Category Archives: santo del giorno

5 settembre “Santa Madre Teresa di Calcutta”.

Vita della Santa

«Sono albanese di sangue, indiana per cittadinanza. Quanto alla mia fede, sono una suora cattolica. Secondo la mia vocazione, appartengo al mondo. Ma per quanto riguarda il mio cuore, appartengo interamente al Cuore di Gesù». Anjezë Gonxhe nacque a Skopje, nell’attuale Macedonia del Nord, che allora faceva parte dell’Albania. Fu battezzata con il nome di Anjezë Gonxha Bojaxhiu, dove Gonxha significa letteralmente “piccolo fiore” o “gemma di rosa”. Ultima di cinque figli, perse il padre all’età di otto anni, e la sua famiglia attraversò un periodo di gravi difficoltà economiche. A diciott’anni, mossa dal desiderio di diventare missionariaentrò nell’Istituto della Beata Vergine Maria, conosciuto come “Le Suore di Loreto”, in Irlanda. In questo contesto prese il nome religioso di Teresa, in onore di Santa Teresa di Lisieux, patrona delle missioni e Dottore della Chiesa. Da quel momento, sarà conosciuta nel mondo come Madre Teresa di Calcutta. Arrivò a Calcutta il 6 gennaio 1929, dove iniziò il suo servizio come insegnante. Il 24 maggio 1937, nella festa di Maria Ausiliatrice, fece la professione perpetua, diventando, come spesso diceva, «sposa di Gesù per tutta l’eternità». La svolta decisiva nella sua vita, che lei stessa definì la “chiamata nella chiamata”, avvenne nel 1946 durante un viaggio. «Vieni, sii la mia luce, la pregò Gesù. Non posso andare da solo», le disse durante un’esperienza mistica, rivelandole il desiderio di stare vicino ai poveri, agli emarginati, ai “senza nessuno”. Anjezë Gonxhe accolse quella chiamata con totale dedizione, indossando per sempre il sari bianco bordato d’azzurro, simbolo della sua missione tra gli ultimi. Fondò le Missionarie della Carità, congregazione interamente dedita al servizio dei più poveri tra i poveri, riconosciuta ufficialmente dall’Arcidiocesi di Calcutta il 7 ottobre 1950. Il suo cammino verso la santità fu rapido: Madre Teresa di Calcutta è oggi universalmente riconosciuta come un esempio luminoso di carità, amore disinteressato e fede incrollabile.

Agiografia

Esile e minuta, Madre Teresa di Calcutta è conosciuta in tutto il mondo come una vera roccia. Avvolta nel suo sari bianco bordato d’azzurro e scevra da ogni formalismo, la suora albanese seppe influenzare e affrontare con fermezza e dolcezza i grandi della Terra, senza mai lasciarsi intimorire. Tra le figure con cui instaurò un rapporto profondo vi fu Papa Giovanni Paolo II, con il quale condivideva un forte legame di amicizia e stima reciproca. I due si confrontavano spesso, collaborando nella promozione della carità e dei valori cristiani. Giovanni Paolo II ebbe un ruolo centrale anche nel cammino verso la santità di Madre Teresa: fu lui a proclamarla beata il 19 ottobre 2003, avviando un processo di canonizzazione tra i più rapidi della storia moderna. Durante l’omelia della beatificazione, il Papa ricordò così il loro rapporto: «Ogni tanto veniva a parlarmi delle sue esperienze al servizio dei valori evangelici. Ricordo, ad esempio, i suoi interventi a favore della vita e contro l’aborto. Soleva dire: “Se sentite che qualche donna non vuole tenere il suo bambino e desidera abortire, cercate di convincerla a portarmi quel bimbo. Io lo amerò, vedendo in lui il segno dell’amore di Dio.”» Alla sua morte, l’India le riservò i funerali di Stato, a testimonianza dell’enorme impatto che ebbe anche al di fuori del mondo cattolico. Una folla immensa si riunì per darle l’ultimo saluto, e da ogni parte del mondo arrivarono messaggi di commozione e riconoscenza. Il segretario generale dell’ONU, Javier Pérez de Cuéllar, la salutò con parole che ancora oggi restano scolpite nella memoria: «Lei è le Nazioni Unite. Lei è la pace nel mondo.» Oggi la sua tomba è meta di pellegrinaggio, e il suo esempio continua ad ardere come simbolo universale di dedizione, amore e altruismo. La sua vita è stata una testimonianza vivente di cosa significhi donarsi totalmente agli altri, soprattutto ai più dimenticati, con umiltà e compassione. Scelse di abitare tra i poveri, di curare malati e abbandonati, senza cercare riconoscimenti o ricchezze. E ancora oggi, quando pensiamo a come l’amore e la solidarietà possano cambiare il mondo, ci torna alla mente la sua figura semplice, luminosa, nel suo sari bianco e azzurro: un cuore alla volta.

Intervista impossibile di Monsignor Andrea Andreozzi alla Santa

Tu hai percepito la voce di Cristo crocifisso “Ho sete”. Come possiamo scorgere il volto di Dio attraverso i nostri fratelli, e in particolar modo nei sofferenti e nei poveri?

Non dovremmo guardarci troppo allo specchio, in un pericoloso narcisismo spirituale. Incontrare le gioie e i dolori degli altri permette a Dio di arrivare fino a noi, per saziarci e dissetarci. Essere raggiunti dall’Amore ci aiuta ad aprire la porta di casa, per accogliere il grande miracolo della vita che si dipana nella storia di ogni persona. Non possiamo essere superficiali, senza il coraggio di andare al cuore, senza neppure chiedere: «come ti chiami?». La vocazione è la dignità di un nome.

Cosa possiamo rispondere a chi non crede, ma è comunque toccato dalla testimonianza di carità vissuta concretamente?

Rispetto la convinzione di ogni persona, anche di coloro che non credono in Dio, ma penso che chi si lascia toccare da quello che fanno gli altri non sia un tipo impermeabile, rigido, indurito. Chi si commuove crede comunque che la vita sia un cambiamento, una continua conversione, un cammino. La carità vince sempre, senza violenza. Questo permette di uscire dalle trincee dell’egoismo, per la resa totale al primato del dono e del servizio, alla forza di chi scommette tutto sul bene e sull’amore.

Hai attraversato l’aridità della “notte interiore”, senza consolazioni spirituali. È possibile nutrire una fede semplice e ardente anche in difficoltà simili? Quali esercizi ci suggeriresti?

C’è una domanda che troviamo spesso nei salmi e in altre pagine bibliche: «Fino a quando, Signore?». Mi sembra la più autentica per alimentare il rapporto con Dio nei momenti di prova. Non dovremmo dire: «Ora basta!», nonostante che questo esclamativo si ritrovi nelle esperienze spirituali dell’uomo in crisi. A me, tuttavia, piace attraversare la notte interiore con la prima domanda piuttosto che con la protesta o l’imposizione. In fondo mi riporta al desiderio che il Signore Gesù venga presto.

Hai detto che “il più grande distruttore della pace è l’aborto”. Com’è possibile sostenere le madri in difficoltà, affinché possano scegliere la vita con coraggio e senza sentirsi sole?

È sufficiente che una donna incinta pensi ai bambini affamati e uccisi dalla guerra, li veda mentre piangono perché non hanno niente. Basta pensare alla forza delle donne più povere del mondo, che vedono venire alla luce il frutto del loro grembo e poi non possono fare niente per mantenerlo in vita. Se suscita orrore, sdegno e indignazione l’atroce violenza contro i più piccoli, allora è possibile partire da qui per parlare di pace e per favorire la scelta della vita fin dal suo concepimento.

Segni Iconografici distintivi

È ritratta con il semplice sari delle Missionarie della Carità, un manto bianco ornato da un delicato bordo azzurro e da tre strisce blu che racchiudono il profondo significato dei voti fondamentali dell’Ordine: povertà, castità e obbedienza. La sua immagine, spesso accostata a quella dei poveri e dei malati, racconta una storia di dedizione incondizionata e amore senza confini. Attraverso il suo sguardo, colmo di compassione e umanità, e le sue azioni, che parlano più di mille parole, la santa ha incarnato un esempio eterno di carità, donando dignità e speranza a chi era stato abbandonato e dimenticato.

Tradizione gastronomica legata al culto

Tra gli alimenti che più di tutti si legano alla figura della santa, vi è senza dubbio il riso, base dell’alimentazione quotidiana in India e simbolo universale di nutrimento, condivisione e umiltàMadre Teresa di Calcutta distribuiva riso e si nutriva – con estrema semplicità – di riso. Cercando tra le sue fotografie più note, è frequente trovarla con ciotole o pacchi alimentari in mano, pronti per essere donati a poveri, ammalati e bambini. In quei doni non mancava mai il riso, un alimento tanto semplice quanto essenziale, che nei suoi gesti diventava espressione concreta di carità, solidarietà e amore per gli ultimi. La tradizione gastronomica legata alla sua memoria si fonda proprio su questi valori. In molte comunità che la venerano, specialmente in India e in altri Paesi dove le Missionarie della Carità sono attive, vengono organizzati momenti di condivisione del pasto in occasione della sua festa liturgica (5 settembre). In questi incontri, spesso informali e comunitari, si servono piatti a base di riso, cucinati in modo semplice e accompagnati da verdure o legumi, a imitazione della frugalità della sua vita. Il riso diventa così non solo alimento, ma segno tangibile di un’eredità spirituale. Ricorda il gesto quotidiano di chi nutre il prossimo non solo nel corpo, ma anche nell’anima. Non si tratta di una tradizione legata al lusso o alla celebrazione sfarzosa, ma piuttosto di una liturgia silenziosa del servizio e della compassione, che si consuma attorno a una tavola povera, ma ricca d’amore. Nel culto di Madre Teresa di Calcutta, anche un semplice piatto di riso può trasformarsi in preghiera vissuta, in dono ricevuto e offerto, nel segno di un amore che, come lei ha testimoniato, «inizia a casa e si allarga al mondo».

Curiosità

Una delle curiosità meno conosciute ma più toccanti sulla vita di Madre Teresa di Calcutta riguarda la sua profonda amicizia con una figura apparentemente molto distante da lei per stile di vita e visibilità pubblica: la principessa Diana d’Inghilterra. Nonostante le grandi differenze tra le loro esistenze – l’una suora missionaria dedita ai poveri e all’umiltà, l’altra figura reale costantemente al centro dei riflettori – le due donne erano unite da un comune desiderio di aiutare gli ultimi e da un legame sincero e profondo. Il loro primo incontro avvenne negli anni ’90 e fu segnato da un’intesa immediata. Diana, sensibilissima alle sofferenze altrui, mise il suo immenso seguito mediatico al servizio delle cause che Madre Teresa promuoveva, specialmente quelle legate ai senzatetto, ai malati di AIDS e ai bambini colpiti da gravi malattie. Più volte la principessa dichiarò la sua ammirazione per la santa di Calcutta, riconoscendole un’umanità straordinaria, una fede incrollabile e una forza interiore rara. Uno degli episodi più commoventi riguarda il fatto che morirono a pochi giorni di distanza, nell’estate del 1997: Diana il 31 agosto, Madre Teresa il 5 settembre. La coincidenza temporale delle loro morti colpì profondamente l’opinione pubblica. In molti videro in quel momento un segno: due donne profondamente amate dal popolo, due cuori generosi uniti da un comune spirito di servizio, lasciavano il mondo quasi insieme. Un’altra curiosità legata a questa amicizia è la fotografia che le ritrae mentre si tengono per mano, simbolo di un legame autentico tra due donne molto diverse, ma entrambe guidate dalla compassione. Questa insolita amicizia è solo una delle tante sfaccettature della vita di Madre Teresa, capace di entrare in relazione con chiunque – ricco o povero, potente o umile – portando a tutti la luce dell’amore di Dio.

Preghiere a Santa Teresa di Calcutta

Madre Teresa degli ultimi!
Il tuo passo veloce è andato sempre
verso i più deboli e i più abbandonati
per contestare in silenzio coloro che sono
ricchi di potere e di egoismo:
l’acqua dell’ultima cena
è passata nelle tue mani instancabili
indicando a tutti coraggiosamente
la strada della vera grandezza.
Madre Teresa di Gesù!
tu hai sentito il grido di Gesù
nel grido degli affamati del mondo
e hai curato il corpo di cristo
nel corpo piagato dei lebbrosi.
Madre Teresa, prega affinché diventiamo
umili e puri di cuore come Maria
per accogliere nel nostro cuore
l’amore che rende felici.
Amen.

(di mons. Angelo Comastri)

Santa Teresa di Calcutta,
nel tuo desiderio struggente di amare Gesù come mai era stato amato prima,
ti sei donata a Lui senza riserve, senza mai rifiutargli nulla.
Unita al Cuore Immacolato di Maria,
hai accolto la chiamata a saziare la sua sete infinita di amore e di anime,
divenendo portatrice del suo amore ai più poveri tra i poveri.
Con amore fiducioso e abbandono totale,
hai compiuto la sua volontà,
testimoniando al mondo la gioia di appartenere interamente a Lui.
Sei diventata così intimamente unita a Gesù, tuo Sposo crocifisso,
che Egli, sospeso sulla Croce, si è degnato di condividere con te
l’agonia silenziosa del suo Cuore assetato.
Santa Teresa di Calcutta,
tu che hai promesso di portare incessantemente
la luce dell’amore a coloro che vivono sulla terra,
prega affinché anche noi impariamo a desiderare di saziare
l’ardente sete di Gesù con un amore appassionato,
accettando con gioia di condividere le sue sofferenze
e servendolo con tutto il cuore nei nostri fratelli e sorelle,
soprattutto in coloro che più di tutti sono non amati e non voluti.
Amen.

(di Autore Anonimo)
condividi su

San Babila, Vescovo di Antiochia

4 settembre

Babila (Antiochia200 circa – Antiochia250 circa) fu vescovo di Antiochia da 237 alla morte ed è venerato come santo dalle Chiese di occidente (che ne celebrano la memoria il 24 gennaio) e di oriente (4 settembre).

Assieme a lui sono ricordati i suoi fedeli discepoli Urbano, Prilidano ed Epolono con i quali fu arrestato durante le persecuzioni dell’imperatore romano Decio.

Succedette al vescovo Zebino sotto l’impero di Gordiano III (238 – 244), divenendo il dodicesimo patriarca di Antiochia (il più famoso dopo Ignazio).

Secondo una pia leggenda riportata da Giovanni Crisostomo (morto nel 407), avrebbe condannato pubblicamente l’imperatore Filippo l’Arabo (244249) per aver fatto uccidere il suo predecessore Gordiano e, durante le celebrazioni della vigilia della Pasqua, lo invitò a prendere posto in chiesa tra i penitenti, presso le porte (si noti tuttavia che nessuna fonte contemporanea a Filippo l’Arabo afferma che egli sia stato cristiano, e che l’episodio è solo una duplicazione dello scontro effettivamente avvenuto in questi termini fra sant’Ambrogio da Milano e Teodosio I nel 390).

Secondo la tradizione Babila fu arrestato durante le persecuzioni bandite dall’imperatore Decio (249251) e rinchiuso in carcere insieme ai suoi tre più fedeli discepoli: Urbano, Prilidano ed Epolono. Babila morì in carcere in attesa dell’esecuzione della sentenza di morte, mentre i tre scolari vennero decapitati.[1]

Lo storico bizantino Giovanni Malalas racconta come l’imperatore Numeriano, passando per Antiochia durante la marcia verso la frontiera persiana, volle entrare in una chiesa per assistere ai riti dei cristiani, ma fu fermato sulla porta da Babila, che gli proibì l’ingresso in quanto ancora sporco del sangue dei sacrifici agli dèi; Numeriano, allora, fece mettere a morte Babila (in seguito Malalas afferma che Numeriano sarebbe stato sconfitto e scuoiato vivo dai Persiani).[2]

In onore di Babila, il caesar Costanzo Gallo fece costruire una basilica nel sobborgo di Dafne, presso Antiochia, dove già si celebravano feste in onore di Apollo. Allo scopo di stroncare il culto del dio pagano, vi fece traslare il corpo del santo per creare un luogo di pellegrinaggio alternativo e concorrente.

Il tentativo ebbe successo, al punto che quando l’imperatore Giuliano visitò l’oracolo di Apollo Dafnio, trovò il santuario pagano semideserto e in abbandono; fedele al suo progetto di rivitalizzare i culti pagani diede allora ordine che le reliquie fossero rimosse e riportate ad Antiochia.

Un fantasioso passo degli “Annales cremonenses”[3] di Ludovico Cavitelli (1588) asserisce, in modo del tutto inesatto, che i resti attribuiti a Babila sarebbero stati trafugati da Costantinopoli nel 1108 per ordine di Matilde di Canossa e portati in Occidente, a Cremona, dove è in realtà custodito il corpo di un omonimo prelato locale, giustiziato nel 294 d.C. durante la persecuzione di Diocleziano[4].

  1. Scheda di san Babila sul sito Santi e Beati, su it.
  2. Giovanni Malalas, XII.
  3. (LA) Lodovico Cavitelli, Patrii Cremonen Annales, Cremona, 1588. La mistificazione, riferita in seguito anche dal Bollando, è ampiamente confutata in: Antonio Dragoni, Sulla storia ecclesiastica Cremonese nei primi tre secoli del Cristianismo, discorso V, Cremona 1838.
condividi su

Sant’Anthimo di Nicomedia

Fu una delle vittime della persecuzione di Diocleziano. Secondo la narrazione di Eusebio, poco dopo la promulgazione del primo editto (24 febbraio 303) scoppiò un incendio nel palazzo imperiale di Nicomedia; la colpa fu data ai cristiani, i quali in gran numero furono trucidati, bruciati vivi o annegati. A. fu decapitato. Sul suo sepolcro più tardi l’imperatore Giustiniano edificò una splendida basilica ricca di marmi e di oro. Eusebio non indica il dies natalis di Antimo, mentre nel Geronimiano è ricordato il 27 aprile. La chiesa bizantina, invece, lo festeggia il 3 settembre, come il Calendario palestino-georgiano del Sinaitico 34 (sec. X), forse nell’anniversario della dedicazione della chiesa o della morte che, secondo l’affermazione di R. Janin, sarebbe avvenuta il 3 settembre 303. Nel Martirologio siriaco del IV sec. è commemorato un Antimo il 24 nisan (aprile).
Esiste di Antimo anche una passio, molto leggendaria e contesta di luoghi comuni, attribuita a Simeone Metafraste, secondo la quale egli era oriundo di Nicomedia; da giovinetto si esercitò nelle virtù e, consacrato vescovo, si adoperò molto per incoraggiare i martiri. All’inizio della persecuzione si trovava a predicare in un villaggio, dove furono mandati per arrestarlo venti soldati che Antimo convertì e battezzò. Condotto al tribunale di Massimiano, fu sottoposto a terribili tormenti dai quali uscì sempre illeso, finché fu decapitato. Uno scritto attribuitogli sembra apocrifo.


Autore:
Agostino Amore

condividi su

Quinta Domenica di Quaresima

Santa Maria egiziaca

È la Legenda aurea a darci notizia di Maria Egiziaca.

Egiziana di origine, visse diversi anni ad Alessandria come prostituta, dopo essere fuggita da casa a dodici anni.

Verso i trent’anni, in cerca di nuove avventure, si unì a una carovana di pellegrini diretti a Gerusalemme.

Ma accaddero fatti prodigiosi, ed ella ebbe l’ispirazione di ritirarsi nel deserto per condurre una vita da penitente ed espiare così i suoi peccati.

Si procurò tre pani, con i quali si nutrì miracolosamente per molti anni, e si inoltrò nel deserto, dove visse per 47 anni.

Quando il solo vestito che aveva le si consumò addosso, rimase coperta dai soli lunghi capelli, che la ricoprivano tutta.

Zosimo, ieromonaco in una laura del Giordano, le portava la comunione presso il fiume Giordano, dove era stato battezzato il Signore, e qui un giorno Zosimo, trovandola morta, la seppellì con l’aiuto di un leone.

 

condividi su

15 marzo Quarta Domenica di Quaresima: San Giovanni Climaco

La quarta domenica di Quaresima, nella tradizione bizantina è dedicata a San Giovanni Climaco o della Scala), monaco del Sinai, vissuto nel VI-VII secolo, ricordato per il suo trattato, La Scala del Paradiso (in greco Klimax), un’opera fondamentale sulla vita monastica e cristiana, che descrive 30 gradi di perfezione per ascendere a Dio.

Il santo è celebrato come modello di lotta spirituale, conversione e ascesa verso Dio, offrendo un messaggio di speranza e disciplina spirituale  ai fedeli, a metà del cammino quaresimale, ricordando che la santità è raggiungibile attraverso la disciplina, l’umiltà e la preghiera.

condividi su

Domenica 8 marzo 2026 Adorazione della Santa Croce

Al Trisagio: Isodo della preziosa Croce. Il sacerdote incensa l’altare e la preziosa Croce deposta su un disco con fiori e con tre candele accese.

Quindi prende il disco con la Croce, lo pone sopra la testa, fa il giro attorno all’Altare ed esce dalla porta Nord.

Giunto nel luogo dove è preparato il tavolo, fa tre giri attorno ad esso.

Si ferma poi davanti al tavolo, guardando verso Oriente, fa un segno di croce col disco, su cui è posta la Croce, dicendo: ‘Sofia. Orthi.’ e lo depone sul tavolo.

Incensa, girando attorno al tavolo, e canta il Troparion ‘Soson, Kyrie’, che viene ripetuto dai cori.

Poi venera la S. Croce cantando l’inno ‘Ton Stavron su proskinumen’, che viene ripetuto anche dai cori.

I fedeli venerano la S. Croce mentre si cantano gli Idiomela ‘Dhefte, pisti…’ Dhoxa… ke nin).

Infine si canta il Troparion ‘Soson, Kirie’ ed ha inizio la Divina Liturgia.

condividi su

Mercoledì 4 marzo, San Gerasimo

Nel 1897, A. Papadopoulos – Kerameus nel IV volume dei suoi Anagesta, pubblicava una Vita Gerasimi anonima e, in base ad argomentazioni apparentemente giustificate, attribuiva quest’opera al celebre agiografo Grillo di Scitopoli. H. Grégoire, qualche anno più tardi, dimostrò che tale attribuzione era insostenibile, soprattutto perché la Vita Gerasimi non conteneva alcuni precisi dettagli (come la data di nascita e il luogo di origine) che figurano sempre nelle opere autentiche di Cirillo. D’altra parte, ad un’attenta analisi, questa Vita si rivela come un centone composto di frammenti tratti dallo stesso Cirillo e in particolare dalla sua Vita Euthymii, cioè di Eutimio il Grande.


Sempre secondo H. Grégoire, la Vita, che fornisce tra l’altro la data precisa (526) della morte dell’egumeno Eugenio, uno dei successori di Gerasimo, sarebbe stata composta nella seconda metà del VI secolo e, probabilmente, nella sua stessa laura.
In base alla fonte citata, Gerasimo nacque in Licia, in luogo e data sconosciuti, e dopo essere vissuto in un monastero della sua provincia, si diede a vita anacoretica. Verso il 451, all’epoca del concilio di Calcedonia, egli si trovava in Palestina, dove si era stabilito vicino al Mar Morto. Seguendo Teodosio, il vescovo intruso che si era sostituito al patriarca Giovenale, Gerasimo abbracciò per un certo tempo le idee di Eutiche, distaccandosene però ben presto, per ritornare all’ortodossia, probabilmente sotto l’influsso di Eutimio il Grande.


Verso il 455, egli si trasferì ad un miglio, circa, dalle rive del Giordano, dove fondò un monastero per cenobiti. In questa laura, in cui tutti gli aspiranti dovevano trascorrere diversi anni, Gerasimo fondò un certo numero di eremitaggi (si contavano sino a settanta cellette) per coloro che volevano condurre vita anacoretica; gli eremiti ad ogni modo si riunivano ogni settimana dal sabato al lunedì. Tutti gli anni, durante la Quaresima, Gerasimo si recava da Eutimio e, dopo un digiuno che interrompeVa solo per ricevere l’Eucaristia, tornava nella sua laura per la domenica prima della Pasqua.
Nel Prato Spirituale, Giovanni Mosco riporta, a proposito di Gerasimo, la storia del leone che il santo aveva sanato togliendogli una spina dalla zampa. Il leone restò con Gerasimo circa cinque anni, e quando questi mori l’animale ne ebbe tanto dolore che si abbatté morto sulla tomba del santo.


D’altra parte, nel Prato Spirituale si trovano anche altre storie narrate a proposito dei monaci della laura di Gerasimo. Certamente a causa dell’omofonia dei nomi, l’episodio del leone fu in seguito attribuito anche a Girolamo divenendo un diffusissimo tema iconografico.


Gerasimo morì il 5 marzo 475. Il Martirologio Romano ha conservato questa data lo stesso giorno in cui è venerato anche da alcuni calendari siriaci, tra cui il Martirologio di Rabbàn Slibà (= 5 àdàr). Nella Chiesa bizantina, per contro, la festa di Gerasimo viene celebrata il giorno precedente (4 marzo) e la notizia dei Sinassari che gli è dedicata dipende – sembra – da fonti diverse dalla Vita sopra citata. Vi si trova l’episodio del leone, ma Gerasimo vi compare come contemporaneo dell’imperatore Costantino Pogonato (secolo VII).
La laura di Gerasimo rimase per lungo tempo celebre, ma alla fine del XIII secolo era distrutta e gli eremiti si erano rifugiati nel vicino monastero di Qalamon.
 


Autore: 
Joseph-Marie Sauget

condividi su

25 febbraio San Tarasio

Per noi che viviamo nella “civiltà delle immagini”, così chiamata per la massiccia presenza degli strumenti audiovisivi, particolarmente il cinema e la televisione, potrà forse risultare stimolante il ricordo di un personaggio che per le “immagini” si battè strenuamente, anche se questa non fu la sua gloria principale e le immagini per le quali egli si batté erano ben più “sacre” di quelle proposteci dalla nostra società consumistica.


La polemica sul culto delle immagini, la cosiddetta lotta iconoclastica, ebbe tra i suoi protagonisti gli imperatori bizantini Leone III l’Isaurico, Costantino V Copronimo e Leone IV Khazaras da una parte, S. Giovanni Damasceno e i patriarchi Germano di Costantinopoli e Tarasio dall’altra. In realtà, accanto ad un conflitto ideale, che verteva sull’ortodossia, sulla legittimità del superamento cristiano della proscrizione giudaica di rappresentare Dio e il “mondo celeste”, gli storici mettono in evidenza che vi erano in ballo anche questioni di carattere politico e addirittura economico: difensori costituiti delle immagini erano infatti i monaci, gli unici veri oppositori dello strapotere imperiale e potenti economicamente. Ma Tarasio, come dicevamo, vanta ancor altre glorie. Di famiglia nobile, fu rivestito della dignità di senatore e di capo della cancelleria imperiale.


Benchè fosse semplice laico, per designazione del defunto patriarca Paolo, venne scelto a raccogliere una difficile eredità, che accettò a condizione che l’imperatrice Irene e il senato s’impegnassero a consentire la convocazione di un concilio: solo così sarebbe stato possibile ristabilire l’ortodossia e la pace ecclesiastica. Ciò avvenne, non senza difficoltà, al concilio di Nicea del 787. Tarasio si mostrò inoltre integerrimo difensore della morale cristiana e in particolare del matrimonio, opponendosi con energia allo stesso imperatore Costantino VI, che pretendeva da lui la sentenza di divorzio per poter contrarre nuove nozze. Tarasio nutrì infine una fervida devozione alla SS. Vergine, che in una sua preghiera salutava così: “Salve, o mediatrice di tutto ciò che vi è sotto il cielo; salve, riparatrice di tutto l’universo; salve, o piena di grazia, il Signore è con te, lui che era prima di te ed è nato da te, per vivere con noi”. S. Tarasio morì all’età di 76 anni nell’806 e venne sepolto nel santuario “Tutti i martiri” del monastero da lui fondato sul Bosforo.


Autore: 
Piero Bargellini

condividi su

24 febbraio Ritrovamento del venerando capo del Profeta, Precursore e Battista Giovanni

Il ritrovamento del capo di San Giovanni Battista è un evento venerato e celebrato nella Chiesa cattolica e ortodossa, con tre distinte scoperte miracolose.

Secondo la tradizione, la reliquia del cranio fu recuperata dai discepoli dopo la decollazione e, nel corso dei secoli, traslata e nascosta per proteggerla, finendo poi conservata in vari luoghi.

 

Il primo ritrovamento risale intorno alla metà del IV secolo, quando, due monaci in pellegrinaggio ebbero una visione in cui il Battista indicava il luogo della sua sepoltura a Sebaste. La reliquia della testa, passò per diverse mani prima di essere nascosta durante le persecuzioni.

Il secondo ritrovamento avvenne a Emesa (Siria) nel 452, quando la testa riapparve a un monaco di nome Marcello.

Il Terzo Ritrovamento risale al periodo successivo alle lotte iconoclaste e allora la reliquia fu portata a Costantinopoli nell’860.

Secondo la tradizione cattolica, la reliquia del capo è conservata nella chiesa di San Silvestro in Capite a Roma, mentre la cattedrale di S. Lorenzo di Viterbo, custodirebbe il Sacro Mento.

Un dito, donato dall’antipapa Giovanni XXIII, sarebbe conservato nel Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, in quanto corredo della Cattedrale.
Un dente e altre reliquie si conservano nella cattedrale di Ragusa, un frammento di osso nella Basilica di Vittoria, un altro dente insieme a una ciocca di capelli a Monza.
Nella Chiesa di San Gregorio Armeno a Napoli sarebbe custodita una piccola quantità di sangue di san Giovanni Battista; è possibile vederlo in occasione delle due ricorrenze annuali del 24 giugno e del 29 agosto.
condividi su

23 febbraio San Policarpo, Vescovo di Smirne, ieromartire

Nasce nell’anno 69-70 da genitori cristiani. Apprende gli insegnamenti di Cristo dagli apostoli e diviene discepolo di Giovanni. Lo raccontano Ireneo – suo allievo e poi vescovo di Lione – e lo storico Eusebio di Cesarea: “Policarpo non solo fu educato dagli Apostoli e visse con molti di quelli che avevano visto il Signore; ma fu anche dagli Apostoli stabilito nell’Asia come vescovo della Chiesa di Smirne” (Adversus Haereses III,3,4; Historia Ecclesiastica IV,14,3,4). È di un tale Marciano, testimone oculare del suo martirio, il Martyrium Polycarpi, considerato da molti il più antico e autentico degli Atti dei Martiri. Si tratta della prima opera nella quale viene definito martire chi muore a causa della fede. Durante il suo lungo episcopato, Policarpo si distingue per lo zelo nel conservare fedelmente la dottrina degli Apostoli, nel diffondere il Vangelo tra i pagani e nel combattere le eresie. Ireneo lo tratteggia come predicatore paziente e amabile, dalla grande sollecitudine per le vedove e gli schiavi.

 

L’amicizia nell’episcopato con Ignazio di Antiochia

Nel 107 Policarpo accoglie a Smirne Ignazio di Antiochia, di passaggio, e sotto scorta, verso Roma per essere giudicato. Celebri le sette lettere che Ignazio indirizza alle chiese lungo il suo cammino; le prime quattro partono proprio da Smirne. Dalla Troade, poi, scrive ai fedeli di Smirne e al loro vescovo Policarpo incaricandolo di trasmettere alla Chiesa di Antiochia l’ultimo suo ricordo e descrivendolo un buon pastore e combattente per la causa di Cristo. Ed è a Policarpo che i Filippesi chiedono di raccogliere le lettere di Ignazio. Il vescovo di Smirne invia loro quanto richiesto insieme ad una propria missiva per esortarli a servire Dio nel timore, a credere in Lui, a sperare nella resurrezione, a camminare nella via della giustizia, avendo sempre innanzi agli occhi l’esempio dei martiri e principalmente di Ignazio. Anche la Lettera ai Filippesi di Policarpo è assai nota; giunta ai giorni nostri, è importante in particolare per le notizie storiche che vi si possono trarre e per i dogmi sul Credo che vengono ricordati. Intorno alla fine del 154, Policarpo parte per Roma, come rappresentante dei cristiani dell’Asia minore, per trattare con Papa Aniceto di diverse questioni, e principalmente della data della Pasqua: nelle chiese orientali celebrata il 14 del mese ebraico di Nisan, nella capitale dell’Impero la domenica successiva. Non viene trovato un accordo, ma le relazioni fra le chiese restano amichevoli.

Martire ad 86 anni

Sotto l’imperatore Antonino Pio scoppiano persecuzioni anche a Smirne. Policarpo viene arrestato. Gli atti del suo martirio narrano che “portato davanti al proconsole, questi … cercò di persuaderlo a rinnegare dicendo: ‘Pensa alla tua età … cambia pensiero … giura e io ti libero. Maledici il Cristo’. Policarpo rispose: ‘Da ottantasei anni lo servo, e non mi ha fatto alcun male. Come potrei bestemmiare il mio re che mi ha salvato? … sentilo chiaramente. Io sono cristiano’”. Viene deciso per lui il rogo, ma rimane illeso e viene ucciso di spada. “Questi i fatti – si legge nel Martyrium Polycarpi – intorno al beato Policarpo che con quelli di Filadelfia fu il dodicesimo a subire il martirio a Smirne. Il beato Policarpo ha testimoniato il secondo giorno di Santico, il settimo giorno prima delle calende di marzo, di grande sabato, all’ora ottava. Fu preso da Erode, pontefice Filippo di Tralli e proconsole Stazio Quadrato, re eterno nostro Signore Gesù Cristo”. La data del martirio di Policarpo è dunque certa: era il 23 febbraio del 155.

 

Da Vatican News

condividi su