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Vicario Generale della Diocesi di Lungro

martedì 10 febbraio 2026, settimana dei latticini

Vangelo di San Giovanni, capitolo 15, dal versetto 17 al capitolo 16, versetto 2

 

15 – 17Këtë ju urdhëronj: duheni mirë njeri jetri.

 18Nëse jeta ju do lig, kin të dini se ajo më dish lig mua më parë se juve. 19Nëse ju ishit të jetës, jeta doj mirë të sajit. Po, sepse ju s’jini të jetës, se u ju zgjodha nga jeta, për këtë jeta ju do lig. 20Mbani mend fjalën çë ju thashë juve: s’është shërbëtor më i madh se i zoti i tij. Nëse më kanë reshtur mua, do t’ju reshtin edhe juve; nëse kanë ruajtur fjalën time, do të ruajën edhe tuajën. 21Po gjithë këto ju i bëjën juve për shkak të ëmrit tim, sepse nëng njohin atë çë më dërgoi. 22Nëse s’kisha ardhur e s’i kisha folur atyre, s’kishin mëkat, po nanì s’kanë ndëlesë për mëkatin e tyre. 23Kush më do lig mua, do lig edhe Atin tim. 24Nëse s’kisha bërë në mes të atyreve shërbise çë mosnjeri bëri, s’kishin ndonjë mëkat; po nanì kanë parë e kanë dashur lig mua e Atin tim. 25Se të bëhej fjala e shkruajtur te Ligja e tyre: Më dishtin lig pa gjë. 26Kur të vinjë Ngushëllimtari, çë u do t’ju dërgonj nga ana e Atit, Shpirti i së vërtetës çë buron prej Atit, ai do të më bënjë martri, edhe ju do të më bëni martri, sepse kini qënë me mua çë të parzën herë.

16 –1Ju thashë këto shërbise se të mos të skandallizoheni. 2Do t’ju përzënë nga sinagogat, e vjen hera kur, kush t’ju vrasë juve, ka besë se i jep lavdi Perëndisë.

15 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.
18Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. 22Se io non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. 23Chi odia me, odia anche il Padre mio. 24Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. 25Ma questo, perché si compisse la parola che sta scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione.

26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

16 1 Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio.

 

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10 febbraio 2026 martedì, San Caralampo

San Caralampo è un martire e taumaturgo cristiano vissuto tra il II e il III secolo, venerato il 10 febbraio sia dalla Chiesa cattolica che da quella ortodossa.

Fu sacerdote (o vescovo, secondo alcune fonti) a Magnesia, in Tessaglia.

Visse sotto il regno dell’imperatore Settimio Severo (193-211 d.C.).

Morì martire a un’età molto avanzata (si narra avesse 113 anni) dopo essere stato sottoposto a crudeli torture per non aver rinnegato la fede. Fu scorticato vivo e infine decapitato.

Durante il suo supplizio, i soldati Porfirio e Bapto (o Daucto) e tre donne rimasero colpiti dalla sua resistenza e si convertirono al cristianesimo, subendo anch’essi il martirio.

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Sabato 7 febbraio 2026, San Partenio, Vescovo di Lampsaco, e San Luca di Stirio. Commemorazione di tutti i defunti.

Di Partenio si conserva una Vita scritta da uno dei suoi discepoli, Crispino, di cui B. Latysev ha pubblicato una recensione abbreviata ed un rimaneggiamento metafrastico. I sinassari bizantini celebrano la memoria di questo santo il 7 febbraio e la notizia che gli è dedicata è un riassunto della succitata biografia.
Partenio viveva a Melitopoli (o meglio Miletopoli) nell’Ellesponto, città di cui era originario, ai tempi dell’imperatore Costantino. Suo padre, Cristodulo, era diacono della Chiesa locale. Sebbene analfabeta, Partenio aveva grandi qualità d’animo che esercitava in una profonda pratica delle virtù; i guadagni ricavati dal suo mestiere di pescatore andavano tutti a favore dei bisognosi. Fu anche dotato di poteri taumaturgici, in particolare per scacciare i demoni e guarire le malattie.
Avendo in seguito studiato, fu ordinato prete dal vescovo di Miletopoli Fileto. In seguito fu consacrato vescovo di Lampsaco da Ascolio, vescovo di Cizico (metropoli dell’Ellesponto), personaggio noto, sembra, soltanto attraverso la Vita di Partenio, e che era succeduto in quella sede a Theonas. Questo avvenimento si pone certamente dopo il 325 poiché Theonas di Cizico partecipò al concilio di Nicea.

I miracoli attribuiti a Partenio durante il suo episcopato sono numerosissimi e gli facilitarono l’evangelizzazione di una popolazione che dotò di chiese per sostituire i templi pagani, aiutato in questa opera dallo stesso imperatore Costantino (morto nel 337).
Tra i miracoli dovuti all’intervento di Partenio occorre almeno citare quello in favore del vescovo Ipazio di Eraclea di Tracia che egli era andato a visitare. Costui era molto malato, torturato dai misfatti causati dalla propria avarizia. P. ne diagnosticò il male e lo persuase a recarsi nel tempio della celebre martire di Eraclea, santa Gikeria ed a restituire ai poveri i beni che aveva loro sottratto. Fatto ciò il vescovo Ipazio, tre giorni più tardi, riacquistò la salute.
Si ignora la data della morte di Partenio; si sa soltanto che, appena spirato, tutti i vescovi della regione si riunirono per rendere gli ultimi onori al prelato che fu sepolto in un oratorio presso la chiesa.
Il Sinassario armeno di Ter Israel commemora Partenio l’8 febbraio (= 2 meheki), e la notizia che gli è dedicata dipende dalla Vita greca; il suo luogo d’origine tuttavia vi è divenuto Melitene. Si tratta forse di un semplice errore dovuto all’omofonia dei nomi piuttosto che a una volontà cosciente di aggregare il santo alla terra armena. La menzione di Partenio si ritrova nel Sinassario Palestino-georgiano dei Sinaiticus 34 (secolo X) al 7 e al 16 febbraio. Il Lezionario del Paris géorgien 3 (secoli X-XI) lo ricorda solo al 16 febbraio, mentre il Meneo greco di Dumbarton Oaks (secolo XI) riporta la sola data tradizionale del 7.
Tra i calendari siriaci pubblicati da F. Nau, solo l’undicesimo, del resto fortemente influenzato dai libri liturgici bizantini, menziona Partenio al 7 Sbat (febbraio). In Occidente la memoria del vescovo di Lampsaco è rimasta completamente ignota.


Autore: 
Joseph-Marie Sauget

 

San Luca il Giovane (Isola di Egira; † Stiri nella Focide, 955) è stato un monaco, eremita e taumaturgo greco, venerato dalla Chiesa che ne commemora la memoria il 7 febbraio.

Vita

Era figlio di Stefano e Eufrosina, piccoli proprietari terrieri dell’isola di Egina (Grecia), terzo di sette figli.

Passò i primi anni della sua vita in famiglia, aiutando i genitori nei lavori dei campi. Morto il padre distribuì quanto possedeva ai poveri e si dedicò a una vita di preghiera. Criticato dai parenti dovette lasciare la casa e si spostò in una regione tra i confini di Ungheria e Bulgaria. Qui venne sequestrato da un gruppo di malviventi che lo credevano una schiavo in fuga, ma fu poi rilasciato e potè fare ritorno a casa, dove venne mal accolto dalla famiglia.

Dopo un certo periodo si fece monaco in un monastero presso Atene. L’abate ebbe un sogno dove Eufrosina chiedeva di potersi riconciliare con il figlio, e perciò rimandò Luca a casa. Ivi fu accolto con grande gioia dai suoi, che si convinsero della sua reale vocazione alla vita monastica.

Sul monte Joannitza, nei pressi di Corinto, in una piccola cella da lui stesso costruita condusse, per il resto dei suoi giorni, vita eremitica.

La sua fama non tardò a diffondersi, e i numerosi miracoli attribuiti alla sua intercessione gli meritarono il titolo di Thaumaturgus.

La morte lo colse nel 955.

Culto

Dopo la sua morte la sua cella divenne meta di pellegrinaggi e trasformata in un oratorio chiamato Soterion, che significa “luogo di salvezza“.

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Sabato 7 febbraio 2026

Vangelo di San Luca, capitolo 21, versetti 8.9.25-27.33-36

 

8E ai tha: “Ruani të mos të jini të gënjyer, sepse shumë do të vijën në ëmrit tim, tue thënë: “Jam u, edhe moti u qas”. 9Mos i ecni pas atyre. Edhe kur të gjegjni lufta e vrujtime luftash, mos trëmbeni, sepse këto duhet të jenë më parë, po nëng është mbjatu mbarimi”.

 

25E do të jenë shëngje te dielli e te hëna e ndër yjzit, e mbi dhé shtrëngim popujsh të trëmbur nga vrujtimi i detit dhe i suvalavet, 26dhe do të vdesin njerëzit nga trëmbësia e nga pritja e të keqevet çë do t’i vijën jetës. Fuqitë e qiellit do të jenë të shkundalisura. 27E ahiera do të shohin të Birin e njeriut çë vjen mbi një re, me fuqi e lavdi të madhe.

 

33Qielli e dheu do të shkojën po fjalët e mia s’do të shkojën. 34Prandaj rrini zgjuar, ashtu çë zëmrat tuaja s’do të jenë të rëndësuara nga të ngrënit, nga të dejturit e nga ankthet e jetës, e ajo ditë të mos të vinjë e papritur: 35si një pajidhe ajo do t’i bjerë ngrah gjithëve atyre çë janë mbi faqen e dheut. 36Mëndaj rrini zgjuar ture parkalesur gjithmonë, se të jini të zotra të pështoni nga gjithë këto çë janë po të bien, e t’i rrini përpara të Birit të njeriut”.

 

 8Rispose: “Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine”.

 

25Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.

 

33Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

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Commemorazione dei Defunti – Java e Prigatorvet

EPARCHIA  DI  LUNGRO DEGLI  ITALO-ALBANESI  DELL’ITALIA  CONTINENTALE

 Mistagogia della vita  Cristiana

 L’Anno   Liturgico Bizantino

 L U N G R O 2019

 

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I DEFUNTI

 O solo Creatore, che con profonda sapienza e amore governi l’universo, e a tutte le creature dai quel che a ciascuna conviene, concedi, o Signore, riposo alle anime dei tuoi servi, poiché essi in te, Creatore e Dio nostro, hanno riposto la loro speranza (tropario dei defunti).

 Assieme ai tuoi Santi, fa’ che riposino, o Cristo, le anime dei tuoi servi là, dove non vi è affanno, né dolore, né gemito, ma vita eterna (kontàkion dei defunti).

 

 Il giovane: Quando si commemorano i defunti nell’anno liturgico bizantino?

 Il sacerdote: Nella Chiesa bizantina, i defunti non sono commemorati in un giorno fisso dell’anno, ma si ricordano in due specifiche ricorrenze: il sabato precedente la domenica di Carnevale, in cui, nelle nostre comunità, se ne fa memoria con particolare raccoglimento, e la vigilia di Pentecoste. Questi due giorni sono denominati “Sabato delle anime” (Psychosàbbaton).

La Chiesa ci invita così, ad una commemorazione universale “di tutti quelli che si sono addormentati nella speranza della resurrezione e della vita eterna”.

 

 Il giovane: Perché i defunti vengono ricordati in prossimità della Pentecoste e della Quaresima?

 Il sacerdote: Con la sua resurrezione, il Signore ha sconfitto la morte, salvando l’umanità riscattata dal peccato e dalle tenebre eterne. Di questo dobbiamo rendere grazie al Padre che ci dona il Figlio risorto nello Spirito Santo, vivificando anche i nostri corpi mortali. Così, il Padre, per grazia e per amore, riserva la stessa sorte del Figlio glorioso a tutti gli altri suoi figli, tramite la potenza dello Spirito Santo, che ci permette di restare in comunione di fede, speranza e carità con tutti coloro che ci hanno preceduto nel Regno dei cieli. E la pericope evangelica del giorno (Gv 5, 24-30) ci richiama all’ascolto della Parola e alla fede, per non essere sottoposti a giudizio e passare dalla morte alla vita.

In prossimità della Quaresima, e quindi del digiuno e della penitenza, la Chiesa ci esorta alla compunzione, alla consapevolezza del nostro limite ed alla contemplazione della morte, che ci spinge a volgere lo sguardo a quel “Dio degli spiriti e di ogni carne”, il quale ci dona la vita eterna. Anche il brano evangelico odierno (Lc 21, 8-9. 25-27. 33-36), mentre ci invita ad una costante vigilanza, per fuggire dal sonno dello spirito, ci ricorda il giorno del “Giudizio”, grande e tremendo, quando il Figlio dell’uomo, verrà “su una nube con potenza e gloria”, all’improvviso, di fronte al quale tutti dovremo comparire ed esserne degni.

Il giovane: Qual è il fondamento della preghiera per i defunti?

 Il sacerdote: “Amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35). L’amore, che Cristo raccomanda ai suoi discepoli, è la vita stessa della Chiesa, è il comandamento “nuovo”, su cui si fonda l’esistenza di ogni credente.

Gesù più volte afferma che la Legge e i Profeti si riassumono nell’amore verso Dio e verso il prossimo (Mt 22, 36 e ss; Mc 12, 28-31). Al termine della vita, ciascuno di noi sarà giudicato proprio sull’amore.

La preghiera per i defunti è un’espressione essenziale della Chiesa, in quanto amore. Noi chiediamo al Signore, ricco di misericordia ed amico degli uomini, di essere clemente nel giorno del giudizio, e di concedere ai defunti, che si trovano già nel tempo eterno, il riposo nel seno di Abramo, nelle tende dei giusti, laddove non esiste né dolore, né affanno, né gemito, ma vita senza fine, nell’attesa della Parusia. “Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”, questo recitiamo nel Credo. Esiste, così, tra noi viventi e quanti si sono addormentati nel Signore, una misteriosa reciproca comunione di amore, che ci riconduce a Cristo, amore per eccellenza e Dio della vita e della morte.

 

Il giovane: Perché la Chiesa raccomanda di pregare per i defunti?

 Il sacerdote: La Chiesa, fin dai primi tempi, ha coltivato, con una grande pietà, la memoria dei defunti e, poiché “santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati” (2Mac 12,45), ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico: “Ricordati anche di tutti quelli che si sono addormentati nella speranza della resurrezione per la vita eterna. E fa’ che riposino ove splende la luce del tuo volto” (dalla Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo). Lo stesso S. Giovanni Crisostomo ribatte: “Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire loro le nostre preghiere” (PG 61, 594-595).

Oltre alla preghiera, la Chiesa raccomanda anche le elemosine e le opere di penitenza.

Nelle nostre comunità, per tutta la settimana che precede la grande Quaresima, si era soliti praticare l’elemosina (picihùdhra) ai mendicanti che venivano bussare alla porta, mentre, nel sabato che conclude questa particolare settimana, ancora oggi ci si reca in processione al cimitero, per pregare sulle tombe dei defunti.

 

Il giovane: Qual è la preghiera specifica per i defunti nella nostra Chiesa?

 Il sacerdote: La preghiera più comune è quella del Trisaghion, in cui si supplica il Signore che conceda ai defunti “il riposo tra gli spiriti dei giusti”, nel luogo della luce e della letizia, e condoni loro “ogni peccato commesso in parole, in opere e in pensiero, quale Dio clemente ed amante degli uomini”. Questa preghiera viene recitata di fronte all’iconostasi, dove, su un tavolino, è posto un piatto di collivi, grano cotto condito con vari ingredienti, che poi viene distribuito ai fedeli presenti, in ricordo appunto di chi ci ha preceduto nella morte, nella speranza della resurrezione. “Eterna la tua memoria, fratello nostro indimenticabile e degno della beatitudine”, questo è l’estremo saluto che la liturgia proclama per quanti si sono addormentati nel Signore, in attesa della sua seconda venuta.

 

Il giovane: Quale significato hanno i collivi?

 Il sacerdote: I collivi hanno un profondo significato mistico: come il chicco di grano, per germogliare, ha bisogno di essere sotterrato, così coloro che devono essere partecipi della beatitudine eterna, occorre che subiscano la morte. Questo simbolismo è ispirato al ben noto passo evangelico: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). E S. Paolo sottolinea questa fecondità spirituale, usando il medesimo paragone di Gesù: “Ciò che tu semini non prende vita se prima non muore” (1Cor 15, 36).

Questa legge della morte, via verso la resurrezione e la vera vita, vale in primo luogo per Gesù: egli con la sua morte salverà tutto il genere umano; ma vale anche per noi cristiani: se non moriamo come il chicco di grano posto sotto terra, non potremo entrare nella dimensione di una vita infinitamente più intensa e feconda.

 

 Il giovane: Possiamo credere che ogni morte sia feconda?

 Il sacerdote: Dopo aver esposto la parabola del chicco di grano, Gesù la completa applicandola a noi: “Chi ama la propria vita la perderà”. Amare la propria vita qui significa vivere nell’egoismo, nel rifiuto di servire Dio e i propri fratelli; ed allora ci chiediamo: come può essere positiva e feconda la morte, se viene solo a porre fine ad una esistenza di egoismo? Al contrario, perdere la propria vita al servizio di Dio e del prossimo, nell’amore e nella pienezza, vuol dire conservarla per l’eternità.

 

Il giovane: La vita eterna! Ma come immaginarla e desiderarla?

 Il sacerdote: Gesù ne dà la definizione più semplice: se uno mi vuole servire, mi segua, sia mio discepolo e imitatore. E dove sono io, là sarà anche il mio servo. La vita eterna, il cielo è essere con Cristo, come lui stesso ha promesso al buon ladrone, suo compagno di crocifissione sul Calvario: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23,43).

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Venerdì 6 febbraio 2026

Vangelo di San Marco capitolo 15, versetti 20b.22.25.33-41

 

20 E e qelltin jashtë se t’e vëjin mbë kryq.

22E qelltin te vendi çë thërritet Golgothà, çë vjen me thënë “vend i kutullës”.

25Ish ora e tretë kur e vunë mbë kryq.

 33E si erru ora e gjashtë, u bë errësirë mbi të tërë jetën, njera tek e nëndëta orë. 34Tek e nëndëta orë, Jisui shtu një thirrmë të madhe e tha: “Eloì, Eloì, llamà savahthanì?” Çë vjen me thënë: “Perëndia im, Perëndia im, pse më lëreve?”. 35Dica ndër ata çë ishin atje, kur e gjegjëtin, thojin “Njo, thërret Elinë”. 36Si rrodhi një, ngjyejti një sponxë tek uthulla, e vuri mbi një kallmër, e i jip të pij, tue thënë: “Pritni, shohim nëse vjen Elia t’e nxjerë nga kryqja!”. 37Po Jisui, si shtu një thirrmë të madhe, dha shpirtin. 38Dhe veli i tempullit u nda dysh, çë lart njera posht. 39Ahiera qenturjoni, çë i rrij përpara atij, si pa se, tue thërritur ashtu, kish vdekur, tha: “Vërtet ky njeri ish i Biri i Perëndisë!”.

40Ishin atje edhe dica gra, çë ruajin prej së larg; ndër ato ish Maria e Magdalës, Maria e jëma Japkut të vogël dhe e Josesit, dhe Saloma; 41të cilat i vejin pas edhe e shërbejin kur ish ndë Galiletë; e shumë të tjera çë u kishin hypur me ’të në Jerusalim.

 

20 lo condussero fuori per crocifiggerlo.

22Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa “Luogo del cranio”,  

25Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 

33Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio.

34Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “ Eloì, Eloì, lemà sabactàni?“, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?“. 35Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: “Ecco, chiama Elia!”. 36Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere , dicendo: “Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere”. 37Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
38Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”.

40Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

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Venerdì 6 febbraio 2026, Apodhosis della festa dell’Ypapantì, memoria di San Bucolo, vescovo di Smirne

San Bucolo è venerato come il primo vescovo di Smirne (l’attuale Izmir, in Turchia) ed è una figura cardine delle origini del cristianesimo in Asia Minore.

Secondo la tradizione, Bucolo fu discepolo di San Giovanni l’Evangelista, che lo scelse e lo consacrò vescovo di Smirne proprio per la sua rettitudine e dedizione fin dalla giovinezza.

Prima di morire, San Bucolo designò come suo successore il celebre San Policarpo di Smirne, uno dei Padri Apostolici più influenti del II secolo.

Una leggenda devozionale narra che sulla sua tomba crebbe una pianta di mirto dotata di proprietà curative per i malati.

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