Si definisce “spazio liturgico” quello spazio interno alla chiesa in cui ha luogo l’azione liturgica; nelle sue diverse articolazioni, quindi, deve essere funzionale alla liturgia che ospita. Tutto ciò si interpreta architettonicamente in una costruzione gerarchica dello spazio[1], qualificando i vari luoghi a seconda della loro funzione liturgica e dotandoli degli arredi sacri essenziali[2].
Le caratteristiche architettoniche e strutturali della chiesa bizantina – oltre che gli stessi elementi interni – sono dettate dalla loro funzionalità liturgica, specie a partire dalle imponenti liturgie imperiali «a carattere peripatetico»[3], che avevano luogo in Santa Sofia all’epoca di Giustiniano (vi sec.)[4]. È solo da quest’epoca, infatti, che si può parlare di “architettura bizantina”. Tali liturgie prevedevano lunghe processioni che seguivano gli spostamenti dell’Imperatore e delle Sacre Specie, sia prima che dopo la Consacrazione. Con la caduta dell’Impero, ma già a partire dall’epoca immediatamente posteriore a Giustiniano[5], le liturgie vennero “compresse” all’interno degli edifici di culto[6]. I percorsi processionali rimasero, ma furono abbondantemente modificati e vennero rivestiti di carattere simbolico. Di queste rimangono ad oggi le processioni note come ἒισοδα (ingressi), che «non si effettuano più lungo la navata centrale […] ma in modo circolare»[7], uscendo dal βῆμα (Santuario) per la Porta Settentrionale e rientrandovi per quella Regale: l’isodo minore con l’Evangelo e l’isodo maggiore con le Sacre Specie, precedentemente preparate per il Sacrificio Eucaristico, ma non ancora consacrate.
Ogni vano interno dell’edificio di culto deve rispondere a precisi momenti della liturgia[8], cosicché la chiesa bizantina greca risulta essere formata sostanzialmente da tre parti principali: Nartèce, Navata e Santuario[9]. Alcuni scrittori antichi, tra cui Simeone di Tessalonica, descrivendo il tempio, lo definivano “bipartito”, considerando solo la divisione tra lo spazio riservato ai sacerdoti (il Santuario) e quello per il popolo. Tale separazione corrisponderebbe alle due nature di Cristo, umana e divina[10], oppure alla divisione tra corpo e anima in ogni uomo[11].
Il Νάρθηξ (Nartece)
La parte iniziale della chiesa, primo spazio di separazione tra il sacro e il profano, è il νάρθηξ (nartece), o anche πρόναος (pronao). Si tratta del «vestibolo della chiesa […], spesso diviso in pronao esterno (ἐξονάρθηξ) e pronao interno (ἐσωνάρθηξ)»[12].
La parte esterna, denominata ἐξονάρθηξ (exo-nartèce), è descrivibile come «portico esterno anteriore»[13] [Foto 1]. Si può presentare in forme più o meno estese, come cortile circondato da mura e colonne, a mo’ di chiostro, oppure semplicemente come veranda in muratura con un colonnato sul lato occidentale esterno[14]. L’exo-nartece è funzionale a introdurre gradualmente il fedele nello spazio sacro, permettendogli di prepararsi spiritualmente prima di attraversare la porta sacra di ingresso alla chiesa vera e propria»[15]. La porta d’ingresso principale (μεγάλη πύλη) della chiesa in antichità si chiamava ‘η βασιλική πύλη, ossia “porta regia”, poiché da essa entrava l’Imperatore (βασιλεύς), allorquando costui si recava ad assistere ad una ufficiatura liturgica[16].

Foto1: Facciata principale con ἐξονάρθηξ
Il primo spazio interno, invece, è il nartece vero e proprio, o ἐνδωνάρθηξ, che «è il posto specifico di chi è vicino alla chiesa ma non è membro del popolo di Dio a pieno titolo»[17]. Quando, in antichità, vigeva la disciplina dell’arcano per cui solo i battezzati potevano accedere alla chiesa vera e propria e partecipare ai Divini Misteri, questo spazio veniva riservato ai catecumeni che si preparavano al battesimo. Al momento stabilito della Divina Liturgia[18], su invito del diacono, i suddiaconi chiudevano le porte di comunicazione tra il nartece e la navata al fine di tenere fuori i catecumeni[19].
Per tale funzione ancora oggi, nelle chiese parrocchiali, questo è il luogo in cui dovrebbe essere collocata la κολυμβήθρα, ossia il fonte battesimale[20]. Nella tradizione bizantina, il fonte battesimale è di solito capiente, finalizzato alla triplice immersione del battezzando nell’acqua battesimale. Spesso si tratta di una “tinozza” mobile a forma di calice «per accostare così il battesimo all’Eucarestia»[21] [Foto 2].

Foto 2: Fonte battesimale (κολυμβήθρα)
Le norme del II Sinodo intereparchiale dispongono: «Per le chiese di nuova costruzione si preveda il battistero. Là dove non fosse possibile, così come per gli adattamenti in edifici preesistenti, la kolymvithra, sia di materia nobile o di semplice rame, fissa o mobile, abbia un luogo appropriato e ben distinto nella chiesa o meglio fuori dalla chiesa, come nella tradizione»[22].
Oltre ai catecumeni, in questo ambiente sostavano anche «quei fedeli che per particolari penitenze non erano ammessi all’eucarestia»[23]. Era questo, quindi, il luogo della preparazione e della purificazione[24].
La Navata
La parte centrale della chiesa, compresa tra il nartece e il santuario, è detta propriamente navata, o anche τέμπλον (tempio)[25]. Ivi si riunisce l’assemblea del popolo di Dio per partecipare alle funzioni liturgiche[26], «in Sacerdozio regale dei fedeli»[27].
Si chiama “navata” in quanto «nave escatologica, […] (da navis-nave)»[28], «poiché l’Arca di Noè è la figura profetica della Chiesa»[29], ma sul piano simbolico è anche «l’espressione della natura umana creata»[30]: «di quelli che sono […] “Sposa di Cristo” e “Cielo terrestre”»[31].
La parte centrale della navata, all’intersezione dei due bracci della croce (ossia tra navata e transetto), tra le colonne che reggono la cupola, si chiama Νάος (naos), mentre gli spazi laterali, anche navate laterali, si chiamano Κλίτοι[32]. Secondo la tradizione bizantina antica, «lo spazio centrale del naos – la navata al di sotto della “Cupola dei Cieli” – era riservato al clero»[33] e rappresenta il creato trasfigurato dal Lògos[34].
Nella iconizzazione degli spazi della navata, sulla cupola campeggia il Cristo Πaνtοκράtωρ, ossia Colui che regge tutto l’universo e il principio di tutte le cose[35]. Sul tamburo che regge la cupola, figure angeliche circondano il Cristo, quindi Patriarchi e Profeti con i cartigli recanti le loro profezie sul Messia[36]. Poi, lungo tutte le pareti e le volte della chiesa, sono raffigurati i Santi e scene tratte dallo loro vita, oppure episodi biblici, ed evangelici in particolare[37]. Queste raffigurazioni ricordano che i fedeli presenti in chiesa sono il nuovo Regno di Dio, «prefigurato nei Patriarchi, annunziano nei profeti, fondato negli Apostoli, ordinato e ornato nei Sacerdoti, compiuto o portato a termine nei Martiri»[38].
Nelle due navate laterali, o comunque negli spazi laterali immediatamente davanti al Santuario, trovano posto i χόροι (cori)[39]. «Nelle chiese bizantine ci sono due cori: il coro di destra δεξιός χορός, chiamato anche primo coro (πρωτος χορός), e il coro di sinistra ἀριστερός χορός, detto anche secondo coro (δεύτερος χορός)»[40]. Per estensione, prendono lo stesso nome anche gli spazi destinati ad ospitare i cori, solitamente dotati di στασίδια, ossia di stalli ove possano sedersi i coristi e il clero nei momenti previsti dalle rubriche liturgiche[41].
Oltre ai cori, in alcune ufficiature anche lo stesso vescovo prende posto all’interno della navata, con il popolo di Dio, ma sedendo sul θρόνος (trono episcopale), anche detto δεσποτικόν[42] o καθέδρα[43] [Foto 3]. Solitamente situato presso la prima colonna di destra, vicino al Santuario [44]

Foto 3: Trono episcopale (θρόνος)
Nella navata si trova altresì l’ambone, che nella tradizione greca poteva consistere in una costruzione fissa elevata dal pavimento, in modo da dominare la navata stessa[45]. Lo stesso termine ἂμβων, derivante dal greco ἀνα/βαίνω “salgo”[46], sta ad indicare la struttura su cui “salire” per proclamare la Parola di Dio.
Circa al centro della navata della chiesa, di norma in asse con la cupola centrale[47], si trova l’ὀμφαλός (l’ombelico), segnato di solito da una lastra marmorea rotonda e di colore diverso dal resto della pavimentazione[48] o da un tappeto [Foto 4]. Dal punto di vista teologico, questo punto sta a rappresentare il centro cosmico, il cuore dell’universo. Non crea problema la pluralità dei luoghi di culto, perché ciascuno di essi viene considerato quale centro dell’universo per merito della trascendenza dei livelli cosmici. Tutto è cambiato quando Gesù ha rivelato alla samaritana il nuovo culto “in spirito e verità”[49]: «Da quel momento ogni visita di un tempio è già pellegrinaggio al luogo sacro. Questo spiega la pluralità dei luoghi conservando ciascuno il senso di essere il centro, appunto perché non sono dei centri geografici ma cosmici, situati no sull’orizzontale, bensì sul verticale che unisce ogni punto all’al di là»[50].
Sull’ὀμφαλός pende il πολυέλαιος [Foto 4], grande lampadario, con «numerose luci anticamente alimentate con l’olio d’oliva»[51], molto decorato, specie attraverso l’inserzione di icone. Ad esso vengono attribuiti diversi significati, tra loro convergenti sull’indicare l’abbondanza della Misericordia di Dio che ci illumina[52].

Foto 4: Veduta interna. Si noti l’ὀμφαλός (l’ombelico) sotto il lampadario (πολυέλαιος)
Sull’ὀμφαλός e sotto il πολυέλαιος, è individuato il punto centrale della chiesa che assolve una importante funzione liturgica. Durante la Divina Liturgia, su esso deve portarsi il celebrante sia per l’ostensione del Vangelo al piccolo ingresso, che per quella dei Sacri Doni al grande ingresso; ma è anche il punto della navata in cui viene posta la κολυμβήθρα, quando questa è mobile, per l’amministrazione del Sacramento del Battesimo[53]. Questo sta a rappresentare che la nuova vita cristiana nasce all’interno del grembo della Madre Chiesa. Qui, inoltre, viene celebrato il rito dell’incoronazione, ossia il matrimonio, e hanno luogo i riti funebri. Era questa, poi, anche la collocazione antica dell’ambone[54], che successivamente venne spostato verso sinistra[55].
[1] Cfr. R. Santoro, «Spazio liturgico bizantino nell’architettura panormita (dal XI al XVI secolo)», in Oriente Cristiano 17,4 (1977), 35.
[2] Si considerano qui solo quegli arredi classificabili come “fissi” e necessari alla liturgia, quali il fonte battesimale, il trono episcopale, l’ambone, ecc.
[3] P. Marinaki, Architettura Ecclesiastica. Chiese bizantine nel Despotato della Morea, Tesi di Dottorato in Rilievo e Rappresentazione dell’Architettura e dell’Ambiente (XX ciclo) Università degli Studi di Napoli Federico II, 2008, 6.
[4] Cfr. Ibidem, 4-5.
[5] Cfr. C. Mango, Architettura Bizantina, Electa, Venezia 1978, 5-6.
[6] Cfr. R.F. Taft, Storia sintetica del rito bizantino, LEV, Città del Vaticano 1999, 82.
[7] P. Marinaki, Architettura Ecclesiastica, 8.
[8] Cfr. R. Santoro, «Struttura e spazialità bizantina nella forma architettonica di S. Maria dell’Ammiraglio», in Oriente Cristiano 17,2 (1977), 99.
[9] Cfr. P. De Meester, Catechismo liturgico del rito bizantino, Scuola Tipografica Pontificia, Pompei 19392, 5.
[10] Cfr. J. Goar, Eucologhion sive rituale graecorum, Tipografia Bartholomei Javarin, Venezia 17302, 181.
[11] Cfr. R. Cantarella (ed.), San Massimo Confessore. La Mistagogia ed altri scritti, Testi Cristiani, Firenze 1931, 35.
[12] A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini e dell’Oriente cristiano, Argo, Lecce 2010, 228.
[13] Ibidem, 157.
[14] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale. Architettura e liturgia nella Chiesa bizantina, Gruppo Editoriale, Acireale – Roma 2011, 21.
[15] M. Polia, «Il Tempio come simbolo», in Oriente Cristiano 17,1 (1977), 78.
[16] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 315.
[17] O. Raquez, «Roma Orientalis». Approcci al patrimonio delle Chiese d’Oriente, Lipa, Roma 2000, 424.
[18] Cfr. N.V. Gogol, Meditazioni sulla Divina Liturgia, (a cura di Como Damiano), Oriente Cristiano, Palermo 19722, 37-38.
[19] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 23.
[20] A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 229.
[21] Ibidem, 196-197.
[22] AA.VV., II Sinodo Intereparchiale Eparchie di Lungro e di Piana degli Albanesi e Monastero esarchico di S.M. di Grottaferrata. Comunione e annuncio dell’Evangelo. Orientamenti pastorali e norme canoniche (8 settembre 2010), art. 322.
[23] H.-D. Döpmann, Il Cristo d’Oriente. Nascita, storia e diffusione delle Chiese ortodosse nel mondo, ECIG, Genova 1994, 121.
[24] Cfr. A. Hart, Wall paintings and mosaics in contemporary churches: Theological principles determining their subject matter and placement, <http://aidanharticons.com/wp-content/uploads/2012/08/WALL-PAINTINGS-AND-MOSAICS.pdf> (26/07/2012), 4.
[25] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 299.
[26] Cfr. H.-D. Döpmann, Il Cristo d’Oriente, 122.
[27] P.N. Evdokimov, La teologia della bellezza, 155.
[28] Ibidem, 153.
[29] Ibidem, 159.
[30] H.-D. Döpmann, Il Cristo d’Oriente, 123.
[31] O. Raquez, «Roma Orientalis», 420.
[32] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 196.
[33] P. Marinaki, Architettura Ecclesiastica, 6.
[34] Cfr. A. Hart, Wall paintings and mosaics, 5.
[35] Cfr. A. Hart, Some principles of orthodox church architecture, , <http://www.hexaemeron.org/htms/
newsletter_ss07_hart.htm> (26/07/2012), 8.
[36] Cfr. A. Hart, Wall paintings and mosaics, 5.
[37] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 30.
[38] O. Raquez, «Roma Orientalis», 420.
[39] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 29.
[40] A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 124.
[41] Cfr. Ibidem, 288.
[42] Cfr. Ibidem, 132.
[43] Cfr Ibidem, 307.
[44] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 29.
[45] Cfr. Congregazione per le Chiese Orientali, Istruzione per l’applicazione delle prescrizioni liturgiche del codice dei canoni delle Chiese orientali (6 gennaio 1996), n. 105.
[46] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 62.
[47] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 30.
[48] Cfr. Ibidem, 34.
[49] Cfr. Gv 4,21.
[50] P.A. Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona (1921-1922), (a cura di Zolla Elémire), Adelphi, Milano 19812, 146.
[51] A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 256.
[52] Cfr. J. Goar, Eucologhion, 27.
[53] Cfr. A. Vaccaro, Dizionario dei termini liturgici bizantini, 235.
[54] Cfr. J. Goar, Eucologhion, 15.
[55] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale, 35.
Papàs Antonio Gattabria
articolo pubblicato su “Granello di Senape” anno 74, n. 3, luglio-settembre 2023, pagg. 10-13
