizantina nella forma architettonica di S. Maria dell’Ammiraglio», in Oriente Cristiano 17,2 (1977), 96.

[35] Cfr. Ap 21,16.

[36] P.N. Evdokimov, La teologia della bellezza, 153.

[37] M. Polia, «Il Tempio come simbolo», 75.

[38] Ibidem, 74.

[39] A. Sinjavskij, Il tempio ortodosso figura dell’universo, <http://dimensionesperanza.it/aree/ecumene/chiese-cristiane/item/451-il-tempio-ortodosso-figura-dell-universo-andrej-sinjavskij.html> (4/04/2014), 2.

[40] P.N. Evdokimov, La teologia della bellezza, 154.

[41] AA.VV., II Sinodo Intereparchiale, art. 329.

[42] Cfr. E.F. Fortino, Iconografia bizantina visione del mondo nuovo, Besa, Roma 2003, 6-7.

[43] A. Sinjavskij, Il tempio ortodosso figura dell’universo, 2.

[44] Cfr. A. Hart, The sacred in art and architecture: Timeless principles and contemporary challenges, <http://aidanharticons.com/wp-content/uploads/2012/08/SACRED-IN-ART-AND-ARCHITECTURE.pdf> (28/03/2014), 7.

[45] S.A. Curuni, Schema di chiesa a croce greca “libera” <http://docenti.lett.unisi.it/files/3/4/2/6/Croce_libera_01.jpg> (22/04/2014).

[46] S.A. Curuni, Schema di chiesa a croce greca “triconco” <http://docenti.lett.unisi.it/files/3/4/2/7/Triconco.jpg> (22/04/2014).

[47] AA.VV., II Sinodo Intereparchiale, art. 317.

[48] Cfr. Congregazione per le Chiese Orientali, Istruzione per l’applicazione delle prescrizioni liturgiche, n. 107.

[49] Giovanni Damasceno, Esposizione sulla fede ortodossa, iv,12, PG 94, 1133-1136.

[50] M. Polia, «Il Tempio come simbolo», 76.

[51] Cfr. R. Taft, La liturgia delle Ore in Oriente ed Occidente, Lipa, Aprilia 2001, 33.

[52] Cfr. Gv 1,5.

[53] Cfr. Sal 19,1; Ml 3,20.

[54] Cfr. P.N. Evdokimov, La teologia della bellezza, 159.

[55] Cfr. Congregazione per le Chiese Orientali, Istruzione per l’applicazione delle prescrizioni liturgiche, n. 107.

 

articolo pubblicato su “Granello di Senape” anno 74, n. 2, aprile-giugno 2023, pagg. 9-13

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Calendario ed anno liturgico bizantino. Dal chrònos al kàiros: il tempo della liturgia

La parola Liturgia (λειτουργία), oltre a significare la Celebrazione Eucaristica, come “Santa e Divina Liturgia”, è la “pratica” di vita che «ci introduce, ci fa comunicare alla vita nuova del Regno»[1]. La liturgia, pertanto, non è solo un’espressione individuale della fede e della devozione; ma è la fonte primaria per comprendere e introdurre nel mistero di Cristo, cuore pulsante della vita cristiana[2]. Essa non è una mera riproduzione di pratiche, più o meno antiche, nemmeno una sclerotizzata rappresentazione drammaturgica, «non è il vestito interscambiabile e del tutto esteriore della fede: è, bensì, la fede vissuta dalla chiesa»[3]. Attraverso di essa, quindi, si può ben comprendere il senso che la Chiesa – o, ancora meglio, la comunità ecclesiale, – attribuisce ai singoli elementi della propria vita di fede. Nonostante la liturgia cristiana dei primi secoli non si differenziasse in occidentale e orientale[4], dopo lunga e complessa evoluzione storica emerse nella propria specificità il rituale liturgico delle Chiese d’Oriente, comune sia a cattolici orientali che ortodossi, conosciuto come “rito bizantino”.

Chiunque abbia una qualche familiarità con il calendario e la liturgia bizantina, sa che nel mese di settembre, esattamente a partire dal primo settembre, ha inizio il nuovo anno. Spesso ci si confonde, affermando che in quella data, anniversario della vittoria di Costantino su Massenzio, inizi l’anno liturgico, ma in realtà non è così, poiché nella suddivisione del tempo liturgico quella data non costituisce alcuna interruzione e non comporta alcun cambiamento significativo. In realtà, il 1 settembre “Inizio dell’Indizione, cioè dell’Anno nuovo”, corrisponde al principio dell’anno ecclesiastico, che coincideva con l’inizio dell’anno civile bizantino.

In realtà qualcosa succede il primo settembre: inizia uno dei cicli liturgici di cui si combina la liturgia bizantina, quello delle feste a data fissa, conosciuto come Minèa (“i mesi”) in quanto contenuto in volumi suddivisi mensilmente, che ha inizio proprio il primo settembre, in quanto la sua suddivisione in libri corrisponde all’anno ecclesiastico. Questo ciclo liturgico è altrimenti detto Santorale, perché riporta le memorie quotidiane dei Santi, degli avvenimenti da commemorare e le feste che ricorrono ogni anno nello stesso giorno, dette perciò a data fissa.

Questo appena descritto è solo uno dei tre cicli che si intersecano tra di loro[5]. La liturgia bizantina, infatti, si snoda attraverso un complesso sistema costituito da questi tre diversi cicli, di cui è impossibile comprendere la struttura e la logica interna «se non si coglie la suggestione dinamica del passaggio dal “vecchio” al “nuovo”»[6]. Oltre al Santorale, vi è il ciclo dell’Oktόichos (“otto toni”), che ha inizio a partire dal giorno di Pasqua e prevede una successione settimanale, con l’avvicendarsi di otto toni, da cui la denominazione, e di ufficiature specifiche per ogni giorno della settimana.  Infine il terzo è il ciclo annuale a data mobile, poiché riporta le feste e memorie che cambiano data ogni anno in riferimento a quella della Pasqua. Il calendario liturgico, quindi, si costituisce da una combinazione di questi tre cicli – non solo quello delle feste a data mobile, ma anche quelli degli Otto toni, e delle letture bibliche alla Liturgia eucaristica -, che hanno il loro inizio e il loro fondamento nella Pasqua, la quale viene teologicamente vissuta come un’anticipazione della Parusìa (“seconda venuta”) del Cristo, nella gloria.

L’anno liturgico si sviluppa attorno ad essa, estendendosi in un “prima” e un “dopo”: preceduta dal Triódion, periodo penitenziale di dieci settimane, ed è seguita dal Pentikostárion, tempo di gioia della durata di otto settimane.

Il Triódion, periodo di preparazione liturgico-spirituale alla Pasqua, più o meno corrispondente alla Quaresima della Chiesa romano-latina, prende nome dal libro liturgico che viene usato proprio in questo periodo. Nell’uso comune esso è sinonimo di tempo penitenziale e conduce al mistero pasquale tutti coloro che partecipano alla liturgia. La Quaresima è come un «viaggio spirituale, il cui scopo è di trasferirci da uno stato spirituale ad un altro»[7], ma soprattutto «di far sì che il nostro cuore – possa aprirsi alle realtà dello spirito, e sperimentare la segreta “fame e sete” di comunione con Dio»[8]. La sua finalità è suscitare in ciascun fedele, e nella Chiesa tutta, il desiderio, l’anelito[9] dell’amante nei confronti dell’amata, della Sposa che, non trovando più lo Sposo accanto a sé, si incammina per cercarlo[10]. In tal senso si può affermare che durante la Quaresima si assiste al «ritorno della Chiesa alla situazione spirituale dell’Antico Testamento – il tempo prima di Cristo, il tempo del pentimento e dell’attesa (…) La Grande Quaresima è il periodo in cui si attualizza (…) la vita di attesa peregrinante»[11].

Con la domenica di Pasqua si cambia libro liturgico, mettendo da parte il Triódion per passare all’utilizzo del Pentikostárion, che condurrà a celebrare ancora per cinquanta giorni la Pasqua e poi, attraverso la coerenza dei cicli liturgici, per il resto dell’anno. In questo lungo periodo, la lungimiranza pastorale e teologica dei Padri ha previsto un cammino mistagogico che aiuti i fedeli a comprendere sempre meglio i misteri celebrati nella Grande e Santa Settimana e nella Pasqua, non tanto da un punto di vista intellettuale, quanto piuttosto in riferimento alla propria vita.

Altrettanto importante per intendere il senso della liturgia è il ciclo settimanale, infatti, «se il corso dell’anno liturgico simboleggia il divenire dell’umanità nella Chiesa, dall’“inizio” dell’essere fino al raggiungimento della pienezza che avrà “fine”, (…) questo ciclo rappresenta le tappe della via della “salvezza”»[12]. Ogni giorno della settimana, appunto, è dedicato ad una memoria particolare, il cui insieme «abbozza una visione globale del mistero cristiano»[13]. La domenica è il giorno della Risurrezione del Signore, seguita dal lunedì in cui si commemorano gli “Incorporei” (gli Angeli); il martedì del Precursore, S. Giovanni Battista; il mercoledì in ricordo del tradimento di Giuda; il giovedì consacrato agli Apostoli e alla Cena Mistica (Ultima Cena); il venerdì, memoria della Passione di Cristo; sabato, commemorazione particolare dei fedeli defunti. Così, i giorni della settimana indicano simbolicamente la settimana cosmica chiusa in se stessa o la totalità della storia[14].

Il giorno di festa settimanale, che l’antico Israele osservava di sabato, in ricordo della Creazione, venne quasi subito trasferito dai cristiani al giorno seguente, il primo della settimana successiva, proprio a ricordo particolare della Risurrezione del Signore, la nuova Creazione. Secondo i Padri della Chiesa, la domenica non sostituisce il sabato, ma costituisce l’ottavo giorno o il primo in senso assoluto ed unico, e raffigura l’eternità[15]. Il primo giorno della settimana, quindi, è la domenica, riconosciuta come giorno della Risurrezione di Cristo, Pasqua settimanale; ma non sempre la domenica è da considerarsi l’inizio. Proprio perché identifica anche l’ottavo giorno, nel tempo del Triòdion, il tempo della preparazione, la domenica è il punto d’arrivo della settimana. In queste dieci settimane, anche il ciclo settimanale induce a dirigere le menti e i cuori dei fedeli verso la Pasqua, pertanto «le settimane del tempo quaresimale cominciano il lunedì e terminano la domenica, a Pasqua»[16]. A partire dalla domenica di Pasqua, invece, si assiste ad un’inversione del tempo. «Il tempo stesso si inverte nella vita nuova in cui stiamo per penetrare; essa sarà ritmata dagli uffici del ciclo quotidiano, di quello settimanale e di quello annuale, che traggono la loro origine dalla Pasqua. A partire dalla Grande Quaresima, i giorni erano contati dal lunedì alla domenica; questa chiudeva la settimana, era l’ultimo suo giorno. Adesso diventerà il primo: a partire da oggi, le settimane saranno contate dopo la Resurrezione»[17].

[1] A. Schmemann, La Grande Quaresima, Marietti, Casale Monferrato 1986, p. 9.

[2] Cfr. R. F. Taft, A partire dalla liturgia. Perché è la liturgia che fa la Chiesa, Lipa, Roma 2004, p. 47.

[3] O. Clement, La Chiesa ortodossa, Queriniana, Brescia 20132, p. 97.

[4] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale. Architettura e liturgia nella Chiesa bizantina, Gruppo Editoriale, Acireale – Roma 2011, p. 11.

[5] Cfr. M. Donadeo, L’anno liturgico bizantino, Morcelliana, Brescia 1991, pp. 19-25.

[6] J. Meyendorff, La Teologia bizantina. Sviluppi storici e temi dottrinali, (Saggi teologici 9), Marietti 1820, Genova 1984, p. 147.

[7] C. Andronikof C., Il senso della Pasqua nella liturgia bizantina. I giorni della preparazione e della Passione, (Liturgia e Vita 6), vol. I, Editrice Elle Di Ci, Torino 1986, p. 67.

[8] Ibidem, p 29.

[9] Cfr. Sal 42,2-3.

[10] Cfr. Ct 3,1-2.

[11] A. Schmemann, La Grande Quaresima…, p. 39.

[12] C. Andronikof, Il senso della Pasqua, vol. I…, p. 14.

[13] O. Raquez (a cura), Guida alla celebrazione nelle Chiese di Tradizione bizantina, Lipa, Roma 2002, p. 50.

[14] Cf. P. N. Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, Edizioni Paoline, Roma 19844, p. 143.

[15] Cfr. P. N. Evdokimov, Teologia della bellezza…, p. 143.

[16] M. Donadeo, Icone di Cristo e di Santi…, 27-28.

[17] C. Andronikof, Il senso della Pasqua nella liturgia bizantina. I cinquanta giorni della festa, (Liturgia e Vita 7), vol. II, Editrice Elle Di Ci, Torino 1986, p. 8.

 

Papàs Antonio Gattabria

articolo pubblicato su “Granello di Senape” anno 73, n. 3, luglio-settembre 2022, pagg. 13-14

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La Pasqua cristiana attraverso l’iconografia

1. Affresco Anàstasis presso la chiesa del SS. Salvatore di Chora, Istanbul (1310 ca.)

In una chiesa bizantina, l’iconografia ci fornisce la chiave necessaria per capire e vivere il senso di una festa o di una verità di fede, in stretta connessione con le ufficiature liturgiche. Il ruolo ricoperto dall’icona[1] sacra nella prassi liturgica, nella teologia e spiritualità dell’Oriente cristiano ne evidenzia la particolare visione teologica mistica e sensibile, specie perché «l’icona è immagine e persino presenza dell’Invisibile»[2]. In queste particolari funzioni l’icona trasmette un messaggio che è difficile comprendere a fondo se viene vista unicamente con gli occhi dello storico dell’arte o del teologo, perché la si sradicherebbe dal suo contesto che è, innanzitutto, liturgico. L’icona esplode come la luce di una visione ed esprime, proclamandola, la fede ecclesiale, nell’alveo della liturgia. Così si spiega la funzione importante che l’icona della Risurrezione, o meglio della Discesa agli Inferi, svolge nella liturgia di Pasqua.

Nell’iconografia tradizionale il momento vero e proprio della Resurrezione di Cristo non fu mai raffigurato. Tanto i Vangeli quanto la Tradizione della Chiesa mantengono il silenzio su quel momento. È per questo motivo che l’iconografia bizantina ha sviluppato diversi modi di rappresentare l’evento Risurrezione, ciascuno dei quali sottolinea un momento particolare della narrazione evangelica: le donne mirofore al sepolcro con l’angelo; l’apparizione di Gesù alle due Marie (il Saluto delle Mirofore, Chére tón Mirofóron); l’apparizione di Gesù alla Maddalena, anche conosciuta come “Noli me tangere”. Mentre, solo a partire dalla fine del Trecento si è imposto in Occidente il modello iconografico del Cristo che esce vittorioso dal sepolcro, questo tipo non penetrò mai nella tradizione orientale.

Rispetto a questi modelli iconografici, quella che viene maggiormente utilizzato e che si identificata con il senso vero della Pasqua è l’Ανάστασης (Anastasis, Resurrezione), conosciuta come Discesa agli Inferi, dove per Inferi non si intende l’Inferno ma l’Ade, ossia il luogo in cui sostavano i morti, sia giusti che peccatori. Seppure porti spesso l’iscrizione “Risurrezione di Cristo”, non rappresenta propriamente la Risurrezione, intesa come ascesa dalla tomba, bensì come discesa, mostrando ai fedeli il momento in cui il Cristo vittorioso, impugnando la Croce, scende agli Inferi e ne scardina le porte, liberando i progenitori Adamo ed Eva, e con loro tutti i giusti dell’Antico Testamento.

Sulla discesa del Signore nell’Oltretomba non ci informano i Vangeli canonici, ma ne parlano esplicitamente quattro passi della Scrittura (Cfr. Sal 16(15), 9‑10; At 2,31; 1Pt 3,18‑19; 4,6), in particolare afferma la lettera di Pietro che: «messo a morte nella carne ma vivificato nello Spirito, […] in esso andò a portare l’annuncio anche agli spiriti in prigione, a coloro

2. Particolare icona dell’Anastasis (Macedonia 1350 ca.)

che un tempo erano stati disobbedienti» (1Pt 3,18-19). Concorde è anche la testimonianza dei Padri della Chiesa e la tradizione liturgica, specie bizantina. Ma la fonte più diretta di questa icona è forse un passo di un apocrifo tratto dal Vangelo di Nicodemo:

Venne allora una voce che diceva: «Aprite le porte!» Udita questa voce per la seconda volta, l’Ade rispose come se non lo conoscesse dicendo: «Chi è questo re della gloria?» Gli angeli del padrone gli risposero: «Un Signore forte e potente, un Signore potente in guerra!» A queste parole, le porte bronzee furono subito infrante e ridotte a pezzi, le sbarre di ferro polverizzate, e tutti i morti, legati in catene, furono liberati e noi con essi. Ed entrò, come un uomo, il Re della Gloria e furono illuminate tutte le tenebre dell’Ade» (21, 3).

La scena iconografica è dominata da due montagne, che si stagliano verso il cielo e, scendono verso terra per accentuare la profondità degli inferi. Il paesaggio roccioso e brullo significa che l’azione si svolge in un mondo arido e freddo, quindi ostile e rende la scena iconograficamente simile ad altre immagini del ciclo teofanico relative alla vita terrena di Gesù, quali la Natività secondo la carne, la Teofania (Battesimo di Gesù nel Giordano), la Trasfigurazione. Ciò rivela come il mistero pasquale sia compreso quale compimento assoluto e suggello dell’economia della salvezza.

 

Il Cristo glorioso è il focus della composizione: al centro dell’icona troneggia il Signore risorto, inserito in una mandorla di luce divina, avvolto in vesti candide e luminose, spesso ricoperte da luminescenze in oro dette assist, funzionali a sottolineare la sua essenza divina e regale. Come nell’icona della Trasfigurazione la veste di Cristo non ha i tradizionali colori porpora e azzurro, ma è Cristo che diventa sorgente luminosa, concentra in sé tutta la potenza della luce-energia divina e deifica il suo corpo. È il trionfo della luce sulle tenebre. Nella Pasqua si esprime definitivamente l’esperienza che la Chiesa fa di Gesù come Signore unico ed assoluto. Egli porta ancora i segni permanenti, anamnestici, della sua Passione salvifica; sono le stesse ferite che il Risorto mostra ai dieci apostoli nel Cenacolo la sera di Pasqua. La presenza delle ferite della Passione, diventa la conferma

3. Particolare del mosaico del Monastero di Hosios Lukas (XI sec.)

dell’identità tra il Risorto e Gesù.

La resurrezione di Cristo è, dunque, la grande Teofania. Il trionfo di Cristo è sugli Inferi, sui demoni, sulla morte; Egli è il Vincitore della morte, che trionfa, perché con la sua morte ha calpestato la Morte: «Cristo è risorto dai morti, con la morte ha calpestato la morte e a coloro ch’erano nelle tombe donando la vita»[3]. Sotto i suoi piedi si scorgono le porte bronzee dell’Ade, scardinate con le loro serrature, i chiodi e i chiavistelli sparsi qua e là. L’Ade, regno delle ombre e della morte, è stato espugnato, non può trattenere chi risplende di luce divina, e le sue porte, divelte, giacciono sotto i piedi del vincitore. Gli Inferi sono rappresentati con una oscura voragine che si apre nella terra, simile alla grotta nell’icona del Natale o del Battesimo di Gesù nel Giordano. La

4. Particolare dell’affresco dell’Anàstasis di Manuel Panselinos, presso Protatòs sul Monte Athos (XIV sec.)

sua oscurità tende a esprimere la lontananza da Dio, il ripiegamento della creatura su se stessa, la sua pretesa di autosufficienza.

L’icona non raffigura solo il momento della lotta di Cristo con gli Inferi, ma il suo ritorno trionfante che, afferrando per i polsi Adamo ed Eva, nostri progenitori, li aiuta ad emergere dal sepolcro. La scelta iconografica di far afferrare i progenitori per il polso non è casuale, ma ha il significato simbolico di sottolineare che Adamo ed Eva non hanno alcun merito e non collaborano all’opera redentiva, ma vengono salvati solo per Grazia. Adamo ed Eva sono raffigurati in ginocchio così come, secondo uno schema tipico dell’arte imperiale bizantina, i popoli sconfitti si ponevano dinanzi al sovrano vittorioso, che li rialza in segno di “liberazione”. Attraverso il contatto della mano, il Salvatore comunica loro la vita. Proprio questo gesto di risveglio, o meglio di risollevamento, fornisce il nome più conosciuto di quest’icona: Anàstasis, significa proprio questo.

Con Adamo ed Eva tutta l’umanità risorge ed è liberata dalle catene della morte. Mentre Adamo guarda il Salvatore con gratitudine, Eva, invece, intimorita ha le mani coperte in segno di venerazione, spesso, è prostrata in atto liturgico di proskinisis (adorazione). Indossa un manto (mafórion) tutto rosso, che simboleggia l’umanità, perché Lei è la madre dei viventi (Cfr. Gen 3,20). In essi sono rappresentati tutti gli uomini, redenti dal Signore Gesù. Ritorna l’antitesi tra l’antico Adamo e Gesù, il “Nuovo Adamo”: col primo la Creazione ha conosciuto il peccato, con Cristo si ha una “nuova Creazione”, la palingenesi. La Pasqua diviene così una commemorazione (anámnesis) ed una ricapitolazione (anakephalàiosis) di tutta l’opera redentrice di Cristo, dall’incarnazione alla risurrezione, che diviene nuova Creazione.

5. Particolare Icona dell’Anastasis – Bisanzio (XV sec.)

Dietro Adamo ed Eva, sui due lati di Cristo, sono tratteggiati diversi personaggi, in numero variabile a seconda del modello iconografico: rappresentano il «il popolo immerso nelle tenebre [che] ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata» (Mt 4,16. Cfr. Is 9,1.). Tra loro ci sono i giusti dell’Antico Testamento, in modo particolare i re e i profeti d’Israele, che attendevano con fede la venuta del Salvatore, che riconoscono il Signore disceso negli Inferi e, attraverso il loro annuncio, ne hanno preparato la venuta. Volutamente, grazie ad alcuni simboli iconografici, si distinguono alcuni personaggi fondamentali della storia della salvezza, con particolare attenzione all’attesa messianica: i re Davide e Salomone sono riconoscibili per la corona e le vesti regali ma, mentre Davide è più anziano e con barba e capelli bianchi, suo figlio Salomone è rappresentato più giovane e imberbe. Il Precursore Giovanni Battista, l’ultimo dei profeti, abbigliato di peli come da tradizione iconografica, è raffigurato nell’atto di indicare il Signore. Tra i profeti, compare solitamente Daniele, riconoscibile per il copricapo frigio, poi Isaia, Giona e Geremia. Tra i patriarchi, il giusto Abele, che per primo provò l’esperienza della morte, Noè con un modellino dell’Arca, Mosè con le tavole della legge o col libro del Pentateuco.

È necessario e doveroso notare come, parallelamente alle azioni liturgiche e ai testi eucologico-innografici, anche l’iconografia richiami il duplice movimento, ascendente-discendente, tipico della Pasqua: Cristo scende agli Inferi e contemporaneamente ne riemerge, sollevando fisicamente Adamo e portando con sé i prigionieri, ormai liberati, segno dell’umanità salvata.

 

P. Antonio Gattabria

[1] Dal greco εικόν = immagine.

[2] E. Sendler, L’icona immagine dell’invisibile. Elementi di teologia estetica e tecnica, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1985, 41.

[3] Tropario di Pasqua.

 

articolo pubblicato sulla rivista “Granello di Senape oggi” n. 2 del 2022, pagg. 10-13

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L’Eparchia di Lungro nella Chiesa italiana.

Comunione di fede nella varietà di tradizioni

Il Signore Dio ha fatto un grande dono alla Chiesa italiana mettendola nelle condizioni di vivere la fede cristiana respirando pienamente con due polmoni: quello occidentale e quello orientale. Parafrasando le parole di San Giovanni Paolo II, la presenza nella Chiesa italiana delle Chiese particolari di rito bizantino rappresentano una ricchezza e l’opportunità di arricchirsi ed edificarsi vicendevolmente nella comunione. A tal proposito, la realtà dell’Eparchia di Lungro si dimostra assolutamente singolare e feconda in quanto, osservando la piena comunione ecclesiale con la Chiesa Cattolica, rimane fedele al patrimonio di fede e tradizione bizantina trasmessole dai Padri e la rende presenza viva nella spiritualità della Chiesa italiana di oggi. Lungi dall’essere solo un retaggio storico, la vita spirituale e liturgica dei fedeli dell’Eparchia di Lungro osserva ancora oggi la tradizione bizantina con il suo ricco patrimonio liturgico, cerimoniale, iconografico, teologico, spirituale, melurgico.
L’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi dell’Italia continentale è una diocesi della Chiesa italiana, caratterizzata dal suo essere Chiesa di rito bizantino-greco, per gli arbëreshë del Sud Italia. La cattedra episcopale si trova nel paesino di Lungro, sul versante sud-ovest della Catena montuosa del Pollino. Qui si trova anche la Cattedrale dedicata a San Nicola di Mira, patrono dell’intera Eparchia. Da questa sede il vescovo guida l’Eparchia, diocesi di tradizione orientale che conta circa 40.000 fedeli in 30 parrocchie site in diverse comunità paesane. Peculiare è la distribuzione sul territorio che, differentemente dalle altre diocesi, non si presenta contigua, ma “a macchia di leopardo”, ossia con paesi non tutti limitrofi, i quali si trovano in zone diverse della provincia di Cosenza, in Calabria, ma anche nell’area meridionale della Basilicata e in Puglia, particolarmente a Lecce e Bari, nonché a Villa Badessa, in provincia di Pescara, Abruzzo. I fedeli dell’Eparchia sono assistiti nella propria vita di fede da una cinquantina di sacerdoti di rito greco, i quali celebrano la Liturgia e le officiature secondo la tradizione bizantina e il Typikon di Costantinopoli. I fedeli chiamano i propri sacerdoti Papàs secondo la tradizione orientale, Zoti in lingua arbëreshe parlata dal popolo. La stessa lingua è stata ammessa quale lingua liturgica dal 1968, accanto al greco, che è la lingua liturgica ufficiale. Il testo ufficiale di celebrazione eucaristica più diffuso è La Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo, gli altri testi sono quello di S. Basilio (previsto solo in 10 giorni determinati dell’anno liturgico) e quello di S. Giacomo, che viene usato solo in rare occasioni. Anche la celebrazione degli altri sacramenti si svolge secondo la tradizione bizantina.
Seppur l’Eparchia di Lungro abbia da poco celebrato i primi 100 anni dalla sua istituzione (1919-2019), la Chiesa arbëreshe in Italia vanta almeno cinque secoli di storia, tra difesa strenua della propria identità e fedeltà all’insegnamento di Cristo.

Costretti a lasciare le proprie terre in seguito all’avanzare dei Turchi Ottomani, i discendenti del condottiero albanese Giorgio Castriota Skanderbeg trovarono accoglienza nel Meridione d’Italia, proprio nel coincidere di tre avvenimenti di fondamentale importanza per la loro storia: il Concilio di Firenze del 1439, la caduta di Costantinopoli del 1453 e la morte di Skanderbeg nel 1468. Il Concilio di Firenze dichiarò l’unione fra la Chiesa romana e la Chiesa greca (1439) e, seppur gli esiti di quel Concilio non furono duraturi, favorirono la genesi della Chiesa arbëreshe in Italia. L’inizio dell’invasione turca, sino alla caduta di Costantinopoli (1453), spinse molti albanesi a fuggire. Le migrazioni verso l’Italia aumentarono con la morte del condottiero albanese Giorgio Castriota Skanderbeg (1468), dopo la quale la resistenza albanese all’invasore perse ogni speranza. I profughi albanesi giunsero in Italia in tempi differenti, recando con sé un patrimonio di cultura ed identità (lingua, tradizioni, canto…) di cui la religione si potrebbe a ragione definire il principio fondamentale. Per questo gli arbëreshë difesero strenuamente e per secoli la propria identità religiosa come caratteristica identitaria e peculiare. La presenza della Chiesa bizantina arbëreshe in Italia si apre, pertanto, in un periodo di unione esistente tra Chiese romana e greca e in questo quadro va vista la sistemazione data agli albanesi nelle varie zone dell’Italia meridionale. È interessante rilevare come in questo primo periodo vi furono diversi Vescovi orientali, inviati dall’Arcivescovo di Ocrida ma regolarmente autorizzati dal Papa di Roma, che esercitarono la giurisdizione canonica sulle comunità Italo-Albanesi. La scelta di permanere nell’osservanza al rito bizantino fu condivisa dal clero e dal popolo, con il beneplacito della Santa Sede che, con diversi documenti, ha ordinato la tutela del rito greco-bizantino presso le costituite comunità arbëreshe, vietando soprusi e vessazioni.
Una svolta importante fu portata dal Concilio di Trento (1563). Seppur il Concilio non abbia preso decisioni specifiche nei confronti degli orientali viventi in Italia, l’applicazione dei suoi decreti produsse un decisivo mutamento. Col Breve “Romanus Pontifex” di Pio IV (1564) e diverse successive determinazioni pontificie, si stabilì la piena sottomissione canonica del clero bizantino e delle comunità arbëreshe alla giurisdizione dei Vescovi latini. Ciò causò, soprattutto nel XVII secolo, il passaggio di molte di queste comunità dal rito greco a quello latino. Nonostante l’istituzione della Congregazione dei Greci (1574) a Roma e la successiva istituzione della carica di un Vescovo ordinante (1595), anch’esso legato al Collegio di Roma, la situazione religiosa delle comunità arbëreshe bizantine versava sempre più in difficoltà.
A risolvere la situazione provò Papa Clemente XII, il quale istituì il Pontificio Collegio Corsini in San Benedetto Ullano (1732), per la formazione dei giovani italo-albanesi aspiranti al sacerdozio. Subito dopo fu istituita la figura di un Vescovo ordinante legato al Collegio (1735). Lo stesso Collegio venne trasferito nel 1794 a S. Demetrio Corone col nome di Collegio “S. Adriano”. Il nome si ricollega all’omonima abbadia greca, fondata da S. Nilo nel 955, che venne riattata all’occasione.
Nei secoli, numerose furono le richieste di autonomia ecclesiastica, alle quali la nomina di un Vescovo ordinante cercò di porre rimedio, ma in maniera incompleta e insufficiente. Solo il 13 febbraio 1919, con la Costituzione Apostolica “Catholici fideles graeci ritus”, papa Benedetto XV istituì l’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi dell’Italia Continentale.

La Santa Sede fu la prima a dare un riconoscimento giuridico ed effettivo alla realtà storica e particolare degli Italo-Albanesi. Il primo Vescovo di Lungro fu Mons. Giovanni Mele (1919-1979), che la resse dalla istituzione alla sua morte, per circa 60 anni, impegnandosi a “costruire” dal nulla una realtà diocesana molto particolare, non solo per il rito ma anche per la distribuzione eterogenea sul territorio. Il suo successore fu Mons. Giovanni Stamati (1967-1987), che nei suoi vent’anni di episcopato operò per il recupero della spiritualità bizantina e del patrimonio liturgico. Egli fu il Vescovo a ridosso del Concilio Vaticano II e, nel 1968, decretò l’uso liturgico della lingua albanese. Il terzo Vescovo, Mons. Ercole Lupinacci (1987-2010), ha provveduto a dare dignità al patrimonio liturgico ed iconografico delle Chiese parrocchiali, impegnandosi per un progressivo ritorno alla tradizione bizantina.
Attualmente il Vescovo è Mons. Donato Oliverio, il cui programma pastorale è evidentemente improntato su due grandi linee direttive: da un lato ribadire la piena fedeltà degli Italo-Albanesi alla Chiesa Cattolica e al Papa di Roma, dall’altro lato confermare la porzione di popolo di Dio che è stata a lui affidata nel mantenimento della fede cristiana nella tradizione bizantina ricevuta dai padri. Partendo da questi presupposti, si possono meglio comprendere i diversi pellegrinaggi diocesani alla Cattedra di San Pietro, ma anche i viaggi in Albania, terra dei padri, e i rapporti con la Chiesa Ortodossa Greca, sino alla visita ufficiale di Sua Santità il Patriarca Bartolomeo nell’Eparchia di Lungro. L’impegno ecumenico, soprattutto rivolto all’Oriente Cristiano, è una peculiarità dell’Eparchia che si spende quotidianamente e in diversi modi per l’unità dei cristiani, nella ferma convinzione che il futuro prossimo della Chiesa sia l’unità nella retta fede, declinata nella ricchezza e varietà delle differenze ecclesiali.

A tal proposito risuonano forti le parole incise nello stemma dell’Eparchia: “ΙΝΑ OSΙΝ ΕΝ” – “QË TË JENË NJË” – “UT UNUM SINT”, che sono le parole stesse di Cristo “Che siano uno”, assunte come missione specifica della piccola Chiesa Italo-Albanese di Lungro, nell’ambito della Chiesa calabrese.

Papàs Antonio Gattabria

articolo pubblicato sulla rivista “Granello di Senape oggi” n. 1 del 2022
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Parrocchia SS. Salvatore di Cosenza

Icona S. Francesco di Paola e S. Nilo da Rossano

Icona S. Francesco di Paola e S. Nilo da Rossano

A Cosenza, nel centro storico della città, sorge la chiesa di San Francesco di Paola. Accanto ad essa si trova la chiesa del Santissimo Salvatore. Un tempo appartenuta all’Arciconfraternita dei Sarti, dal 1978 venne affidata all’Eparchia di Lungro per la cura pastorale degli arbëreshë, italo-albanesi residenti in città.
La Parrocchia greco-cattolica, in cui si celebra secondo il rito bizantino, si sta progressivamente arricchendo di un consistente patrimonio iconografico. Le numerose icone, che segnano un percorso teologico-pastorale nel loro dispiegarsi lungo la navata, aiutano i fedeli a pregare, a partecipare alla vita liturgica e a contemplare il mistero divino.
Tra di esse ha da poco trovato posto un’icona raffigurante due santi calabresi la cui venerazione è fondamentale per la comunità arbëreshe: San Francesco di Paola e San Nilo da Rossano.

San Nilo, eminente rappresentante della tradizione monastica bizantina in Italia, nacque a Rossano nel 910 al tempo del dominio bizantino e della grande diffusione del monachesimo basiliano in zona.
Nilo, il cui nome di battesimo era Nicola, rimase orfano di genitori molto presto e fu affidato alle cure della sorella. Ancor in giovane età, si sposò ed ebbe una figlia. Però, compresa la propria vocazione monastica, dopo aver sistemato la situazione familiare, si unì ai monaci basiliani della valle del Mercurion, tra Calabria e Basilicata, assumendo il nome di Nilo.
La sua esperienza comunitaria durò circa tre anni, trascorsi i quali si ritirò in eremitaggio presso Rossano, con dedizione totale alla preghiera e allo studio e diventando maestro di nuovi monaci.
Per un certo periodo visse anche presso un tempio dedicato ai santi martiri Adriano e Natalia, oggi nel comune di S. Demetrio Corone. Successivamente si spostò nel principato di Capua, continuando ad educare monaci di rito orientale. Trascorse altri dieci anni presso Gaeta, quindi partì col discepolo Bartolomeo da Rossano alla volta di Roma, ma sulla strada, “per celeste ispirazione”, si fermarono presso la cappella detta Cryptoferrata, oggi Grottaferrata, dove decisero di edificare un’abbazia. S. Nilo, però, fece solo in tempo a indicarne il luogo, poi si spense nel vicino monastero greco di Sant’Agata il 26 settembre 1004.

San Francesco di Paola, patrono principale della Calabria, nacque a Paola nel 1416 e può a ragione essere considerato l’ultimo testimone del monachesimo italo-greco. La tradizione dice che Francesco trascorse la sua vita in pura santità e all’insegna della penitenza sin dalla nascita. Fin da fanciullo, ricevette da Dio il grande dono di operare miracoli per dare sollievo ai bisognosi e per testimoniare l’immenso Amore di Dio.
All’età di soli quattordici anni iniziò la vita eremitica nel bosco di Paola. Ben presto, altri si associarono a questa esperienza, riconoscendolo come guida spirituale, dando, di fatto, inizio all’Ordine dei Minimi.
Dopo aver fondato diversi conventi in Calabria e Sicilia e aver operato numerosi miracoli, la fama di santità di Francesco si diffuse rapidamente e presto raggiunse la corte di Luigi XI in Francia il quale, colpito da un grave male, invitò il santo alla sua corte, sperando in una guarigione miracolosa. Nonostante San Francesco avesse rigettato l’invito del sovrano, fu spinto da Papa Sisto IV a raggiungere la corte francese. In Francia il Santo visse circa venticinque anni e, dopo aver trascorso gli ultimi anni in serena solitudine, morì in il 2 aprile 1507.

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