Category Archives: santo del giorno

Sabato 7 febbraio 2026, San Partenio, Vescovo di Lampsaco, e San Luca di Stirio. Commemorazione di tutti i defunti.

Di Partenio si conserva una Vita scritta da uno dei suoi discepoli, Crispino, di cui B. Latysev ha pubblicato una recensione abbreviata ed un rimaneggiamento metafrastico. I sinassari bizantini celebrano la memoria di questo santo il 7 febbraio e la notizia che gli è dedicata è un riassunto della succitata biografia.
Partenio viveva a Melitopoli (o meglio Miletopoli) nell’Ellesponto, città di cui era originario, ai tempi dell’imperatore Costantino. Suo padre, Cristodulo, era diacono della Chiesa locale. Sebbene analfabeta, Partenio aveva grandi qualità d’animo che esercitava in una profonda pratica delle virtù; i guadagni ricavati dal suo mestiere di pescatore andavano tutti a favore dei bisognosi. Fu anche dotato di poteri taumaturgici, in particolare per scacciare i demoni e guarire le malattie.
Avendo in seguito studiato, fu ordinato prete dal vescovo di Miletopoli Fileto. In seguito fu consacrato vescovo di Lampsaco da Ascolio, vescovo di Cizico (metropoli dell’Ellesponto), personaggio noto, sembra, soltanto attraverso la Vita di Partenio, e che era succeduto in quella sede a Theonas. Questo avvenimento si pone certamente dopo il 325 poiché Theonas di Cizico partecipò al concilio di Nicea.

I miracoli attribuiti a Partenio durante il suo episcopato sono numerosissimi e gli facilitarono l’evangelizzazione di una popolazione che dotò di chiese per sostituire i templi pagani, aiutato in questa opera dallo stesso imperatore Costantino (morto nel 337).
Tra i miracoli dovuti all’intervento di Partenio occorre almeno citare quello in favore del vescovo Ipazio di Eraclea di Tracia che egli era andato a visitare. Costui era molto malato, torturato dai misfatti causati dalla propria avarizia. P. ne diagnosticò il male e lo persuase a recarsi nel tempio della celebre martire di Eraclea, santa Gikeria ed a restituire ai poveri i beni che aveva loro sottratto. Fatto ciò il vescovo Ipazio, tre giorni più tardi, riacquistò la salute.
Si ignora la data della morte di Partenio; si sa soltanto che, appena spirato, tutti i vescovi della regione si riunirono per rendere gli ultimi onori al prelato che fu sepolto in un oratorio presso la chiesa.
Il Sinassario armeno di Ter Israel commemora Partenio l’8 febbraio (= 2 meheki), e la notizia che gli è dedicata dipende dalla Vita greca; il suo luogo d’origine tuttavia vi è divenuto Melitene. Si tratta forse di un semplice errore dovuto all’omofonia dei nomi piuttosto che a una volontà cosciente di aggregare il santo alla terra armena. La menzione di Partenio si ritrova nel Sinassario Palestino-georgiano dei Sinaiticus 34 (secolo X) al 7 e al 16 febbraio. Il Lezionario del Paris géorgien 3 (secoli X-XI) lo ricorda solo al 16 febbraio, mentre il Meneo greco di Dumbarton Oaks (secolo XI) riporta la sola data tradizionale del 7.
Tra i calendari siriaci pubblicati da F. Nau, solo l’undicesimo, del resto fortemente influenzato dai libri liturgici bizantini, menziona Partenio al 7 Sbat (febbraio). In Occidente la memoria del vescovo di Lampsaco è rimasta completamente ignota.


Autore: 
Joseph-Marie Sauget

 

San Luca il Giovane (Isola di Egira; † Stiri nella Focide955) è stato un monacoeremita e taumaturgo grecovenerato dalla Chiesa che ne commemora la memoria il 7 febbraio.

Vita

Era figlio di Stefano e Eufrosina, piccoli proprietari terrieri dell’isola di Egina (Grecia), terzo di sette figli.

Passò i primi anni della sua vita in famiglia, aiutando i genitori nei lavori dei campiMorto il padre distribuì quanto possedeva ai poveri e si dedicò a una vita di preghiera. Criticato dai parenti dovette lasciare la casa e si spostò in una regione tra i confini di Ungheria e Bulgaria. Qui venne sequestrato da un gruppo di malviventi che lo credevano una schiavo in fuga, ma fu poi rilasciato e potè fare ritorno a casa, dove venne mal accolto dalla famiglia.

Dopo un certo periodo si fece monaco in un monastero presso Atene. L’abate ebbe un sogno dove Eufrosina chiedeva di potersi riconciliare con il figlio, e perciò rimandò Luca a casa. Ivi fu accolto con grande gioia dai suoi, che si convinsero della sua reale vocazione alla vita monastica.

Sul monte Joannitza, nei pressi di Corinto, in una piccola cella da lui stesso costruita condusse, per il resto dei suoi giorni, vita eremitica.

La sua fama non tardò a diffondersi, e i numerosi miracoli attribuiti alla sua intercessione gli meritarono il titolo di Thaumaturgus.

La morte lo colse nel 955.

Culto

Dopo la sua morte la sua cella divenne meta di pellegrinaggi e trasformata in un oratorio chiamato Soterion, che significa “luogo di salvezza“.

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Venerdì 6 febbraio 2026, Apodhosis della festa dell’Ypapantì, memoria di San Bucolo, vescovo di Smirne

San Bucolo è venerato come il primo vescovo di Smirne (l’attuale Izmir, in Turchia) ed è una figura cardine delle origini del cristianesimo in Asia Minore.

Secondo la tradizione, Bucolo fu discepolo di San Giovanni l’Evangelista, che lo scelse e lo consacrò vescovo di Smirne proprio per la sua rettitudine e dedizione fin dalla giovinezza.

Prima di morire, San Bucolo designò come suo successore il celebre San Policarpo di Smirne, uno dei Padri Apostolici più influenti del II secolo.

Una leggenda devozionale narra che sulla sua tomba crebbe una pianta di mirto dotata di proprietà curative per i malati.

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5 febbraio Sant’Agata martire

Nella Sicilia del III secolo, la storia di Agata si dipana fra Catania e Palermo, le due città che si contendono i natali della martire. Leggendo la sua “Passio”, pare si possa desumere che la fanciulla sia nata nel 235 alle falde dell’Etna, da una nobile e ricca famiglia. È ancora adolescente quando manifesta la volontà di consacrarsi a Dio, e con il rito della velatio riceve dal suo vescovo il flammeum, il velo rosso portato allora dalle vergini consacrate. La tradizione la descrive anche diaconessa, dedita al servizio per la comunità cristiana. Nel 250 l’editto dell’imperatore Decio contro i cristiani scatena una dura persecuzione e a Catania ad applicarlo duramente è lo spietato proconsole Quinziano, che s’invaghisce di Agata.

 

La giovane fugge a Palermo, ma viene ritrovata e riportata a Catania. Condotta da Quinziano, rifiuta di abiurare. Il proconsole, allora, deciso ad attentare alla verginità della fanciulla, la affida ad una cortigiana di facili costumi, Afrodisia, per farla educare alle arti amatorie. Agata rimane fedele a Cristo, sicché viene riconsegnata a Quinziano che decide di sottoporla a processo. Gli Atti del Martirio di Sant’Agata riportano i colloqui. “Di che condizione sei tu?” chiede Quinziano ad Agata che risponde: “Non solo nata libera, ma di nobile famiglia”. E Quinziano: “E se attesti di esser libera e nobile, perché mostri di vivere e vestire da schiava?”. “Perché sono serva di Cristo” ribatte Agata. E ancora Quinziano: “Ma se sei veramente libera e nobile, perché volerti fare schiava?”. E Agata: “La massima libertà e nobiltà sta qui: nel dimostrare di essere servi di Cristo”. Ribatte Quinziano: “E che perciò? Noi che disprezziamo la servitù di Cristo e veneriamo gli dei non abbiamo libertà?”. “La vostra libertà vi trascina a tanta schiavitù, che non solo vi fa servi del peccato, ma anche vi sottomette ai legni e alle pietre” afferma Agata. Di fronte a queste parole Quinziano esorta ancora una volta Agata a rinnegare Cristo e per indurla a riflettere la fa condurre in carcere. Ma il giorno successivo, di fronte al nuovo diniego della giovane, stabilisce che venga sottoposta ai supplizi. Furibondo nel vederla affrontare le pene con coraggio, Quinziano comanda che venga torturata alle mammelle e che le vengano strappate. Agata viene riportata in carcere dolorante e sanguinante, ma nella notte le appare San Pietro che la risana. Riportata in tribunale Agata rifiuta ancora una volta di adorare gli dei e dichiara di essere stata guarita da Gesù Cristo. Furibondo per il coraggio della ragazza nonostante le torture, Quinziano decreta per lei i carboni ardenti, avvolta solo dal suo velo rosso da sposa di Cristo.

 

“Mentre l’ordine veniva eseguito, subito il luogo, dove il santo corpo veniva rivoltato fu scosso … anche tutta la città di Catania fu scossa dalla veemenza del terremoto. Perciò tutti corsero al tribunale del giudice e cominciarono a tumultare grandemente, perché tormentava con empi strazi la santa serva di Dio, e per questo tutti si trovavano in grave pericolo”. Agata, col suo velo rimasto integro, viene tolta dalle braci ed “entrata poi nuovamente nel carcere, allargò le sue braccia al Signore, e disse: ‘Signore che mi hai creato e custodito dalla mia infanzia, e che nella giovinezza mi hai fatto agire virilmente, che togliesti da me l’amare del secolo, che preservasti il mio corpo dalla contaminazione, che mi facesti vincere i tormenti del carnefice, il ferro, il fuoco e le catene, che mi donasti fra i tormenti la virtù della pazienza; ti prego di accogliere ora il mio spirito, perché è già tempo che io lasci questo mondo per tuo comando e giunga alla tua misericordia’. Dette queste parole alla presenza di molti, a voce spiegata, rese lo spirito”. Era il 5 febbraio dell’anno 251.

 

 

Raccontano ancora gli Atti del Martirio: “Dopo un anno … il monte Etna eruttò un grande incendio, e come un fiume ardente così il fuoco impetuoso, liquefacendo e pietre e terra, veniva alla città di Catania”. In tanti si recano allora al sepolcro di Agata per chiedere la sua intercessione e il suo velo viene posto dinanzi alla colata lavica. Miracolosamente la lava si arresta. La fama del prodigio fa di Agata la patrona di Catania. Il suo culto nasce già ad un anno dal suo martirio e si diffonde rapidamente ovunque. Le sue reliquie sono conservate a Catania nel duomo a lei dedicato.

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4 Febbraio Sant’Isidoro Pelusiota

Nacque probabilmente ad Alessandria d’Egitto. Molto giovane, volendo imitare lo stile di vita di san Giovanni Battista nel deserto, rinunciò alle sue ricchezze e entrò in monastero. In seguito, dopo aver ricevuto l’ordinazione presbiterale, divenne abate di un monastero nei pressi di Pelusio, sempre in Egitto, divenne famoso per la perfezione cristiana che contraddistinse la sua vita.

Dal suo epistolario redatto in un greco elegante e raffinato, di cui restano oltre duemila esemplari, apprendiamo i suoi rapporti con il patriarca san Cirillo di Alessandria che fu un suo grande ammiratore. In questi scritti si rivela un grande diplomatico, molto erudito in teologia e sempre pronto a elargire i suoi consigli sulle pietà, la prudenza e l’umiltà. Da essi apprendiamo anche il suo desiderio di imitare il grande santo del mondo bizantino, Giovanni Crisostomo.

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30 gennaio venerdì

La Sinassi dei Tre Santi Gerarchi

Nella Chiesa Orientale i santi Giovanni Сrisostomo, Basilio Magno e Gregorio Teologo che vissero nel IV secolo sono tra i più venerati Padri della Chiesa per il loro contributo allo sviluppo della teologia, in particolare l’istituzione del dogma della Santissima Trinità, il culto eucaristico, l’organizzazione della Chiesa. I Santi Padri Cappadoci furono uniti nello zelo apostolico per la purità della fede e la salvezza delle anime. Inoltre sono considerati gli autori delle tre liturgie più popolari.

La celebrazione della festa della Sinassi dei Padri Cappadoci: Basilio il Grande, Gregorio il Teologo e Giovanni Crisostomo (Μνήμη τῶν ἐν Ἁγίοις Πατέρων ἡμῶν καὶΟἰκουμενικῶν Διδασκάλων Βασιλείου τοῦ Μεγάλου, Γρηγορίου τοῦ Θεολόγου καὶ Ἰωάννου τοῦ Χρυσοστόμου) si iniziò ai tempi dell’imperatore bizantino Alessio Comneno (1081 – 1118), quando a Costantinopoli sorse una disputa che provocò la divisione tra le persone, che celebravano di più San Basilio il Grande, caratterizzandolo come un genio e dal grande carattere e considerandolo superiore, ed altri che collocavano più in alto il santo Crisostomo, superiore a Basilio Magno e a Gregorio e quelli che reputavano Gregorio il Teologo più venerabile di Basilio e di Crisostomo. Ma, secondo la tradizione, nel 1084 i tre santi apparirono, uno alla volta e dopo tutti e tre assieme, a Giovanni Mauropo, metropolita di Eucaita, dicendo: “Noi, come vedi, siamo una sola cosa presso Dio e tra di noi non c’è alcuna opposizione o inimicizia, ciascuno a suo tempo, essendo determinato dallo Spirito Santo, così abbiamo imparato. Non c’è tra di noi uno che sia primo e l’altro il secondo e se invocherai uno, verranno anche gli altri due. Per questo alzati ed ordina che nessuno disputi per noi. Che questo è stato il nostro scopo sia quando eravamo vivi sia dopo che siamo morti. Raccoglici in un solo giorno e festeggiaci. Farlo sapere anche ai successori che noi siamo una sola cosa in Dio e di’ loro che li aiuteremo nella salvezza di coloro che ci ricorderanno; perché ci sembra d’avere un certo coraggio presso di Dio”. Allora, il vescovo pose fine alla disputa e si impegnò nella riconciliazione delle diverse parti della lotta, raccomandò la celebrazione del 30 gennaio (12 febbraio) e scrisse e l’officiatura comune per i tre Grandi Padri, le lode e due canoni. Nei secoli successivi in Bisanzio gli scrittori ecclesiastici di spicco molto spesso si riferivano ai Tre Gerarchi: nel XIII secolo Teodoro Metochite, patriarca di Costantinopoli Niceforo, Germano II, patriarca di Costantinopoli e nel XIV secolo il patriarca di Costantinopoli Filoteo, Matteo Kamariot, vescovo di Selymvria Filoteo, Nichola Cabasilas, Niceforo Callista.

La festa della Sinassi di Basilio Magno, Gregorio il Teologo e Giovanni Crisostomo (in gr. Οι Τρεις Ιεράρχες) istituita nel 1084 simbolizza visibilmente non soltanto l’uguaglianza dei grandi Padri della Chiesa, ma anche l’unità della Chiesa. La memoria dei Tre Gerarchi è stata inclusa degli antichi libri liturgici: Minea, Sinassario, Tipikon. Ll’ufficiatura della festa nei libri liturgici greci è stata preservata dalla prima metà del XII secolo:il primo esempio è nel manoscritto del 1136 dal monastero di Pantocratore a Costantinopoli.

San Basilio Magno (ca 329-379), San Gregorio Nazianzeno (ca 329-390) e San Giovanni Crisostomo (344/354 -407) appartengono al gruppo dei Padri cappadoci, che si distinsero per la capacità di trasmettere la fede, dimostrando la perfetta conciliabilità tra il cristianesimo e la filosofia.

San Basilio, il vescovo di Cesarea in Cappadocia, detto Magno, (in gr. Βασίλειος ὁ Μέγας) (329/30, Cesarea di Cappadocia (adesso Kayseri a Turchia) – 379, Cesarea di Cappadocia), regolatore e consolidatore della vita monastica in Oriente, si distinse come brillante predicatore e scrittore, uno dei più importanti protettori dell’ortodossia della fede cristiana contro l’arianesimo. Istruì i fedeli con insigni scritti e rifulse per la cura pastorale dei poveri e dei malati, fondò e diresse l’assistenza ai bisognosi, che era l’origine dei moderni ospedali. San Basilio il Grande ha il titolo di confessore e Dottore della Chiesa, è considerato il primo dei Padri Cappadoci.

Il suo stretto amico, San Gregorio Nazianzeno (in gr. Γρηγόριος ὁ Θεολόγος, ὁ Ναζιανζηνός, 325-330, Cappadocia – 389-390, Cappadocia), illustre teologo e difensore della fede, che con grande ardore protesse la divinità del Verbo, perciò fu chiamato il Teologo. Fu il vescovo di Sásima, eletto nel 381 al patriarcato di Costantinopoli e infine governò la chiesa di Nazianzo. Il suo insegnamento sulla Santissima Trinità si formò durante le polemiche con il tardo arianesimo.

San Giovanni Crisostomo, o Giovanni d’Antiochia per il raro talento nella predicazione e l’eloquenza riceve un soprannome Crisostomo (in gr. Χρυσορρήμων, Χρυσορρόας, e dalla metà del VI secolo Ἰωάννης ὁ Χρυσόστομος, chrysóstomos, letteralmente “bocca d’oro”). Nacque nel 350 ca ad Antiochia, dopo la vita dell’eremita divene sacerdote ed vescovo, nel 398 fu nominato patriarca di Costantinopoli. Per il suo zelo e il suo rigore subì le forti opposizioni e l’esilio in Armenia e nel Ponto sul mar Nero. Al suo patrimonio spirituale appartengono quasi novecento opere che sono statate tradotte nel V secolo in latino e più tardi nelle lingue orientali. La liturgia attribuita a Giovanni Crisostomo si usa nella Chiesa Orientale dal periodo post-iconoclastico fino ai giorni nostri.

Le opere dei Santi Padri Cappadoci erano popolari nell’antica Rus’-Ucraina. I codici del principe di Kyiv Sviatoslav dell’anno 1073 e del 1076 già contenevano gli estratti delle opere di Basilio il Grande, Gregorio il Teologo e San Giovanni Crisostomo. Le “Domande e risposte di Gregorio il Teologo e Basilio il Grande”, sono state incluse nel codice del principe Sviatoslav (l’Izbornyk di Sviatoslav) nel 1073. In modo particolare nella Rus’-Ucraina erano diffuse le raccolte degli estratti delle opere di San Giovanni Crisostomo (“Zlatostruy”, “Izmaragd”, Margaryt (Μαργαρίται)” ecc.). La traduzione della raccolta dei venti sermoni di San Giovanni Crisostomo includeva un manoscritto di Supral dell’XI secolo. I sermoni del santo sono nei manoscritti delle Cetia-Minea del XII secolo. Secondo la ricerca di E. Golubovsky, nella tradizione letterarea della Rus’-Ucraina esistevanp circa duecentotre sermoni di San Giovanni Crisostomo tradotti dal greco a Kyiv durante XI -XIII secolo.

Nell’antica letteratura ucraina era molto diffusa “La Conversazione dei Tre Gerarchi”, composta dalle domande e risposte scritte a nome di Basilio Magno, Gregorio il Teologo e Giovanni Crisostomo. La sua più antica copia risale ai secoli XII-XIII. La prima copia preservata della raccolta delle “Parole di Basilio Magno, Gregorio il Teologo e Giovanni Crisostomo” risale al XV secolo.

Le immagini dei Tre Gerarchi insieme sono note nell’abside dell’altare dell’epoca dell’imperatore bizantino Costantino Monomaco (1042-1055): ad esempio, nella cattedrale di Santa Sofia di Ocrida a Macedonia (1040-1050). Tra le prime raffigurazioni dei Santi Padri di Cappadocia sono i Tre Gerarchi rappresentati nell’abside della cattedrale di Santa Sofia a Kyiv (XI secolo).

Nell’arte bizantina sono raffigurati nella miniatura del Salterio del monastero di Studian a Costantinopoli nel 1066 (adesso nella collezione del British Museum), nella miniatura della seconda metà dell’XI secolo di un Lezionario (libro di letture bibliche) del monastero di San Dionisio sul Monte Athos, in cui i Tre Gerarchi tra una schiera dei santi. I Santi Padri di Cappadocia sono rappresentati anche nella Cappella Palatina a Palermo (1143-1154).

Parrocchia ucraina a Roma

hiesa cattedrale

Madonna di Zhyrovyci e Santi Martiri Sergio e Bacco

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29 gennaio, Traslazione delle reliquie di Sant’Ignazio il Teofòro

La traslazione delle reliquie di Sant’Ignazio il Teoforo, Vescovo di Antiochia e martire, celebra il ritorno dei suoi resti mortali da Roma ad Antiochia. Condannato alle fiere sotto Traiano (107 d.C.), il suo corpo fu riportato nella città siriana dove inizialmente esercitava il suo ministero.

Sant’Ignazio di Antiochia, detto Teoforo (“portatore di Dio”), è stato un vescovo e martire cristiano del II secolo, discepolo di San Giovanni Apostolo e terzo vescovo di Antiochia. Succedette a Pietro ed Evodio come vescovo di Antiochia.

Sotto l’imperatore Traiano, fu condannato ad essere sbranato dalle fiere nel Colosseo, affrontando il martirio con gioia come culmine della sua fede.

Durante il viaggio verso Roma, scrisse 7 lettere alle comunità cristiane (Efesini, Magnesi, Tralliani, Romani, Filadelfiesi, Smirnesi e a Policarpo). Questi testi sono fondamentali per la teologia primitiva, in quanto sostengono:

L’unità della Chiesa attorno al vescovo.

L’importanza dell’Eucaristia, definita “medicina d’immortalità”.

La difesa della natura divina e umana di Cristo contro le eresie.

Ignazio considerava il suo martirio come il modo per diventare “grano di Cristo”, pronto a essere macinato dai denti delle fiere per testimoniare la fede.

La sua testimonianza ha avuto un impatto duraturo sulla struttura e la dottrina della Chiesa primitiva, ponendo enfasi sulla figura del vescovo come tramite tra Dio e i fedeli.

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Sant’Efrem il Siro

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 28 novembre 2007

 

Sant’Efrem, il Siro

Cari fratelli e sorelle,

secondo l’opinione comune di oggi, il cristianesimo sarebbe una religione europea, che avrebbe poi esportato la cultura di questo Continente in altri Paesi. Ma la realtà è molto più complessa, poiché la radice della religione cristiana si trova nell’Antico Testamento e quindi a Gerusalemme e nel mondo semitico. Il cristianesimo si nutre sempre a questa radice dell’Antico Testamento. Anche la sua espansione nei primi secoli si è avuta sia verso occidente – verso il mondo greco-latino, dove ha poi ispirato la cultura europea – sia verso oriente, fino alla Persia, all’India, contribuendo così a suscitare una specifica cultura, in lingue semitiche, con una propria identità. Per mostrare questa pluriformità culturale dell’unica fede cristiana degli inizi, nella catechesi di mercoledì scorso ho parlato di un rappresentante di questo altro cristianesimo, Afraate il saggio persiano, da noi quasi sconosciuto. Nella stessa linea vorrei parlare oggi di sant’Efrem Siro, nato a Nisibi attorno al 306 in una famiglia cristiana. Egli fu il più insigne rappresentante del cristianesimo di lingua siriaca e riuscì a conciliare in modo unico la vocazione del teologo e quella del poeta. Si formò e crebbe accanto a Giacomo, Vescovo di Nisibi (303-338), e insieme a lui fondò la scuola teologica della sua città. Ordinato diacono, visse intensamente la vita della locale comunità cristiana fino al 363, anno in cui Nisibi cadde nelle mani dei Persiani. Efrem allora emigrò a Edessa, dove proseguì la sua attività di predicatore. Morì in questa città l’anno 373, vittima del contagio contratto nella cura degli ammalati di peste. Non si sa con certezza se era monaco, ma in ogni caso è sicuro che è rimasto diacono per tutta la sua vita e che ha abbracciato la verginità e la povertà. Così appare nella specificità della sua espressione culturale la comune e fondamentale identità cristiana: la fede, la speranza – questa speranza che permette di vivere povero e casto nel mondo, ponendo ogni aspettativa nel Signore – e infine la carità, fino al dono di se stesso nella cura degli ammalati di peste.

Sant’Efrem ci ha lasciato una grande eredità teologica. La sua considerevole produzione si può raggruppare in quattro categorie: opere scritte in prosa ordinaria (le sue opere polemiche, oppure i commenti biblici); opere in prosa poetica; omelie in versi; infine gli inni, sicuramente l’opera più ampia di Efrem. Egli è un autore ricco e interessante per molti aspetti, ma specialmente sotto il profilo teologico. La specificità del suo lavoro è che in esso si incontrano teologia e poesia. Volendoci accostare alla sua dottrina, dobbiamo insistere fin dall’inizio su questo: sul fatto cioè che egli fa teologia in forma poetica. La poesia gli permette di approfondire la riflessione teologica attraverso paradossi e immagini. Nello stesso tempo la sua teologia diventa liturgia, diventa musica: egli era infatti un grande compositore, un musicista. Teologia, riflessione sulla fede, poesia, canto, lode di Dio vanno insieme; ed è proprio in questo carattere liturgico che nella teologia di Efrem appare con limpidezza la verità divina. Nella sua ricerca di Dio, nel suo fare teologia, egli segue il cammino del paradosso e del simbolo. Le immagini contrapposte sono da lui largamente privilegiate, perché gli servono per sottolineare il mistero di Dio.

Non posso adesso presentare molto di lui, anche perché la poesia è difficilmente traducibile, ma per dare almeno un’idea della sua teologia poetica vorrei citare in parte due inni. Innanzitutto, anche in vista del prossimo Avvento, vi propongo alcune splendide immagini tratte dagli Inni sulla natività di Cristo. Davanti alla Vergine Efrem manifesta con tono ispirato la sua meraviglia:

«Il Signore venne in lei
per farsi servo.
Il Verbo venne in lei
per tacere nel suo seno.
Il fulmine venne in lei
per non fare rumore alcuno.
Il Pastore venne in lei
ed ecco l’Agnello nato, che sommessamente piange.
Poiché il seno di Maria
ha capovolto i ruoli:
Colui che creò tutte le cose
ne è entrato in possesso, ma povero.
L’Altissimo venne in lei (Maria),
ma vi entrò umile.
Lo splendore venne in lei,
ma vestito con panni umili.
Colui che elargisce tutte le cose
conobbe la fame.
Colui che abbevera tutti
conobbe la sete.
Nudo e spogliato uscì da lei,
Egli che riveste (di bellezza) tutte le cose»
(Inno sulla Natività11, 6-8).

Per esprimere il mistero di Cristo, Efrem usa una grande diversità di temi, di espressioni, di immagini. In uno dei suoi inni, egli collega in modo efficace Adamo (nel paradiso) a Cristo (nell’Eucaristia):

«Fu chiudendo
con la spada del cherubino,
che fu chiuso
il cammino dell’albero della vita.
Ma per i popoli,
il Signore di quest’albero
si è dato come cibo
lui stesso nell’oblazione (eucaristica).
Gli alberi dell’Eden
furono dati come alimento
al primo Adamo.
Per noi, il giardiniere
del Giardino in persona
si è fatto alimento
per le nostre anime.
Infatti tutti noi eravamo usciti
dal Paradiso assieme con Adamo,
che lo lasciò indietro.
Adesso che la spada è stata tolta
laggiù (sulla croce) dalla lancia
noi possiamo ritornarvi»
(Inno 49,9-11).

Per parlare dell’Eucaristia, Efrem si serve di due immagini: la brace o il carbone ardente e la perla. Il tema della brace è preso dal profeta Isaia (cfr 6,6). E’ l’immagine del serafino, che prende la brace con le pinze, e semplicemente sfiora le labbra del profeta per purificarle; il cristiano, invece, tocca e consuma la Brace, che è Cristo stesso:

«Nel tuo pane si nasconde lo Spirito,
che non può essere consumato;
nel tuo vino c’è il fuoco, che non si può bere.
Lo Spirito nel tuo pane, il fuoco nel tuo vino:
ecco una meraviglia accolta dalle nostre labbra.
Il serafino non poteva avvicinare le sue dita alla brace,
che fu avvicinata soltanto alla bocca di Isaia;
né le dita l’hanno presa, né le labbra l’hanno inghiottita;
ma a noi il Signore ha concesso di fare ambedue cose.
Il fuoco discese con ira per distruggere i peccatori,
ma il fuoco della grazia discende sul pane e vi rimane.
Invece del fuoco che distrusse l’uomo,
abbiamo mangiato il fuoco nel pane
e siamo stati vivificati»
(Inno sulla fede10,8-10).

Ed ecco ancora un ultimo esempio degli inni di sant’Efrem, dove egli parla della perla quale simbolo della ricchezza e della bellezza della fede:

«Posi (la perla), fratelli miei, sul palmo della mia mano,
per poterla esaminare.
Mi misi ad osservarla dall’uno e dall’altro lato:
aveva un solo aspetto da tutti i lati.
(Così) è la ricerca del Figlio, imperscrutabile,
perché essa è tutta luce.
Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido,
che non diventa opaco;
e nella sua purezza,
il simbolo grande del corpo di nostro Signore,
che è puro.
Nella sua indivisibilità, io vidi la verità,
che è indivisibile»
(Inno sulla perla 1,2-3).

La figura di Efrem è ancora pienamente attuale per la vita delle varie Chiese cristiane. Lo scopriamo in primo luogo come teologo, che a partire dalla Sacra Scrittura riflette poeticamente sul mistero della redenzione dell’uomo operata da Cristo, Verbo di Dio incarnato. La sua è una riflessione teologica espressa con immagini e simboli presi dalla natura, dalla vita quotidiana e dalla Bibbia. Alla poesia e agli inni per la liturgia, Efrem conferisce un carattere didattico e catechetico; si tratta di inni teologici e insieme adatti per la recita o il canto liturgico. Efrem si serve di questi inni per diffondere, in occasione delle feste liturgiche, la dottrina della Chiesa. Nel tempo essi si sono rivelati un mezzo catechetico estremamente efficace per la comunità cristiana.

E’ importante la riflessione di Efrem sul tema di Dio creatore: niente nella creazione è isolato, e il mondo è, accanto alla Sacra Scrittura, una Bibbia di Dio. Usando in modo sbagliato la sua libertà, l’uomo capovolge l’ordine del cosmo. Per Efrem è rilevante il ruolo della donna. Il modo in cui egli ne parla è sempre ispirato a sensibilità e rispetto: la dimora di Gesù nel seno di Maria ha innalzato grandemente la dignità della donna. Per Efrem, come non c’è redenzione senza Gesù, così non c’è incarnazione senza Maria. Le dimensioni divine e umane del mistero della nostra redenzione si trovano già nei testi di Efrem; in modo poetico e con immagini fondamentalmente scritturistiche, egli anticipa lo sfondo teologico e in qualche modo lo stesso linguaggio delle grandi definizioni cristologiche dei Concili del V secolo.

Efrem, onorato dalla tradizione cristiana con il titolo di «cetra dello Spirito Santo», restò diacono della sua Chiesa per tutta la vita. Fu una scelta decisiva ed emblematica: egli fu diacono, cioè servitore, sia nel ministero liturgico, sia, più radicalmente, nell’amore a Cristo, da lui cantato in modo ineguagliabile, sia infine nella carità verso i fratelli, che introdusse con rara maestria nella conoscenza della divina Rivelazione.

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Traslazione delle reliquie di San Giovanni Crisostomo

La traslazione delle reliquie di San Giovanni Crisostomo avvenne il 27 gennaio 438 quando i resti mortali furono solennemente trasferiti da Comana del Ponto, luogo della morte in esilio, a Costantinopoli.

L’evento fu fortemente voluto dall’arcivescovo Proclo e dall’imperatore Teodosio II, che cercavano di riparare l’ingiustizia dell’esilio subito dal santo, morto nel 407.

L’imperatore Teodosio II si avvicinò all’urna in lacrime, chiedendo perdono per la madre Eudossia, responsabile dell’esilio. Le reliquie furono portate con una grande processione e deposte nella Chiesa dei Santi Apostoli.

Secondo la tradizione, durante il trasferimento, il popolo gridò: “Riprendi il tuo trono, padre!”, e si racconta che il corpo del santo pronunciò: “Pace a tutti!”.

Inizialmente le reliquie furono tumulate nella Chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli e successivamente furono portate a Roma, dove sono attualmente conservate nella Basilica Vaticana.

Nel novembre 2004, papa Giovanni Paolo II ha donato una parte delle reliquie di San Giovanni Crisostomo al patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I.

La traslazione segnò il riconoscimento ufficiale della santità e la riabilitazione storica del vescovo “bocca d’oro”.

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26 gennaio San Senofonte (Maria, sua sposa, e i loro figli Arcadio e Giovanni

Santi Senofonte e Maria, sposi, con i figli Giovanni e Arcadio Monaci V secolo

 

La storia di questa famiglia di santi, festeggiata al 26 gennaio, inizia a Costantinopoli nel V secolo. Senofonte e Maria, nonostante la loro ricchezza e la loro posizione sociale, si distinguevano per la loro semplicità d’animo e la bontà del cuore.

Desiderosi di dare ai loro figli Arcadio e Giovanni una più completa formazione, li mandarono a Beirut in Fenicia.

La Provvidenza volle che, andata distrutta la nave su cui erano in viaggio, i due fratelli furono miracolosamente salvati dalle onde facendoli giungere a riva in luoghi diversi.

Intrapresero dunque la vita monastica ed i genitori, non avendo più notizie, credettero fossero morti.

Ormai anziani, Senofonte e Maria si recarono pellegrini ai luoghi santi di Gerusalemme, ove rincontrarono i loro figli.

Grati al Signore per aver riunito la loro famiglia, anch’essi scelsero di passare il resto dei loro giorni nel silenzio e nel digiuno dell’ascesi.

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San Gregorio, Arcivescovo di Costantinopoli, il Teologo

Gregorio (330-389/390) fu un uomo di grandi amicizie. L’amico per eccellenza fu Basilio, conosciuto prima durante l’adolescenza a Cesarea di Cappadocia, e poi ad Atene, dove i due si erano recati a perfezionare i loro studi. “Sembrava che fossimo un’anima sola in due corpi” (Discorsi 43, 20), scriverà più tardi rievocando quegli anni. L’affetto tra i due non venne mai meno, anche se conobbe, come sovente accade nell’amicizia, momenti di grande tensione. La personalità forte ed energica di Basilio si scontrava con quella di Gregorio, dotato di un animo poetico, emotivo, propenso alla solitudine e alla contemplazione.

Basilio diede vita a una comunità monastica ad Annisoi, nel Ponto, ma Gregorio, che pur aveva aderito al progetto di vita concepito insieme negli anni ateniesi, lo abbandonò e preferì tornarsene nella casa paterna sognando di poter condurre una vita più solitaria e ritirata. Verso la fine del 361, o l’inizio del 362, venne, suo malgrado, ordinato presbitero dal padre, Vescovo di Nazianzo. “Mi piegò con la forza” (Autobiografia 348), scrive ricordando quell’evento. Reagì a quella violenza nel modo che gli era più usuale: con la fuga. Poi, dopo alcuni mesi, assunse in piena obbedienza il suo ministero, accettando, come più volte gli accadrà nel corso della vita, di essere condotto là dove non voleva andare (cf. Gv 21, 18).

A distanza di una decina d’anni, sarà lo stesso Basilio, che pure conosceva così bene i suoi sentimenti, a imporgli la consacrazione episcopale. Basilio, eletto Vescovo di Cesarea nel 370, si era visto costretto dalla politica ariana dell’imperatore Valente a moltiplicare il numero delle diocesi dipendenti da Cesarea, in modo da assicurare un certo numero di Vescovi fedeli a Nicea, che fossero in grado di fronteggiare l’avanzata dell’arianesimo. Gregorio, contro ogni suo desiderio, fu ordinato Vescovo di Sasima, un paesino di frontiera tra la Cappadocia prima e la Cappadocia seconda, nel quale, a dire il vero, non entrerà mai. Avrebbe dovuto entrarci con le armi in pugno, poiché Sasima, insignificante sotto l’aspetto pastorale, si trovava in una posizione strategica da un punto di vista economico e politico ed era contesa da un altro Vescovo ariano.

Ma Gregorio continua a sostenere l’amico Basilio con la sua amicizia; come era intervenuto, anni prima, a mettere pace tra lui, ancora presbitero e il Vescovo Eusebio, così, durante gli anni dell’episcopato, lo difende da chi lo accusa di essere troppo prudente nel proclamare la divinità dello Spirito Santo, e lo consola con le sue numerose lettere. Nel 379 Basilio muore e Gregorio, malato, non può essere accanto all’amico.

Nel 380, l’imperatore Teodosio chiamò Gregorio a Costantinopoli a guidare la piccola comunità cristiana fedele a Nicea e in questa città, Gregorio pronunciò i cinque discorsi che gli meritarono l’appellativo di “Teologo”. Ma Gregorio stesso precisa nei suoi scritti che la teologia non è “tecnologia”, non è un’argomentazione umana, ma nasce da una vita di preghiera, da un dialogo assiduo con il Signore. In qualità di Vescovo di Costantinopoli, Gregorio partecipò al concilio del 381 e, dopo la morte di Melezio che ne aveva guidato la prima parte, fu chiamato alla presidenza. Le sessioni conciliari furono quanto mai tribolate: i sostenitori dei due candidati alla presidenza della Chiesa di Antiochia non trovavano una via d’intesa; e lo stesso Gregorio fu accusato di occupare illegittimamente la sede di Costantinopoli, poiché era già stato nominato Vescovo di Sasima. Si ripeteva, ancora una volta, quello che già un tempo Gregorio aveva proclamato con parole accorate: “Abbiamo diviso Cristo, noi che tanto amavamo Dio e Cristo! Abbiamo mentito gli uni agli altri a motivo della Verità, abbiamo nutrito sentimenti di odio a causa dell’Amore, ci siamo divisi l’uno dall’altro!” (Discorsi 6, 3). Gregorio, confessandosi incapace di fare opera di comunione, lascia il concilio. “Lasciatemi riposare dalle mie lunghe fatiche, abbiate rispetto dei miei capelli bianchi … Sono stanco di sentirmi rimproverare la mia condiscendenza, sono stanco di lottare contro i pettegolezzi e contro l’invidia, contro i nemici e contro i nostri. Gli uni mi colpiscono al petto, e fanno un danno minore, perché è facile guardarsi da un nemico che sta di fronte. Gli altri mi spiano alle spalle e arrecano una sofferenza maggiore, perché il colpo inatteso procura una ferita più grave … Come potrò sopportare questa guerra santa? Bisogna parlare di guerra santa così come si parla di guerra barbara. Come potrei riunire e conciliare questa gente? Levano gli uni contro gli altri le loro sedi e la loro autorità pastorale e il popolo è diviso in due partiti opposti … Ma non è tutto: anche i continenti li hanno raggiunti nel loro dissenso, e così Oriente e Occidente si sono separati in campi avversi” (Discorsi 42, 20-21). È il mese di giugno del 381. Nell’autunno del 382 accetta la guida della comunità di Nazianzo: vi resta un anno e poi si ritira in solitudine ad Arianzo, dove proprio lui, uomo della Parola, trascorre un’intera Quaresima in assoluto silenzio, quale segno e monito che la parola era stata svilita, ridotta a chiacchiera vana e ad arma da usare contro l’altro. Negli anni compose il poema Sulla sua vita, una rilettura in versi del suo cammino umano e spirituale, e numerose poesie. Nulla sappiamo degli ultimi anni di solitudine e di preparazione all’incontro con il Signore, che avvenne verso il 390; forse in questi versi sono racchiusi i suoi sentimenti: “Fu soltanto tirannia? Sono venuto al mondo. Perché sono sconvolto dai flutti tempestosi della vita? Dirò una parola audace; sì, audace, ma la dirò. Se non fossi tuo, o mio Cristo, quale ingiustizia!” (Poemi II, 1, 74).

Gregorio è un uomo mite, un uomo di pace, che ha lottato lungo tutta la sua vita per fare opera di pace nella Chiesa del suo tempo, tribolata e divisa dalla controversia ariana, dalle rivalità e gelosie tra i pastori; ma è anche un uomo che con audacia evangelica sa vincere la sua timidezza, il suo carattere incline al silenzio per proclamare la verità senza paura. Scrittore fecondo, ha composto numerosi Discorsi: i 45 giunti fino a noi sono stati pronunciati per la massima parte a Costantinopoli, negli anni 379-381 e comprendono i 5 discorsi teologici, le invettive contro Giuliano, alcune omelie liturgiche, alcuni panegirici, i discorsi di circostanza in cui difende il suo operato, l’addio a Costantinopoli e i discorsi sulla povertà. Oltre alle numerose lettere, da lui stesso pubblicate, Gregorio compose 17.533 versi in 185 opere poetiche, un’attività che ha qualcosa di prodigioso a prescindere dai risultati artistici che può aver conseguito. Molte di queste poesie sono autobiografiche. Il poema più lungo (1949 versi) è quello dedicato alla narrazione della propria vita dalla nascita alla partenza da Costantinopoli. Aveva scritto: “Servo della Parola io aderisco al ministero della Parola; che io non consenta mai di esserne privato. Questa vocazione io l’apprezzo e la gradisco, ne traggo più gioia che da tutte le altre cose messe insieme” (Discorsi 6, 5). E ancora: “Ho lasciato tutto il resto a chi lo vuole, la ricchezza, la nobiltà, la gloria, la potenza … abbraccio solo la Parola” (Discorsi 4, 10).

Il numero dei panegirici pronunciati in onore di Gregorio testimonia eloquentemente il culto di cui godette nella tradizione bizantina. I sinassari celebrano la sua festa il 30 gennaio nel gruppo dei tre “gerarchi”, insieme con Basilio e Giovanni Crisostomo, ma lo commemorano più solennemente, e da solo, il 25 dello stesso mese. L’introduzione del culto di Gregorio in Occidente è meno documentata. Nel calendario latino è festeggiato il 2 gennaio insieme a san Basilio.

(Catechesi di Papa Benedetto 22 agosto 2007)

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