Category Archives: santo del giorno

15 febbraio, Sant’Onesimo Apostolo

Onesimo (in greco significa “utile”) è il nome che Filemone aveva dato al suo giovane schiavo che però, dopo averlo derubato, era fuggito a Roma, dove si trovava prigioniero san Paolo (anni 61-63).

Onesimo andò a cercare l’apostolo nell’alloggio che aveva affittato, e dove poteva ricevere liberamente visite, e qui ricevette il battesimo.

Paolo avrebbe voluto trattenere presso di sé il giovane discepolo anche per avere il suo aiuto nelle piccole incombenze di ogni giorno, ma questi era ancora schiavo di Filemone, e così glielo rimandò, insieme a Tichico che partiva per l’Asia (Col 4,7 ss.).

Nella bellissima lettera che Paolo affidò ai due discepoli per Filemone, chiedeva all’amico di perdonare Onesimo, e gli suggeriva anche l’affrancamento dello schiavo (Fm 21).

Secondo le Constitutiones Apostolicae, Paolo avrebbe consacrato Onesimo vescovo di Berea, in Macedonia.

Onesimo sarebbe morto, secondo il Martirologio Romano, per lapidazione a Roma, e il suo corpo sarebbe stato poi portato nel luogo della sua ordinazione episcopale.

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12 febbraio, San Melezio, Arcivescovo di Antiochia

San Melèzio di Antiochia (Melitene310 ca.; † Costantinopoli23 agosto 381) è stato un vescovo e patriarca armeno di Sebaste e di Antiochia.

Originario di Melitene nella Piccola Armenia, Melezio fu eletto vescovo di Sebaste nel 358, in seguito si ritirò ad Aleppo, ma nel concilio di Antiochia del 360 fu scelto come patriarca di Antiochiachiesa che in quel tempo era profondamente ariana. Forse si pensò che le sue posizioni cristologiche fossero concilianti o che il suo carattere debole avrebbe permesso alla fazione ariana di raggirarlo. Di fatto si rivelò, sin dall’anno della sua elezione, un partigiano del Credo niceno, questo fu chiaro quando tenne una predica alla presenza dell’imperatore Costanzo II che non lasciava dubbi a proposito. L’imperatore lo fece destituire immediatamente e lo fece sostituire da Euzosio.

Con l’imperatore Giuliano tutte le misure di esilio e di destituzione, decretate dal predecessore, furono annullate e Melezio ritornò nel 361 alla sua sede vescovile di Antiochia. Qui la chiesa locale profondamente ariana gli fu molto ostile. Con l’ascesa al potere del nuovo imperatore Valente dovette di nuovo subire un esilio dal 365 al 367. Nel 380 fu nominato da Teodosio I presidente dei dibattiti del concilio di Costantinopoli, ma morì prima della fine dei lavori il 23 o 24 agosto 381.

Ai funerali fu San Gregorio di Nissa a tenerne l’omelia funebre. Per ordine dell’imperatore il corpo fu traslato nella sua sede vescovile ad Antiochia, qualche anno più tardi fu il suo discepolo San Giovanni Crisostomo che gli fece il Panegirico. La sua diocesi non fu comunque riportata all’interno della vera fede se non dopo il 413.

 

https://it.cathopedia.org/wiki/San_Melezio_di_Antiochia

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11 febbraio, San Biagio ieromartire

San Biagio era al tempo dell’imperatore Licinio vescovo di Sebaste. a causa della persecuzione si era nascosto in una spelonca sui monti, che erano intorno, ed ammansiva gli animali selvatici, che là praticavano; era esperto nell’arte medica, perciò avveniva che, con la sua benedizione, si operassero molte guarigioni, avendo il Santo ricevuto dal Signore il potere di fare miracoli. Fu però catturato e condotto davanti al governatore Agricola, ed avendo confessato il Nome di Cristo, venne percosso con verghe, appeso e sottoposto a lacerazioni. Poi, mentre veniva condotto in prigione, lo seguivano sette donne, che si erano proclamate cristiane e subito furono decapitate. San Biagio dapprima fu gettato in fondo ad un lago e ne uscì fuori, poi gli fu tagliato il capo, assieme a due fanciulli che erano in prigione con lui.

 

(Sinassario dal calendario liturgico di Grottaferrata, a cura di Padre Basilio)

 

Vescovo e medico

La tradizione vuole Biagio originario di Sebaste, in Armenia, dove trascorse la giovinezza dedicandosi in particolare agli studi di medicina. Divenuto vescovo, si occupò della cura sia fisica che spirituale della gente, compiendo, secondo la tradizione, anche guarigioni prodigiose. In quegli anni le condizioni di vita per i fedeli di fede cristiana peggiorarono a causa dei contrasti tra l’imperatore d’Oriente Licinio e d’Occidente Costantino, che portarono a nuove persecuzioni. Biagio, per sfuggire alle violenze, si rifugiò in una caverna del Monte Argeo, vivendo in solitudine e preghiera, guidando anche da lì la sua Chiesa con messaggi inviati in segreto.

Il miracolo della gola

Alla fine, però, Biagio fu scoperto, arrestato dalle guardie del governatore Agricola e condotto al giudizio. Lungo la strada incontrò una madre disperata con il figlioletto in braccio che stava soffocando a causa di una spina o una lisca di pesce incastrata nella gola. Il vescovo lo benedisse e questi guarì all’istante. Ma ciò non bastò a risparmiargli il martirio dopo atroci torture che non riuscirono a piegarlo nello spirito.

Il naufragio delle reliquie

Dopo la morte, Biagio fu seppellito nella cattedrale di Sebaste, ma nel 723 una parte dei suoi resti viene traslata a Roma. Durante il viaggio un’improvvisa tempesta fa però fermare le reliquie a Maratea, sulla costa dell’attuale Basilicata, terra che infatti ancora oggi riserva a Biagio una grande devozione.

Il culto di S. Biagio

Biagio è uno di quei Santi la cui fama ha raggiunto molti luoghi e per questo oggi è venerato un po’ ovunque. Il miracolo della gola che compì sul bambino è ancora ricordato ogni 3 febbraio con una particolare liturgia nel corso della quale viene benedetta la gola dei fedeli con due candele incrociate davanti alla gola stessa.

 

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10 febbraio 2026 martedì, San Caralampo

San Caralampo è un martire e taumaturgo cristiano vissuto tra il II e il III secolo, venerato il 10 febbraio sia dalla Chiesa cattolica che da quella ortodossa.

Fu sacerdote (o vescovo, secondo alcune fonti) a Magnesia, in Tessaglia.

Visse sotto il regno dell’imperatore Settimio Severo (193-211 d.C.).

Morì martire a un’età molto avanzata (si narra avesse 113 anni) dopo essere stato sottoposto a crudeli torture per non aver rinnegato la fede. Fu scorticato vivo e infine decapitato.

Durante il suo supplizio, i soldati Porfirio e Bapto (o Daucto) e tre donne rimasero colpiti dalla sua resistenza e si convertirono al cristianesimo, subendo anch’essi il martirio.

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Sabato 7 febbraio 2026, San Partenio, Vescovo di Lampsaco, e San Luca di Stirio. Commemorazione di tutti i defunti.

Di Partenio si conserva una Vita scritta da uno dei suoi discepoli, Crispino, di cui B. Latysev ha pubblicato una recensione abbreviata ed un rimaneggiamento metafrastico. I sinassari bizantini celebrano la memoria di questo santo il 7 febbraio e la notizia che gli è dedicata è un riassunto della succitata biografia.
Partenio viveva a Melitopoli (o meglio Miletopoli) nell’Ellesponto, città di cui era originario, ai tempi dell’imperatore Costantino. Suo padre, Cristodulo, era diacono della Chiesa locale. Sebbene analfabeta, Partenio aveva grandi qualità d’animo che esercitava in una profonda pratica delle virtù; i guadagni ricavati dal suo mestiere di pescatore andavano tutti a favore dei bisognosi. Fu anche dotato di poteri taumaturgici, in particolare per scacciare i demoni e guarire le malattie.
Avendo in seguito studiato, fu ordinato prete dal vescovo di Miletopoli Fileto. In seguito fu consacrato vescovo di Lampsaco da Ascolio, vescovo di Cizico (metropoli dell’Ellesponto), personaggio noto, sembra, soltanto attraverso la Vita di Partenio, e che era succeduto in quella sede a Theonas. Questo avvenimento si pone certamente dopo il 325 poiché Theonas di Cizico partecipò al concilio di Nicea.

I miracoli attribuiti a Partenio durante il suo episcopato sono numerosissimi e gli facilitarono l’evangelizzazione di una popolazione che dotò di chiese per sostituire i templi pagani, aiutato in questa opera dallo stesso imperatore Costantino (morto nel 337).
Tra i miracoli dovuti all’intervento di Partenio occorre almeno citare quello in favore del vescovo Ipazio di Eraclea di Tracia che egli era andato a visitare. Costui era molto malato, torturato dai misfatti causati dalla propria avarizia. P. ne diagnosticò il male e lo persuase a recarsi nel tempio della celebre martire di Eraclea, santa Gikeria ed a restituire ai poveri i beni che aveva loro sottratto. Fatto ciò il vescovo Ipazio, tre giorni più tardi, riacquistò la salute.
Si ignora la data della morte di Partenio; si sa soltanto che, appena spirato, tutti i vescovi della regione si riunirono per rendere gli ultimi onori al prelato che fu sepolto in un oratorio presso la chiesa.
Il Sinassario armeno di Ter Israel commemora Partenio l’8 febbraio (= 2 meheki), e la notizia che gli è dedicata dipende dalla Vita greca; il suo luogo d’origine tuttavia vi è divenuto Melitene. Si tratta forse di un semplice errore dovuto all’omofonia dei nomi piuttosto che a una volontà cosciente di aggregare il santo alla terra armena. La menzione di Partenio si ritrova nel Sinassario Palestino-georgiano dei Sinaiticus 34 (secolo X) al 7 e al 16 febbraio. Il Lezionario del Paris géorgien 3 (secoli X-XI) lo ricorda solo al 16 febbraio, mentre il Meneo greco di Dumbarton Oaks (secolo XI) riporta la sola data tradizionale del 7.
Tra i calendari siriaci pubblicati da F. Nau, solo l’undicesimo, del resto fortemente influenzato dai libri liturgici bizantini, menziona Partenio al 7 Sbat (febbraio). In Occidente la memoria del vescovo di Lampsaco è rimasta completamente ignota.


Autore: 
Joseph-Marie Sauget

 

San Luca il Giovane (Isola di Egira; † Stiri nella Focide955) è stato un monacoeremita e taumaturgo grecovenerato dalla Chiesa che ne commemora la memoria il 7 febbraio.

Vita

Era figlio di Stefano e Eufrosina, piccoli proprietari terrieri dell’isola di Egina (Grecia), terzo di sette figli.

Passò i primi anni della sua vita in famiglia, aiutando i genitori nei lavori dei campiMorto il padre distribuì quanto possedeva ai poveri e si dedicò a una vita di preghiera. Criticato dai parenti dovette lasciare la casa e si spostò in una regione tra i confini di Ungheria e Bulgaria. Qui venne sequestrato da un gruppo di malviventi che lo credevano una schiavo in fuga, ma fu poi rilasciato e potè fare ritorno a casa, dove venne mal accolto dalla famiglia.

Dopo un certo periodo si fece monaco in un monastero presso Atene. L’abate ebbe un sogno dove Eufrosina chiedeva di potersi riconciliare con il figlio, e perciò rimandò Luca a casa. Ivi fu accolto con grande gioia dai suoi, che si convinsero della sua reale vocazione alla vita monastica.

Sul monte Joannitza, nei pressi di Corinto, in una piccola cella da lui stesso costruita condusse, per il resto dei suoi giorni, vita eremitica.

La sua fama non tardò a diffondersi, e i numerosi miracoli attribuiti alla sua intercessione gli meritarono il titolo di Thaumaturgus.

La morte lo colse nel 955.

Culto

Dopo la sua morte la sua cella divenne meta di pellegrinaggi e trasformata in un oratorio chiamato Soterion, che significa “luogo di salvezza“.

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Venerdì 6 febbraio 2026, Apodhosis della festa dell’Ypapantì, memoria di San Bucolo, vescovo di Smirne

San Bucolo è venerato come il primo vescovo di Smirne (l’attuale Izmir, in Turchia) ed è una figura cardine delle origini del cristianesimo in Asia Minore.

Secondo la tradizione, Bucolo fu discepolo di San Giovanni l’Evangelista, che lo scelse e lo consacrò vescovo di Smirne proprio per la sua rettitudine e dedizione fin dalla giovinezza.

Prima di morire, San Bucolo designò come suo successore il celebre San Policarpo di Smirne, uno dei Padri Apostolici più influenti del II secolo.

Una leggenda devozionale narra che sulla sua tomba crebbe una pianta di mirto dotata di proprietà curative per i malati.

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5 febbraio Sant’Agata martire

Nella Sicilia del III secolo, la storia di Agata si dipana fra Catania e Palermo, le due città che si contendono i natali della martire. Leggendo la sua “Passio”, pare si possa desumere che la fanciulla sia nata nel 235 alle falde dell’Etna, da una nobile e ricca famiglia. È ancora adolescente quando manifesta la volontà di consacrarsi a Dio, e con il rito della velatio riceve dal suo vescovo il flammeum, il velo rosso portato allora dalle vergini consacrate. La tradizione la descrive anche diaconessa, dedita al servizio per la comunità cristiana. Nel 250 l’editto dell’imperatore Decio contro i cristiani scatena una dura persecuzione e a Catania ad applicarlo duramente è lo spietato proconsole Quinziano, che s’invaghisce di Agata.

 

La giovane fugge a Palermo, ma viene ritrovata e riportata a Catania. Condotta da Quinziano, rifiuta di abiurare. Il proconsole, allora, deciso ad attentare alla verginità della fanciulla, la affida ad una cortigiana di facili costumi, Afrodisia, per farla educare alle arti amatorie. Agata rimane fedele a Cristo, sicché viene riconsegnata a Quinziano che decide di sottoporla a processo. Gli Atti del Martirio di Sant’Agata riportano i colloqui. “Di che condizione sei tu?” chiede Quinziano ad Agata che risponde: “Non solo nata libera, ma di nobile famiglia”. E Quinziano: “E se attesti di esser libera e nobile, perché mostri di vivere e vestire da schiava?”. “Perché sono serva di Cristo” ribatte Agata. E ancora Quinziano: “Ma se sei veramente libera e nobile, perché volerti fare schiava?”. E Agata: “La massima libertà e nobiltà sta qui: nel dimostrare di essere servi di Cristo”. Ribatte Quinziano: “E che perciò? Noi che disprezziamo la servitù di Cristo e veneriamo gli dei non abbiamo libertà?”. “La vostra libertà vi trascina a tanta schiavitù, che non solo vi fa servi del peccato, ma anche vi sottomette ai legni e alle pietre” afferma Agata. Di fronte a queste parole Quinziano esorta ancora una volta Agata a rinnegare Cristo e per indurla a riflettere la fa condurre in carcere. Ma il giorno successivo, di fronte al nuovo diniego della giovane, stabilisce che venga sottoposta ai supplizi. Furibondo nel vederla affrontare le pene con coraggio, Quinziano comanda che venga torturata alle mammelle e che le vengano strappate. Agata viene riportata in carcere dolorante e sanguinante, ma nella notte le appare San Pietro che la risana. Riportata in tribunale Agata rifiuta ancora una volta di adorare gli dei e dichiara di essere stata guarita da Gesù Cristo. Furibondo per il coraggio della ragazza nonostante le torture, Quinziano decreta per lei i carboni ardenti, avvolta solo dal suo velo rosso da sposa di Cristo.

 

“Mentre l’ordine veniva eseguito, subito il luogo, dove il santo corpo veniva rivoltato fu scosso … anche tutta la città di Catania fu scossa dalla veemenza del terremoto. Perciò tutti corsero al tribunale del giudice e cominciarono a tumultare grandemente, perché tormentava con empi strazi la santa serva di Dio, e per questo tutti si trovavano in grave pericolo”. Agata, col suo velo rimasto integro, viene tolta dalle braci ed “entrata poi nuovamente nel carcere, allargò le sue braccia al Signore, e disse: ‘Signore che mi hai creato e custodito dalla mia infanzia, e che nella giovinezza mi hai fatto agire virilmente, che togliesti da me l’amare del secolo, che preservasti il mio corpo dalla contaminazione, che mi facesti vincere i tormenti del carnefice, il ferro, il fuoco e le catene, che mi donasti fra i tormenti la virtù della pazienza; ti prego di accogliere ora il mio spirito, perché è già tempo che io lasci questo mondo per tuo comando e giunga alla tua misericordia’. Dette queste parole alla presenza di molti, a voce spiegata, rese lo spirito”. Era il 5 febbraio dell’anno 251.

 

 

Raccontano ancora gli Atti del Martirio: “Dopo un anno … il monte Etna eruttò un grande incendio, e come un fiume ardente così il fuoco impetuoso, liquefacendo e pietre e terra, veniva alla città di Catania”. In tanti si recano allora al sepolcro di Agata per chiedere la sua intercessione e il suo velo viene posto dinanzi alla colata lavica. Miracolosamente la lava si arresta. La fama del prodigio fa di Agata la patrona di Catania. Il suo culto nasce già ad un anno dal suo martirio e si diffonde rapidamente ovunque. Le sue reliquie sono conservate a Catania nel duomo a lei dedicato.

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4 Febbraio Sant’Isidoro Pelusiota

Nacque probabilmente ad Alessandria d’Egitto. Molto giovane, volendo imitare lo stile di vita di san Giovanni Battista nel deserto, rinunciò alle sue ricchezze e entrò in monastero. In seguito, dopo aver ricevuto l’ordinazione presbiterale, divenne abate di un monastero nei pressi di Pelusio, sempre in Egitto, divenne famoso per la perfezione cristiana che contraddistinse la sua vita.

Dal suo epistolario redatto in un greco elegante e raffinato, di cui restano oltre duemila esemplari, apprendiamo i suoi rapporti con il patriarca san Cirillo di Alessandria che fu un suo grande ammiratore. In questi scritti si rivela un grande diplomatico, molto erudito in teologia e sempre pronto a elargire i suoi consigli sulle pietà, la prudenza e l’umiltà. Da essi apprendiamo anche il suo desiderio di imitare il grande santo del mondo bizantino, Giovanni Crisostomo.

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30 gennaio venerdì

La Sinassi dei Tre Santi Gerarchi

Nella Chiesa Orientale i santi Giovanni Сrisostomo, Basilio Magno e Gregorio Teologo che vissero nel IV secolo sono tra i più venerati Padri della Chiesa per il loro contributo allo sviluppo della teologia, in particolare l’istituzione del dogma della Santissima Trinità, il culto eucaristico, l’organizzazione della Chiesa. I Santi Padri Cappadoci furono uniti nello zelo apostolico per la purità della fede e la salvezza delle anime. Inoltre sono considerati gli autori delle tre liturgie più popolari.

La celebrazione della festa della Sinassi dei Padri Cappadoci: Basilio il Grande, Gregorio il Teologo e Giovanni Crisostomo (Μνήμη τῶν ἐν Ἁγίοις Πατέρων ἡμῶν καὶΟἰκουμενικῶν Διδασκάλων Βασιλείου τοῦ Μεγάλου, Γρηγορίου τοῦ Θεολόγου καὶ Ἰωάννου τοῦ Χρυσοστόμου) si iniziò ai tempi dell’imperatore bizantino Alessio Comneno (1081 – 1118), quando a Costantinopoli sorse una disputa che provocò la divisione tra le persone, che celebravano di più San Basilio il Grande, caratterizzandolo come un genio e dal grande carattere e considerandolo superiore, ed altri che collocavano più in alto il santo Crisostomo, superiore a Basilio Magno e a Gregorio e quelli che reputavano Gregorio il Teologo più venerabile di Basilio e di Crisostomo. Ma, secondo la tradizione, nel 1084 i tre santi apparirono, uno alla volta e dopo tutti e tre assieme, a Giovanni Mauropo, metropolita di Eucaita, dicendo: “Noi, come vedi, siamo una sola cosa presso Dio e tra di noi non c’è alcuna opposizione o inimicizia, ciascuno a suo tempo, essendo determinato dallo Spirito Santo, così abbiamo imparato. Non c’è tra di noi uno che sia primo e l’altro il secondo e se invocherai uno, verranno anche gli altri due. Per questo alzati ed ordina che nessuno disputi per noi. Che questo è stato il nostro scopo sia quando eravamo vivi sia dopo che siamo morti. Raccoglici in un solo giorno e festeggiaci. Farlo sapere anche ai successori che noi siamo una sola cosa in Dio e di’ loro che li aiuteremo nella salvezza di coloro che ci ricorderanno; perché ci sembra d’avere un certo coraggio presso di Dio”. Allora, il vescovo pose fine alla disputa e si impegnò nella riconciliazione delle diverse parti della lotta, raccomandò la celebrazione del 30 gennaio (12 febbraio) e scrisse e l’officiatura comune per i tre Grandi Padri, le lode e due canoni. Nei secoli successivi in Bisanzio gli scrittori ecclesiastici di spicco molto spesso si riferivano ai Tre Gerarchi: nel XIII secolo Teodoro Metochite, patriarca di Costantinopoli Niceforo, Germano II, patriarca di Costantinopoli e nel XIV secolo il patriarca di Costantinopoli Filoteo, Matteo Kamariot, vescovo di Selymvria Filoteo, Nichola Cabasilas, Niceforo Callista.

La festa della Sinassi di Basilio Magno, Gregorio il Teologo e Giovanni Crisostomo (in gr. Οι Τρεις Ιεράρχες) istituita nel 1084 simbolizza visibilmente non soltanto l’uguaglianza dei grandi Padri della Chiesa, ma anche l’unità della Chiesa. La memoria dei Tre Gerarchi è stata inclusa degli antichi libri liturgici: Minea, Sinassario, Tipikon. Ll’ufficiatura della festa nei libri liturgici greci è stata preservata dalla prima metà del XII secolo:il primo esempio è nel manoscritto del 1136 dal monastero di Pantocratore a Costantinopoli.

San Basilio Magno (ca 329-379), San Gregorio Nazianzeno (ca 329-390) e San Giovanni Crisostomo (344/354 -407) appartengono al gruppo dei Padri cappadoci, che si distinsero per la capacità di trasmettere la fede, dimostrando la perfetta conciliabilità tra il cristianesimo e la filosofia.

San Basilio, il vescovo di Cesarea in Cappadocia, detto Magno, (in gr. Βασίλειος ὁ Μέγας) (329/30, Cesarea di Cappadocia (adesso Kayseri a Turchia) – 379, Cesarea di Cappadocia), regolatore e consolidatore della vita monastica in Oriente, si distinse come brillante predicatore e scrittore, uno dei più importanti protettori dell’ortodossia della fede cristiana contro l’arianesimo. Istruì i fedeli con insigni scritti e rifulse per la cura pastorale dei poveri e dei malati, fondò e diresse l’assistenza ai bisognosi, che era l’origine dei moderni ospedali. San Basilio il Grande ha il titolo di confessore e Dottore della Chiesa, è considerato il primo dei Padri Cappadoci.

Il suo stretto amico, San Gregorio Nazianzeno (in gr. Γρηγόριος ὁ Θεολόγος, ὁ Ναζιανζηνός, 325-330, Cappadocia – 389-390, Cappadocia), illustre teologo e difensore della fede, che con grande ardore protesse la divinità del Verbo, perciò fu chiamato il Teologo. Fu il vescovo di Sásima, eletto nel 381 al patriarcato di Costantinopoli e infine governò la chiesa di Nazianzo. Il suo insegnamento sulla Santissima Trinità si formò durante le polemiche con il tardo arianesimo.

San Giovanni Crisostomo, o Giovanni d’Antiochia per il raro talento nella predicazione e l’eloquenza riceve un soprannome Crisostomo (in gr. Χρυσορρήμων, Χρυσορρόας, e dalla metà del VI secolo Ἰωάννης ὁ Χρυσόστομος, chrysóstomos, letteralmente “bocca d’oro”). Nacque nel 350 ca ad Antiochia, dopo la vita dell’eremita divene sacerdote ed vescovo, nel 398 fu nominato patriarca di Costantinopoli. Per il suo zelo e il suo rigore subì le forti opposizioni e l’esilio in Armenia e nel Ponto sul mar Nero. Al suo patrimonio spirituale appartengono quasi novecento opere che sono statate tradotte nel V secolo in latino e più tardi nelle lingue orientali. La liturgia attribuita a Giovanni Crisostomo si usa nella Chiesa Orientale dal periodo post-iconoclastico fino ai giorni nostri.

Le opere dei Santi Padri Cappadoci erano popolari nell’antica Rus’-Ucraina. I codici del principe di Kyiv Sviatoslav dell’anno 1073 e del 1076 già contenevano gli estratti delle opere di Basilio il Grande, Gregorio il Teologo e San Giovanni Crisostomo. Le “Domande e risposte di Gregorio il Teologo e Basilio il Grande”, sono state incluse nel codice del principe Sviatoslav (l’Izbornyk di Sviatoslav) nel 1073. In modo particolare nella Rus’-Ucraina erano diffuse le raccolte degli estratti delle opere di San Giovanni Crisostomo (“Zlatostruy”, “Izmaragd”, Margaryt (Μαργαρίται)” ecc.). La traduzione della raccolta dei venti sermoni di San Giovanni Crisostomo includeva un manoscritto di Supral dell’XI secolo. I sermoni del santo sono nei manoscritti delle Cetia-Minea del XII secolo. Secondo la ricerca di E. Golubovsky, nella tradizione letterarea della Rus’-Ucraina esistevanp circa duecentotre sermoni di San Giovanni Crisostomo tradotti dal greco a Kyiv durante XI -XIII secolo.

Nell’antica letteratura ucraina era molto diffusa “La Conversazione dei Tre Gerarchi”, composta dalle domande e risposte scritte a nome di Basilio Magno, Gregorio il Teologo e Giovanni Crisostomo. La sua più antica copia risale ai secoli XII-XIII. La prima copia preservata della raccolta delle “Parole di Basilio Magno, Gregorio il Teologo e Giovanni Crisostomo” risale al XV secolo.

Le immagini dei Tre Gerarchi insieme sono note nell’abside dell’altare dell’epoca dell’imperatore bizantino Costantino Monomaco (1042-1055): ad esempio, nella cattedrale di Santa Sofia di Ocrida a Macedonia (1040-1050). Tra le prime raffigurazioni dei Santi Padri di Cappadocia sono i Tre Gerarchi rappresentati nell’abside della cattedrale di Santa Sofia a Kyiv (XI secolo).

Nell’arte bizantina sono raffigurati nella miniatura del Salterio del monastero di Studian a Costantinopoli nel 1066 (adesso nella collezione del British Museum), nella miniatura della seconda metà dell’XI secolo di un Lezionario (libro di letture bibliche) del monastero di San Dionisio sul Monte Athos, in cui i Tre Gerarchi tra una schiera dei santi. I Santi Padri di Cappadocia sono rappresentati anche nella Cappella Palatina a Palermo (1143-1154).

Parrocchia ucraina a Roma

hiesa cattedrale

Madonna di Zhyrovyci e Santi Martiri Sergio e Bacco

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29 gennaio, Traslazione delle reliquie di Sant’Ignazio il Teofòro

La traslazione delle reliquie di Sant’Ignazio il Teoforo, Vescovo di Antiochia e martire, celebra il ritorno dei suoi resti mortali da Roma ad Antiochia. Condannato alle fiere sotto Traiano (107 d.C.), il suo corpo fu riportato nella città siriana dove inizialmente esercitava il suo ministero.

Sant’Ignazio di Antiochia, detto Teoforo (“portatore di Dio”), è stato un vescovo e martire cristiano del II secolo, discepolo di San Giovanni Apostolo e terzo vescovo di Antiochia. Succedette a Pietro ed Evodio come vescovo di Antiochia.

Sotto l’imperatore Traiano, fu condannato ad essere sbranato dalle fiere nel Colosseo, affrontando il martirio con gioia come culmine della sua fede.

Durante il viaggio verso Roma, scrisse 7 lettere alle comunità cristiane (Efesini, Magnesi, Tralliani, Romani, Filadelfiesi, Smirnesi e a Policarpo). Questi testi sono fondamentali per la teologia primitiva, in quanto sostengono:

L’unità della Chiesa attorno al vescovo.

L’importanza dell’Eucaristia, definita “medicina d’immortalità”.

La difesa della natura divina e umana di Cristo contro le eresie.

Ignazio considerava il suo martirio come il modo per diventare “grano di Cristo”, pronto a essere macinato dai denti delle fiere per testimoniare la fede.

La sua testimonianza ha avuto un impatto duraturo sulla struttura e la dottrina della Chiesa primitiva, ponendo enfasi sulla figura del vescovo come tramite tra Dio e i fedeli.

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