Comunione di fede nella varietà di tradizioni
Il Signore Dio ha fatto un grande dono alla Chiesa italiana mettendola nelle condizioni di vivere la fede cristiana respirando pienamente con due polmoni: quello occidentale e quello orientale. Parafrasando le parole di San Giovanni Paolo II, la presenza nella Chiesa italiana delle Chiese particolari di rito bizantino rappresentano una ricchezza e l’opportunità di arricchirsi ed edificarsi vicendevolmente nella comunione. A tal proposito, la realtà dell’Eparchia di Lungro si dimostra assolutamente singolare e feconda in quanto, osservando la piena comunione ecclesiale con la Chiesa Cattolica, rimane fedele al patrimonio di fede e tradizione bizantina trasmessole dai Padri e la rende presenza viva nella spiritualità della Chiesa italiana di oggi. Lungi dall’essere solo un retaggio storico, la vita spirituale e liturgica dei fedeli dell’Eparchia di Lungro osserva ancora oggi la tradizione bizantina con il suo ricco patrimonio liturgico, cerimoniale, iconografico, teologico, spirituale, melurgico.
L’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi dell’Italia continentale è una diocesi della Chiesa italiana, caratterizzata dal suo essere Chiesa di rito bizantino-greco, per gli arbëreshë del Sud Italia. La cattedra episcopale si trova nel paesino di Lungro, sul versante sud-ovest della Catena montuosa del Pollino. Qui si trova anche la Cattedrale dedicata a San Nicola di Mira, patrono dell’intera Eparchia. Da questa sede il vescovo guida l’Eparchia, diocesi di tradizione orientale che conta circa 40.000 fedeli in 30 parrocchie site in diverse comunità paesane. Peculiare è la distribuzione sul territorio che, differentemente dalle altre diocesi, non si presenta contigua, ma “a macchia di leopardo”, ossia con paesi non tutti limitrofi, i quali si trovano in zone diverse della provincia di Cosenza, in Calabria, ma anche nell’area meridionale della Basilicata e in Puglia, particolarmente a Lecce e Bari, nonché a Villa Badessa, in provincia di Pescara, Abruzzo. I fedeli dell’Eparchia sono assistiti nella propria vita di fede da una cinquantina di sacerdoti di rito greco, i quali celebrano la Liturgia e le officiature secondo la tradizione bizantina e il Typikon di Costantinopoli. I fedeli chiamano i propri sacerdoti Papàs secondo la tradizione orientale, Zoti in lingua arbëreshe parlata dal popolo. La stessa lingua è stata ammessa quale lingua liturgica dal 1968, accanto al greco, che è la lingua liturgica ufficiale. Il testo ufficiale di celebrazione eucaristica più diffuso è La Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo, gli altri testi sono quello di S. Basilio (previsto solo in 10 giorni determinati dell’anno liturgico) e quello di S. Giacomo, che viene usato solo in rare occasioni. Anche la celebrazione degli altri sacramenti si svolge secondo la tradizione bizantina.
Seppur l’Eparchia di Lungro abbia da poco celebrato i primi 100 anni dalla sua istituzione (1919-2019), la Chiesa arbëreshe in Italia vanta almeno cinque secoli di storia, tra difesa strenua della propria identità e fedeltà all’insegnamento di Cristo.
Costretti a lasciare le proprie terre in seguito all’avanzare dei Turchi Ottomani, i discendenti del condottiero albanese Giorgio Castriota Skanderbeg trovarono accoglienza nel Meridione d’Italia, proprio nel coincidere di tre avvenimenti di fondamentale importanza per la loro storia: il Concilio di Firenze del 1439, la caduta di Costantinopoli del 1453 e la morte di Skanderbeg nel 1468. Il Concilio di Firenze dichiarò l’unione fra la Chiesa romana e la Chiesa greca (1439) e, seppur gli esiti di quel Concilio non furono duraturi, favorirono la genesi della Chiesa arbëreshe in Italia. L’inizio dell’invasione turca, sino alla caduta di Costantinopoli (1453), spinse molti albanesi a fuggire. Le migrazioni verso l’Italia aumentarono con la morte del condottiero albanese Giorgio Castriota Skanderbeg (1468), dopo la quale la resistenza albanese all’invasore perse ogni speranza. I profughi albanesi giunsero in Italia in tempi differenti, recando con sé un patrimonio di cultura ed identità (lingua, tradizioni, canto…) di cui la religione si potrebbe a ragione definire il principio fondamentale. Per questo gli arbëreshë difesero strenuamente e per secoli la propria identità religiosa come caratteristica identitaria e peculiare. La presenza della Chiesa bizantina arbëreshe in Italia si apre, pertanto, in un periodo di unione esistente tra Chiese romana e greca e in questo quadro va vista la sistemazione data agli albanesi nelle varie zone dell’Italia meridionale. È interessante rilevare come in questo primo periodo vi furono diversi Vescovi orientali, inviati dall’Arcivescovo di Ocrida ma regolarmente autorizzati dal Papa di Roma, che esercitarono la giurisdizione canonica sulle comunità Italo-Albanesi. La scelta di permanere nell’osservanza al rito bizantino fu condivisa dal clero e dal popolo, con il beneplacito della Santa Sede che, con diversi documenti, ha ordinato la tutela del rito greco-bizantino presso le costituite comunità arbëreshe, vietando soprusi e vessazioni.
Una svolta importante fu portata dal Concilio di Trento (1563). Seppur il Concilio non abbia preso decisioni specifiche nei confronti degli orientali viventi in Italia, l’applicazione dei suoi decreti produsse un decisivo mutamento. Col Breve “Romanus Pontifex” di Pio IV (1564) e diverse successive determinazioni pontificie, si stabilì la piena sottomissione canonica del clero bizantino e delle comunità arbëreshe alla giurisdizione dei Vescovi latini. Ciò causò, soprattutto nel XVII secolo, il passaggio di molte di queste comunità dal rito greco a quello latino. Nonostante l’istituzione della Congregazione dei Greci (1574) a Roma e la successiva istituzione della carica di un Vescovo ordinante (1595), anch’esso legato al Collegio di Roma, la situazione religiosa delle comunità arbëreshe bizantine versava sempre più in difficoltà.
A risolvere la situazione provò Papa Clemente XII, il quale istituì il Pontificio Collegio Corsini in San Benedetto Ullano (1732), per la formazione dei giovani italo-albanesi aspiranti al sacerdozio. Subito dopo fu istituita la figura di un Vescovo ordinante legato al Collegio (1735). Lo stesso Collegio venne trasferito nel 1794 a S. Demetrio Corone col nome di Collegio “S. Adriano”. Il nome si ricollega all’omonima abbadia greca, fondata da S. Nilo nel 955, che venne riattata all’occasione.
Nei secoli, numerose furono le richieste di autonomia ecclesiastica, alle quali la nomina di un Vescovo ordinante cercò di porre rimedio, ma in maniera incompleta e insufficiente. Solo il 13 febbraio 1919, con la Costituzione Apostolica “Catholici fideles graeci ritus”, papa Benedetto XV istituì l’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi dell’Italia Continentale.

La Santa Sede fu la prima a dare un riconoscimento giuridico ed effettivo alla realtà storica e particolare degli Italo-Albanesi. Il primo Vescovo di Lungro fu Mons. Giovanni Mele (1919-1979), che la resse dalla istituzione alla sua morte, per circa 60 anni, impegnandosi a “costruire” dal nulla una realtà diocesana molto particolare, non solo per il rito ma anche per la distribuzione eterogenea sul territorio. Il suo successore fu Mons. Giovanni Stamati (1967-1987), che nei suoi vent’anni di episcopato operò per il recupero della spiritualità bizantina e del patrimonio liturgico. Egli fu il Vescovo a ridosso del Concilio Vaticano II e, nel 1968, decretò l’uso liturgico della lingua albanese. Il terzo Vescovo, Mons. Ercole Lupinacci (1987-2010), ha provveduto a dare dignità al patrimonio liturgico ed iconografico delle Chiese parrocchiali, impegnandosi per un progressivo ritorno alla tradizione bizantina.
Attualmente il Vescovo è Mons. Donato Oliverio, il cui programma pastorale è evidentemente improntato su due grandi linee direttive: da un lato ribadire la piena fedeltà degli Italo-Albanesi alla Chiesa Cattolica e al Papa di Roma, dall’altro lato confermare la porzione di popolo di Dio che è stata a lui affidata nel mantenimento della fede cristiana nella tradizione bizantina ricevuta dai padri. Partendo da questi presupposti, si possono meglio comprendere i diversi pellegrinaggi diocesani alla Cattedra di San Pietro, ma anche i viaggi in Albania, terra dei padri, e i rapporti con la Chiesa Ortodossa Greca, sino alla visita ufficiale di Sua Santità il Patriarca Bartolomeo nell’Eparchia di Lungro. L’impegno ecumenico, soprattutto rivolto all’Oriente Cristiano, è una peculiarità dell’Eparchia che si spende quotidianamente e in diversi modi per l’unità dei cristiani, nella ferma convinzione che il futuro prossimo della Chiesa sia l’unità nella retta fede, declinata nella ricchezza e varietà delle differenze ecclesiali.
A tal proposito risuonano forti le parole incise nello stemma dell’Eparchia: “ΙΝΑ OSΙΝ ΕΝ” – “QË TË JENË NJË” – “UT UNUM SINT”, che sono le parole stesse di Cristo “Che siano uno”, assunte come missione specifica della piccola Chiesa Italo-Albanese di Lungro, nell’ambito della Chiesa calabrese.
Papàs Antonio Gattabria
articolo pubblicato sulla rivista “Granello di Senape oggi” n. 1 del 2022
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La Chiesa del Santissimo Salvatore è situata in una delle zone più significative di Cosenza, in prossimità del punto in cui i due fiumi che attraversano la Città, il Busento e il Crati, diventano un’acqua sola. È stata fondata nel 1565 da Tommaso Telesio, Arcivescovo di Cosenza, fratello del filosofo Bernardino, e venne assegnata all’Arciconfraternita dei Sarti, con patrono Sant’ Omobono di Cremona, per le loro esigenze spirituali, che venivano offerte dai padri minimi dell’attiguo Convento di San Francesco di Paola, e per la loro sepoltura nella cripta sottostante la chiesa.
Nel tempo l’Arciconfraternita dotò la chiesa di un pregevole arredo artistico visibile ancora ai nostri giorni: il portale di ingresso in pietra locale, con arcata a tutto sesto in stile rinascimentale, sulla cui architrave si trova la data di edificazione del 1567; un soffitto ligneo a lacunari intagliati, dipinto a vari colori, databile al secolo XVII; 15 affreschi con figure a grandezza naturale raffiguranti il Cristo Salvatore, la Vergine Madre e gli Apostoli, sistemati nella parte alta delle pareti, attribuiti al pittore calabrese Giovanni Battista Colimodio (1610-1672); l’arco trionfale interno, risalente al 1571, in pietra locale, sul quale è posto uno stemma raffigurante l’aquila imperiale austriaca e la scritta “Filippo d’Austria A.D. 1653”; una tela raffigurante l’Immacolata Concezione fra angeli risalente al 1847 dell’artista Raffaele Aloisio.



I primi abitanti edificarono le prime casupole intorno ad una chiesetta, dipendente da detta Abbazia, oggi identificabile con la cappella Kisha Ka Kunciuna (Santa Maria della Concezione). In essa, durante lavori di restauro, fatti eseguire dal parroco papàs Vincenzo Matrangolo, sono venuti alla luce alcuni affreschi bizantineggianti di notevole valore artistico, risalenti alla fine del 1400, nonché un pregevole soffitto ligneo a cassettoni.

Nella cripta vengono preziosamente custoditi alcuni ornamenti appartenuti alla ricca Abbazia Cistercense del 1200 insieme alla Madonna della Badia (1400), antichi e preziosi oggetti appartenenti alla Chiesa e l’Assunta risalente al 1520.









San Basile è un comune di 1.025 abitanti. Sorge alle falde del Monte Pollino, nel versante nord/est della catena costiera nel Parco nazionale del Pollino.
Per adattare lo stile alle particolari esigenze del rito bizantino, negli anni ‘30 è stato sostituito l’altare maggiore con un altare quadrato, sormontato da un baldacchino: una lapide all’interno della chiesa ci informa che l’inaugurazione dell’altare greco e dell’iconostasi avvenne il 21 novembre 1938 da Mons. Giovanni Mele, primo vescovo dell’Eparchia di Lungro, essendo parroco Giuseppe Schirò. Come in tutte le chiese bizantine, l’altare è separato dal resto della chiesa da un tramezzo ligneo detto “iconostasi”. Le icone dell’iconostasi centrale sono opera di Stefano Armakolas.
Anche le due navate laterali terminano con due iconostasi dello stesso stile di quella centrale: quella di sinistra è stata dipinta da Maria Galie ed è dedicata a S. Giovanni Battista; quella di destra è dedicata alla Madre di Dio e le icone sono opera di Felice Fiore. Sono presenti in chiesa anche opere di altri iconografi: l’Archimandrita Mario Pietro Tamburi di San Basile, Luigi Manes, Josif Droboniku, Anna Marinaro. Sono presenti affreschi della vita di S. Giovanni Battista sulla navata centrale e affreschi di scene del Vangelo sulle pareti del Vima, tutte opere di Riccardo Turrà, eseguite nel 1955.