Author:

About

Vicario Generale della Diocesi di Lungro

29 gennaio, Traslazione delle reliquie di Sant’Ignazio il Teofòro

La traslazione delle reliquie di Sant’Ignazio il Teoforo, Vescovo di Antiochia e martire, celebra il ritorno dei suoi resti mortali da Roma ad Antiochia. Condannato alle fiere sotto Traiano (107 d.C.), il suo corpo fu riportato nella città siriana dove inizialmente esercitava il suo ministero.

Sant’Ignazio di Antiochia, detto Teoforo (“portatore di Dio”), è stato un vescovo e martire cristiano del II secolo, discepolo di San Giovanni Apostolo e terzo vescovo di Antiochia. Succedette a Pietro ed Evodio come vescovo di Antiochia.

Sotto l’imperatore Traiano, fu condannato ad essere sbranato dalle fiere nel Colosseo, affrontando il martirio con gioia come culmine della sua fede.

Durante il viaggio verso Roma, scrisse 7 lettere alle comunità cristiane (Efesini, Magnesi, Tralliani, Romani, Filadelfiesi, Smirnesi e a Policarpo). Questi testi sono fondamentali per la teologia primitiva, in quanto sostengono:

L’unità della Chiesa attorno al vescovo.

L’importanza dell’Eucaristia, definita “medicina d’immortalità”.

La difesa della natura divina e umana di Cristo contro le eresie.

Ignazio considerava il suo martirio come il modo per diventare “grano di Cristo”, pronto a essere macinato dai denti delle fiere per testimoniare la fede.

La sua testimonianza ha avuto un impatto duraturo sulla struttura e la dottrina della Chiesa primitiva, ponendo enfasi sulla figura del vescovo come tramite tra Dio e i fedeli.

condividi su

Giovedì 29 gennaio 2026

Vangelo di San Marco, capitolo 13, versetti dal 31 al 37; capitolo 14, versetti 1 e 2

 

13. 31Qielli e dheu do të shkojën po fjalët e mia nëng do të shkojën. 32Ditën, pra, e herën mosnjeri e di: jo ëngjëjt çë janë ndër qiej, jo i Biri, po vetëm Ati. 33Vëni re, rrini zgjuar e parkalesni, sepse nëng e dini kur është hera e saktë. 34Sepse do të jetë si një njeri çë u nis për një udhëtim, çë la shpinë e tij e i dha shërbëtorëvet të tij zotërinë, nganjëi punën e tij, e dertarit i urdhëroi të rrij zgjuar. 35Prandaj rrini zgjuar, sepse s’e dini kur vjen i zoti i shpisë: o mbrëmanet o mjeznatë o te këndimi i gjelit o menatet. 36Se të mos të vinjë gjithënjëherje e t’ju gjënjë çë flëni. 37Prandaj atë çë ju thom juve ja thom gjithëve: Rrini zgjuar!”.

14 – Komploti i sinedrit – 1Pas dy ditësh ish Pashka e të Pabrumërat dhe kryepriftrat e skribët kërkojin si t’e zëjin me gënjim, se t’e vrisjin. 2E thojin: “Jo te festa, se të mos të jetë trazim populli”.

 

  1. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre. 33Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. 37Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!”.

141 Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturarlo con un inganno per farlo morire. 2Dicevano infatti: “Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo”.

condividi su

Sant’Efrem il Siro

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 28 novembre 2007

 

Sant’Efrem, il Siro

Cari fratelli e sorelle,

secondo l’opinione comune di oggi, il cristianesimo sarebbe una religione europea, che avrebbe poi esportato la cultura di questo Continente in altri Paesi. Ma la realtà è molto più complessa, poiché la radice della religione cristiana si trova nell’Antico Testamento e quindi a Gerusalemme e nel mondo semitico. Il cristianesimo si nutre sempre a questa radice dell’Antico Testamento. Anche la sua espansione nei primi secoli si è avuta sia verso occidente – verso il mondo greco-latino, dove ha poi ispirato la cultura europea – sia verso oriente, fino alla Persia, all’India, contribuendo così a suscitare una specifica cultura, in lingue semitiche, con una propria identità. Per mostrare questa pluriformità culturale dell’unica fede cristiana degli inizi, nella catechesi di mercoledì scorso ho parlato di un rappresentante di questo altro cristianesimo, Afraate il saggio persiano, da noi quasi sconosciuto. Nella stessa linea vorrei parlare oggi di sant’Efrem Siro, nato a Nisibi attorno al 306 in una famiglia cristiana. Egli fu il più insigne rappresentante del cristianesimo di lingua siriaca e riuscì a conciliare in modo unico la vocazione del teologo e quella del poeta. Si formò e crebbe accanto a Giacomo, Vescovo di Nisibi (303-338), e insieme a lui fondò la scuola teologica della sua città. Ordinato diacono, visse intensamente la vita della locale comunità cristiana fino al 363, anno in cui Nisibi cadde nelle mani dei Persiani. Efrem allora emigrò a Edessa, dove proseguì la sua attività di predicatore. Morì in questa città l’anno 373, vittima del contagio contratto nella cura degli ammalati di peste. Non si sa con certezza se era monaco, ma in ogni caso è sicuro che è rimasto diacono per tutta la sua vita e che ha abbracciato la verginità e la povertà. Così appare nella specificità della sua espressione culturale la comune e fondamentale identità cristiana: la fede, la speranza – questa speranza che permette di vivere povero e casto nel mondo, ponendo ogni aspettativa nel Signore – e infine la carità, fino al dono di se stesso nella cura degli ammalati di peste.

Sant’Efrem ci ha lasciato una grande eredità teologica. La sua considerevole produzione si può raggruppare in quattro categorie: opere scritte in prosa ordinaria (le sue opere polemiche, oppure i commenti biblici); opere in prosa poetica; omelie in versi; infine gli inni, sicuramente l’opera più ampia di Efrem. Egli è un autore ricco e interessante per molti aspetti, ma specialmente sotto il profilo teologico. La specificità del suo lavoro è che in esso si incontrano teologia e poesia. Volendoci accostare alla sua dottrina, dobbiamo insistere fin dall’inizio su questo: sul fatto cioè che egli fa teologia in forma poetica. La poesia gli permette di approfondire la riflessione teologica attraverso paradossi e immagini. Nello stesso tempo la sua teologia diventa liturgia, diventa musica: egli era infatti un grande compositore, un musicista. Teologia, riflessione sulla fede, poesia, canto, lode di Dio vanno insieme; ed è proprio in questo carattere liturgico che nella teologia di Efrem appare con limpidezza la verità divina. Nella sua ricerca di Dio, nel suo fare teologia, egli segue il cammino del paradosso e del simbolo. Le immagini contrapposte sono da lui largamente privilegiate, perché gli servono per sottolineare il mistero di Dio.

Non posso adesso presentare molto di lui, anche perché la poesia è difficilmente traducibile, ma per dare almeno un’idea della sua teologia poetica vorrei citare in parte due inni. Innanzitutto, anche in vista del prossimo Avvento, vi propongo alcune splendide immagini tratte dagli Inni sulla natività di Cristo. Davanti alla Vergine Efrem manifesta con tono ispirato la sua meraviglia:

«Il Signore venne in lei
per farsi servo.
Il Verbo venne in lei
per tacere nel suo seno.
Il fulmine venne in lei
per non fare rumore alcuno.
Il Pastore venne in lei
ed ecco l’Agnello nato, che sommessamente piange.
Poiché il seno di Maria
ha capovolto i ruoli:
Colui che creò tutte le cose
ne è entrato in possesso, ma povero.
L’Altissimo venne in lei (Maria),
ma vi entrò umile.
Lo splendore venne in lei,
ma vestito con panni umili.
Colui che elargisce tutte le cose
conobbe la fame.
Colui che abbevera tutti
conobbe la sete.
Nudo e spogliato uscì da lei,
Egli che riveste (di bellezza) tutte le cose»
(Inno sulla Natività11, 6-8).

Per esprimere il mistero di Cristo, Efrem usa una grande diversità di temi, di espressioni, di immagini. In uno dei suoi inni, egli collega in modo efficace Adamo (nel paradiso) a Cristo (nell’Eucaristia):

«Fu chiudendo
con la spada del cherubino,
che fu chiuso
il cammino dell’albero della vita.
Ma per i popoli,
il Signore di quest’albero
si è dato come cibo
lui stesso nell’oblazione (eucaristica).
Gli alberi dell’Eden
furono dati come alimento
al primo Adamo.
Per noi, il giardiniere
del Giardino in persona
si è fatto alimento
per le nostre anime.
Infatti tutti noi eravamo usciti
dal Paradiso assieme con Adamo,
che lo lasciò indietro.
Adesso che la spada è stata tolta
laggiù (sulla croce) dalla lancia
noi possiamo ritornarvi»
(Inno 49,9-11).

Per parlare dell’Eucaristia, Efrem si serve di due immagini: la brace o il carbone ardente e la perla. Il tema della brace è preso dal profeta Isaia (cfr 6,6). E’ l’immagine del serafino, che prende la brace con le pinze, e semplicemente sfiora le labbra del profeta per purificarle; il cristiano, invece, tocca e consuma la Brace, che è Cristo stesso:

«Nel tuo pane si nasconde lo Spirito,
che non può essere consumato;
nel tuo vino c’è il fuoco, che non si può bere.
Lo Spirito nel tuo pane, il fuoco nel tuo vino:
ecco una meraviglia accolta dalle nostre labbra.
Il serafino non poteva avvicinare le sue dita alla brace,
che fu avvicinata soltanto alla bocca di Isaia;
né le dita l’hanno presa, né le labbra l’hanno inghiottita;
ma a noi il Signore ha concesso di fare ambedue cose.
Il fuoco discese con ira per distruggere i peccatori,
ma il fuoco della grazia discende sul pane e vi rimane.
Invece del fuoco che distrusse l’uomo,
abbiamo mangiato il fuoco nel pane
e siamo stati vivificati»
(Inno sulla fede10,8-10).

Ed ecco ancora un ultimo esempio degli inni di sant’Efrem, dove egli parla della perla quale simbolo della ricchezza e della bellezza della fede:

«Posi (la perla), fratelli miei, sul palmo della mia mano,
per poterla esaminare.
Mi misi ad osservarla dall’uno e dall’altro lato:
aveva un solo aspetto da tutti i lati.
(Così) è la ricerca del Figlio, imperscrutabile,
perché essa è tutta luce.
Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido,
che non diventa opaco;
e nella sua purezza,
il simbolo grande del corpo di nostro Signore,
che è puro.
Nella sua indivisibilità, io vidi la verità,
che è indivisibile»
(Inno sulla perla 1,2-3).

La figura di Efrem è ancora pienamente attuale per la vita delle varie Chiese cristiane. Lo scopriamo in primo luogo come teologo, che a partire dalla Sacra Scrittura riflette poeticamente sul mistero della redenzione dell’uomo operata da Cristo, Verbo di Dio incarnato. La sua è una riflessione teologica espressa con immagini e simboli presi dalla natura, dalla vita quotidiana e dalla Bibbia. Alla poesia e agli inni per la liturgia, Efrem conferisce un carattere didattico e catechetico; si tratta di inni teologici e insieme adatti per la recita o il canto liturgico. Efrem si serve di questi inni per diffondere, in occasione delle feste liturgiche, la dottrina della Chiesa. Nel tempo essi si sono rivelati un mezzo catechetico estremamente efficace per la comunità cristiana.

E’ importante la riflessione di Efrem sul tema di Dio creatore: niente nella creazione è isolato, e il mondo è, accanto alla Sacra Scrittura, una Bibbia di Dio. Usando in modo sbagliato la sua libertà, l’uomo capovolge l’ordine del cosmo. Per Efrem è rilevante il ruolo della donna. Il modo in cui egli ne parla è sempre ispirato a sensibilità e rispetto: la dimora di Gesù nel seno di Maria ha innalzato grandemente la dignità della donna. Per Efrem, come non c’è redenzione senza Gesù, così non c’è incarnazione senza Maria. Le dimensioni divine e umane del mistero della nostra redenzione si trovano già nei testi di Efrem; in modo poetico e con immagini fondamentalmente scritturistiche, egli anticipa lo sfondo teologico e in qualche modo lo stesso linguaggio delle grandi definizioni cristologiche dei Concili del V secolo.

Efrem, onorato dalla tradizione cristiana con il titolo di «cetra dello Spirito Santo», restò diacono della sua Chiesa per tutta la vita. Fu una scelta decisiva ed emblematica: egli fu diacono, cioè servitore, sia nel ministero liturgico, sia, più radicalmente, nell’amore a Cristo, da lui cantato in modo ineguagliabile, sia infine nella carità verso i fratelli, che introdusse con rara maestria nella conoscenza della divina Rivelazione.

condividi su

Vangelo di San Marco, capitolo 13, versetti dal 24 al 31

24Po tek ato ditë, pas atij shtrëngimi,

dielli do të erret,

hënza s’do të japë më shkëlqimin e saj.

25Dhe yjzit do të bien nga qielli,

dhe fuqitë e qiejvet do të shkunden.

26Ahiera do të shohin të Birin e njeriut çë vjen mbi retë, me shumë fuqi e lavdi. 27E ahiera do të dërgonjë ëngjëjt e tij, dhe do të mbledhë të zgjedhurit e tij nga të katër erërat, nga kufiri i dheut njera te kufiri i qiellit.

28Nga fiku xeni këtë përrallëz: kur dega e tij bëhet e njomë e nxier fleta, ju njihni se vera është afër. 29Kështu edhe ju, kur të shihni se bien këto shërbise, xeni se ai është po të vinjë, është afër dyervet. 30Me të vërtetë ju thom juve se kjo gjeneratë nëng do të shkonjë njera sa të bien këto të gjitha. 31Qielli e dheu do të shkojën po fjalët e mia nëng do të shkojën.

 

24In quei giorni, dopo quella tribolazione,

il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce
,
25 le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

26Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
28Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. 29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.
30In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

condividi su

Presenza missionaria all’Unical ogni martedì

Dal prossimo martedì 3 febbraio 2026, la nostra Eparchia ritorna con una  presenza missionaria settimanale nella Cappella dell’Unical, in collaborazione fraterna con i Padri Dehoniani, al servizio di quanti frequentano l’Università della Calabria.

 

condividi su

Traslazione delle reliquie di San Giovanni Crisostomo

La traslazione delle reliquie di San Giovanni Crisostomo avvenne il 27 gennaio 438 quando i resti mortali furono solennemente trasferiti da Comana del Ponto, luogo della morte in esilio, a Costantinopoli.

L’evento fu fortemente voluto dall’arcivescovo Proclo e dall’imperatore Teodosio II, che cercavano di riparare l’ingiustizia dell’esilio subito dal santo, morto nel 407.

L’imperatore Teodosio II si avvicinò all’urna in lacrime, chiedendo perdono per la madre Eudossia, responsabile dell’esilio. Le reliquie furono portate con una grande processione e deposte nella Chiesa dei Santi Apostoli.

Secondo la tradizione, durante il trasferimento, il popolo gridò: “Riprendi il tuo trono, padre!”, e si racconta che il corpo del santo pronunciò: “Pace a tutti!”.

Inizialmente le reliquie furono tumulate nella Chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli e successivamente furono portate a Roma, dove sono attualmente conservate nella Basilica Vaticana.

Nel novembre 2004, papa Giovanni Paolo II ha donato una parte delle reliquie di San Giovanni Crisostomo al patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I.

La traslazione segnò il riconoscimento ufficiale della santità e la riabilitazione storica del vescovo “bocca d’oro”.

condividi su

Vangelo di San Giovanni, capitolo 10, versetti dal 9 al 16

9U jam dera: kush hyn për anën time shpëtohet; e hyn e del e gjën kullotë. 10Vjedhësi vjen vetëm se të vjedhë, të therënjë e të shprishënjë. U erdha se të kenë jetën e t’e kenë të plotë. 11U jam delari i mirë. Delari i mirë jep jetën e tij për delet. 12Rrogëtari, përkundra, çë s’është delar, e të kujt s’janë delet, si sheh se vjen ujku, lë delet e pështon e ujku i rrëmben e i shprishën. 13Sepse rrogëtari është rrogëtar e s’ka kujdes për delet. 14U jam delari i mirë, e i njoh delet e mia e ato më njohin mua, 15si Ati më njeh mua e u njoh Atin, e jap jetën time për delet. 16E kam të tjera dele, të cilat s’janë të këtij vathi, e duhet t’i mbjedh edhe ato, e ato do të gjegjin zërin tim e do të bëhet një mëndër e vetme e një delar i vetëm.

 

9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.
11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.

condividi su