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Vicario Generale della Diocesi di Lungro

Sabato 7 febbraio 2026, San Partenio, Vescovo di Lampsaco, e San Luca di Stirio. Commemorazione di tutti i defunti.

Di Partenio si conserva una Vita scritta da uno dei suoi discepoli, Crispino, di cui B. Latysev ha pubblicato una recensione abbreviata ed un rimaneggiamento metafrastico. I sinassari bizantini celebrano la memoria di questo santo il 7 febbraio e la notizia che gli è dedicata è un riassunto della succitata biografia.
Partenio viveva a Melitopoli (o meglio Miletopoli) nell’Ellesponto, città di cui era originario, ai tempi dell’imperatore Costantino. Suo padre, Cristodulo, era diacono della Chiesa locale. Sebbene analfabeta, Partenio aveva grandi qualità d’animo che esercitava in una profonda pratica delle virtù; i guadagni ricavati dal suo mestiere di pescatore andavano tutti a favore dei bisognosi. Fu anche dotato di poteri taumaturgici, in particolare per scacciare i demoni e guarire le malattie.
Avendo in seguito studiato, fu ordinato prete dal vescovo di Miletopoli Fileto. In seguito fu consacrato vescovo di Lampsaco da Ascolio, vescovo di Cizico (metropoli dell’Ellesponto), personaggio noto, sembra, soltanto attraverso la Vita di Partenio, e che era succeduto in quella sede a Theonas. Questo avvenimento si pone certamente dopo il 325 poiché Theonas di Cizico partecipò al concilio di Nicea.

I miracoli attribuiti a Partenio durante il suo episcopato sono numerosissimi e gli facilitarono l’evangelizzazione di una popolazione che dotò di chiese per sostituire i templi pagani, aiutato in questa opera dallo stesso imperatore Costantino (morto nel 337).
Tra i miracoli dovuti all’intervento di Partenio occorre almeno citare quello in favore del vescovo Ipazio di Eraclea di Tracia che egli era andato a visitare. Costui era molto malato, torturato dai misfatti causati dalla propria avarizia. P. ne diagnosticò il male e lo persuase a recarsi nel tempio della celebre martire di Eraclea, santa Gikeria ed a restituire ai poveri i beni che aveva loro sottratto. Fatto ciò il vescovo Ipazio, tre giorni più tardi, riacquistò la salute.
Si ignora la data della morte di Partenio; si sa soltanto che, appena spirato, tutti i vescovi della regione si riunirono per rendere gli ultimi onori al prelato che fu sepolto in un oratorio presso la chiesa.
Il Sinassario armeno di Ter Israel commemora Partenio l’8 febbraio (= 2 meheki), e la notizia che gli è dedicata dipende dalla Vita greca; il suo luogo d’origine tuttavia vi è divenuto Melitene. Si tratta forse di un semplice errore dovuto all’omofonia dei nomi piuttosto che a una volontà cosciente di aggregare il santo alla terra armena. La menzione di Partenio si ritrova nel Sinassario Palestino-georgiano dei Sinaiticus 34 (secolo X) al 7 e al 16 febbraio. Il Lezionario del Paris géorgien 3 (secoli X-XI) lo ricorda solo al 16 febbraio, mentre il Meneo greco di Dumbarton Oaks (secolo XI) riporta la sola data tradizionale del 7.
Tra i calendari siriaci pubblicati da F. Nau, solo l’undicesimo, del resto fortemente influenzato dai libri liturgici bizantini, menziona Partenio al 7 Sbat (febbraio). In Occidente la memoria del vescovo di Lampsaco è rimasta completamente ignota.


Autore: 
Joseph-Marie Sauget

 

San Luca il Giovane (Isola di Egira; † Stiri nella Focide955) è stato un monacoeremita e taumaturgo grecovenerato dalla Chiesa che ne commemora la memoria il 7 febbraio.

Vita

Era figlio di Stefano e Eufrosina, piccoli proprietari terrieri dell’isola di Egina (Grecia), terzo di sette figli.

Passò i primi anni della sua vita in famiglia, aiutando i genitori nei lavori dei campiMorto il padre distribuì quanto possedeva ai poveri e si dedicò a una vita di preghiera. Criticato dai parenti dovette lasciare la casa e si spostò in una regione tra i confini di Ungheria e Bulgaria. Qui venne sequestrato da un gruppo di malviventi che lo credevano una schiavo in fuga, ma fu poi rilasciato e potè fare ritorno a casa, dove venne mal accolto dalla famiglia.

Dopo un certo periodo si fece monaco in un monastero presso Atene. L’abate ebbe un sogno dove Eufrosina chiedeva di potersi riconciliare con il figlio, e perciò rimandò Luca a casa. Ivi fu accolto con grande gioia dai suoi, che si convinsero della sua reale vocazione alla vita monastica.

Sul monte Joannitza, nei pressi di Corinto, in una piccola cella da lui stesso costruita condusse, per il resto dei suoi giorni, vita eremitica.

La sua fama non tardò a diffondersi, e i numerosi miracoli attribuiti alla sua intercessione gli meritarono il titolo di Thaumaturgus.

La morte lo colse nel 955.

Culto

Dopo la sua morte la sua cella divenne meta di pellegrinaggi e trasformata in un oratorio chiamato Soterion, che significa “luogo di salvezza“.

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Sabato 7 febbraio 2026

Vangelo di San Luca, capitolo 21, versetti 8.9.25-27.33-36

 

8E ai tha: “Ruani të mos të jini të gënjyer, sepse shumë do të vijën në ëmrit tim, tue thënë: “Jam u, edhe moti u qas”. 9Mos i ecni pas atyre. Edhe kur të gjegjni lufta e vrujtime luftash, mos trëmbeni, sepse këto duhet të jenë më parë, po nëng është mbjatu mbarimi”.

 

25E do të jenë shëngje te dielli e te hëna e ndër yjzit, e mbi dhé shtrëngim popujsh të trëmbur nga vrujtimi i detit dhe i suvalavet, 26dhe do të vdesin njerëzit nga trëmbësia e nga pritja e të keqevet çë do t’i vijën jetës. Fuqitë e qiellit do të jenë të shkundalisura. 27E ahiera do të shohin të Birin e njeriut çë vjen mbi një re, me fuqi e lavdi të madhe.

 

33Qielli e dheu do të shkojën po fjalët e mia s’do të shkojën. 34Prandaj rrini zgjuar, ashtu çë zëmrat tuaja s’do të jenë të rëndësuara nga të ngrënit, nga të dejturit e nga ankthet e jetës, e ajo ditë të mos të vinjë e papritur: 35si një pajidhe ajo do t’i bjerë ngrah gjithëve atyre çë janë mbi faqen e dheut. 36Mëndaj rrini zgjuar ture parkalesur gjithmonë, se të jini të zotra të pështoni nga gjithë këto çë janë po të bien, e t’i rrini përpara të Birit të njeriut”.

 

 8Rispose: “Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine”.

 

25Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.

 

33Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

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Commemorazione dei Defunti – Java e Prigatorvet

EPARCHIA  DI  LUNGRO DEGLI  ITALO-ALBANESI  DELL’ITALIA  CONTINENTALE

 Mistagogia della vita  Cristiana

 L’Anno   Liturgico Bizantino

 L U N G R O 2019

 

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I DEFUNTI

 O solo Creatore, che con profonda sapienza e amore governi l’universo, e a tutte le creature dai quel che a ciascuna conviene, concedi, o Signore, riposo alle anime dei tuoi servi, poiché essi in te, Creatore e Dio nostro, hanno riposto la loro speranza (tropario dei defunti).

 Assieme ai tuoi Santi, fa’ che riposino, o Cristo, le anime dei tuoi servi là, dove non vi è affanno, né dolore, né gemito, ma vita eterna (kontàkion dei defunti).

 

 Il giovane: Quando si commemorano i defunti nell’anno liturgico bizantino?

 Il sacerdote: Nella Chiesa bizantina, i defunti non sono commemorati in un giorno fisso dell’anno, ma si ricordano in due specifiche ricorrenze: il sabato precedente la domenica di Carnevale, in cui, nelle nostre comunità, se ne fa memoria con particolare raccoglimento, e la vigilia di Pentecoste. Questi due giorni sono denominati “Sabato delle anime” (Psychosàbbaton).

La Chiesa ci invita così, ad una commemorazione universale “di tutti quelli che si sono addormentati nella speranza della resurrezione e della vita eterna”.

 

 Il giovane: Perché i defunti vengono ricordati in prossimità della Pentecoste e della Quaresima?

 Il sacerdote: Con la sua resurrezione, il Signore ha sconfitto la morte, salvando l’umanità riscattata dal peccato e dalle tenebre eterne. Di questo dobbiamo rendere grazie al Padre che ci dona il Figlio risorto nello Spirito Santo, vivificando anche i nostri corpi mortali. Così, il Padre, per grazia e per amore, riserva la stessa sorte del Figlio glorioso a tutti gli altri suoi figli, tramite la potenza dello Spirito Santo, che ci permette di restare in comunione di fede, speranza e carità con tutti coloro che ci hanno preceduto nel Regno dei cieli. E la pericope evangelica del giorno (Gv 5, 24-30) ci richiama all’ascolto della Parola e alla fede, per non essere sottoposti a giudizio e passare dalla morte alla vita.

In prossimità della Quaresima, e quindi del digiuno e della penitenza, la Chiesa ci esorta alla compunzione, alla consapevolezza del nostro limite ed alla contemplazione della morte, che ci spinge a volgere lo sguardo a quel “Dio degli spiriti e di ogni carne”, il quale ci dona la vita eterna. Anche il brano evangelico odierno (Lc 21, 8-9. 25-27. 33-36), mentre ci invita ad una costante vigilanza, per fuggire dal sonno dello spirito, ci ricorda il giorno del “Giudizio”, grande e tremendo, quando il Figlio dell’uomo, verrà “su una nube con potenza e gloria”, all’improvviso, di fronte al quale tutti dovremo comparire ed esserne degni.

Il giovane: Qual è il fondamento della preghiera per i defunti?

 Il sacerdote: “Amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35). L’amore, che Cristo raccomanda ai suoi discepoli, è la vita stessa della Chiesa, è il comandamento “nuovo”, su cui si fonda l’esistenza di ogni credente.

Gesù più volte afferma che la Legge e i Profeti si riassumono nell’amore verso Dio e verso il prossimo (Mt 22, 36 e ss; Mc 12, 28-31). Al termine della vita, ciascuno di noi sarà giudicato proprio sull’amore.

La preghiera per i defunti è un’espressione essenziale della Chiesa, in quanto amore. Noi chiediamo al Signore, ricco di misericordia ed amico degli uomini, di essere clemente nel giorno del giudizio, e di concedere ai defunti, che si trovano già nel tempo eterno, il riposo nel seno di Abramo, nelle tende dei giusti, laddove non esiste né dolore, né affanno, né gemito, ma vita senza fine, nell’attesa della Parusia. “Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”, questo recitiamo nel Credo. Esiste, così, tra noi viventi e quanti si sono addormentati nel Signore, una misteriosa reciproca comunione di amore, che ci riconduce a Cristo, amore per eccellenza e Dio della vita e della morte.

 

Il giovane: Perché la Chiesa raccomanda di pregare per i defunti?

 Il sacerdote: La Chiesa, fin dai primi tempi, ha coltivato, con una grande pietà, la memoria dei defunti e, poiché “santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati” (2Mac 12,45), ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico: “Ricordati anche di tutti quelli che si sono addormentati nella speranza della resurrezione per la vita eterna. E fa’ che riposino ove splende la luce del tuo volto” (dalla Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo). Lo stesso S. Giovanni Crisostomo ribatte: “Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire loro le nostre preghiere” (PG 61, 594-595).

Oltre alla preghiera, la Chiesa raccomanda anche le elemosine e le opere di penitenza.

Nelle nostre comunità, per tutta la settimana che precede la grande Quaresima, si era soliti praticare l’elemosina (picihùdhra) ai mendicanti che venivano bussare alla porta, mentre, nel sabato che conclude questa particolare settimana, ancora oggi ci si reca in processione al cimitero, per pregare sulle tombe dei defunti.

 

Il giovane: Qual è la preghiera specifica per i defunti nella nostra Chiesa?

 Il sacerdote: La preghiera più comune è quella del Trisaghion, in cui si supplica il Signore che conceda ai defunti “il riposo tra gli spiriti dei giusti”, nel luogo della luce e della letizia, e condoni loro “ogni peccato commesso in parole, in opere e in pensiero, quale Dio clemente ed amante degli uomini”. Questa preghiera viene recitata di fronte all’iconostasi, dove, su un tavolino, è posto un piatto di collivi, grano cotto condito con vari ingredienti, che poi viene distribuito ai fedeli presenti, in ricordo appunto di chi ci ha preceduto nella morte, nella speranza della resurrezione. “Eterna la tua memoria, fratello nostro indimenticabile e degno della beatitudine”, questo è l’estremo saluto che la liturgia proclama per quanti si sono addormentati nel Signore, in attesa della sua seconda venuta.

 

Il giovane: Quale significato hanno i collivi?

 Il sacerdote: I collivi hanno un profondo significato mistico: come il chicco di grano, per germogliare, ha bisogno di essere sotterrato, così coloro che devono essere partecipi della beatitudine eterna, occorre che subiscano la morte. Questo simbolismo è ispirato al ben noto passo evangelico: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). E S. Paolo sottolinea questa fecondità spirituale, usando il medesimo paragone di Gesù: “Ciò che tu semini non prende vita se prima non muore” (1Cor 15, 36).

Questa legge della morte, via verso la resurrezione e la vera vita, vale in primo luogo per Gesù: egli con la sua morte salverà tutto il genere umano; ma vale anche per noi cristiani: se non moriamo come il chicco di grano posto sotto terra, non potremo entrare nella dimensione di una vita infinitamente più intensa e feconda.

 

 Il giovane: Possiamo credere che ogni morte sia feconda?

 Il sacerdote: Dopo aver esposto la parabola del chicco di grano, Gesù la completa applicandola a noi: “Chi ama la propria vita la perderà”. Amare la propria vita qui significa vivere nell’egoismo, nel rifiuto di servire Dio e i propri fratelli; ed allora ci chiediamo: come può essere positiva e feconda la morte, se viene solo a porre fine ad una esistenza di egoismo? Al contrario, perdere la propria vita al servizio di Dio e del prossimo, nell’amore e nella pienezza, vuol dire conservarla per l’eternità.

 

Il giovane: La vita eterna! Ma come immaginarla e desiderarla?

 Il sacerdote: Gesù ne dà la definizione più semplice: se uno mi vuole servire, mi segua, sia mio discepolo e imitatore. E dove sono io, là sarà anche il mio servo. La vita eterna, il cielo è essere con Cristo, come lui stesso ha promesso al buon ladrone, suo compagno di crocifissione sul Calvario: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23,43).

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Venerdì 6 febbraio 2026

Vangelo di San Marco capitolo 15, versetti 20b.22.25.33-41

 

20 E e qelltin jashtë se t’e vëjin mbë kryq.

22E qelltin te vendi çë thërritet Golgothà, çë vjen me thënë “vend i kutullës”.

25Ish ora e tretë kur e vunë mbë kryq.

 33E si erru ora e gjashtë, u bë errësirë mbi të tërë jetën, njera tek e nëndëta orë. 34Tek e nëndëta orë, Jisui shtu një thirrmë të madhe e tha: “Eloì, Eloì, llamà savahthanì?” Çë vjen me thënë: “Perëndia im, Perëndia im, pse më lëreve?”. 35Dica ndër ata çë ishin atje, kur e gjegjëtin, thojin “Njo, thërret Elinë”. 36Si rrodhi një, ngjyejti një sponxë tek uthulla, e vuri mbi një kallmër, e i jip të pij, tue thënë: “Pritni, shohim nëse vjen Elia t’e nxjerë nga kryqja!”. 37Po Jisui, si shtu një thirrmë të madhe, dha shpirtin. 38Dhe veli i tempullit u nda dysh, çë lart njera posht. 39Ahiera qenturjoni, çë i rrij përpara atij, si pa se, tue thërritur ashtu, kish vdekur, tha: “Vërtet ky njeri ish i Biri i Perëndisë!”.

40Ishin atje edhe dica gra, çë ruajin prej së larg; ndër ato ish Maria e Magdalës, Maria e jëma Japkut të vogël dhe e Josesit, dhe Saloma; 41të cilat i vejin pas edhe e shërbejin kur ish ndë Galiletë; e shumë të tjera çë u kishin hypur me ’të në Jerusalim.

 

20 lo condussero fuori per crocifiggerlo.

22Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa “Luogo del cranio”,  

25Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 

33Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio.

34Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “ Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?“. 35Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: “Ecco, chiama Elia!”. 36Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere , dicendo: “Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere”. 37Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
38Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”.

40Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

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Venerdì 6 febbraio 2026, Apodhosis della festa dell’Ypapantì, memoria di San Bucolo, vescovo di Smirne

San Bucolo è venerato come il primo vescovo di Smirne (l’attuale Izmir, in Turchia) ed è una figura cardine delle origini del cristianesimo in Asia Minore.

Secondo la tradizione, Bucolo fu discepolo di San Giovanni l’Evangelista, che lo scelse e lo consacrò vescovo di Smirne proprio per la sua rettitudine e dedizione fin dalla giovinezza.

Prima di morire, San Bucolo designò come suo successore il celebre San Policarpo di Smirne, uno dei Padri Apostolici più influenti del II secolo.

Una leggenda devozionale narra che sulla sua tomba crebbe una pianta di mirto dotata di proprietà curative per i malati.

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5 febbraio Sant’Agata martire

Nella Sicilia del III secolo, la storia di Agata si dipana fra Catania e Palermo, le due città che si contendono i natali della martire. Leggendo la sua “Passio”, pare si possa desumere che la fanciulla sia nata nel 235 alle falde dell’Etna, da una nobile e ricca famiglia. È ancora adolescente quando manifesta la volontà di consacrarsi a Dio, e con il rito della velatio riceve dal suo vescovo il flammeum, il velo rosso portato allora dalle vergini consacrate. La tradizione la descrive anche diaconessa, dedita al servizio per la comunità cristiana. Nel 250 l’editto dell’imperatore Decio contro i cristiani scatena una dura persecuzione e a Catania ad applicarlo duramente è lo spietato proconsole Quinziano, che s’invaghisce di Agata.

 

La giovane fugge a Palermo, ma viene ritrovata e riportata a Catania. Condotta da Quinziano, rifiuta di abiurare. Il proconsole, allora, deciso ad attentare alla verginità della fanciulla, la affida ad una cortigiana di facili costumi, Afrodisia, per farla educare alle arti amatorie. Agata rimane fedele a Cristo, sicché viene riconsegnata a Quinziano che decide di sottoporla a processo. Gli Atti del Martirio di Sant’Agata riportano i colloqui. “Di che condizione sei tu?” chiede Quinziano ad Agata che risponde: “Non solo nata libera, ma di nobile famiglia”. E Quinziano: “E se attesti di esser libera e nobile, perché mostri di vivere e vestire da schiava?”. “Perché sono serva di Cristo” ribatte Agata. E ancora Quinziano: “Ma se sei veramente libera e nobile, perché volerti fare schiava?”. E Agata: “La massima libertà e nobiltà sta qui: nel dimostrare di essere servi di Cristo”. Ribatte Quinziano: “E che perciò? Noi che disprezziamo la servitù di Cristo e veneriamo gli dei non abbiamo libertà?”. “La vostra libertà vi trascina a tanta schiavitù, che non solo vi fa servi del peccato, ma anche vi sottomette ai legni e alle pietre” afferma Agata. Di fronte a queste parole Quinziano esorta ancora una volta Agata a rinnegare Cristo e per indurla a riflettere la fa condurre in carcere. Ma il giorno successivo, di fronte al nuovo diniego della giovane, stabilisce che venga sottoposta ai supplizi. Furibondo nel vederla affrontare le pene con coraggio, Quinziano comanda che venga torturata alle mammelle e che le vengano strappate. Agata viene riportata in carcere dolorante e sanguinante, ma nella notte le appare San Pietro che la risana. Riportata in tribunale Agata rifiuta ancora una volta di adorare gli dei e dichiara di essere stata guarita da Gesù Cristo. Furibondo per il coraggio della ragazza nonostante le torture, Quinziano decreta per lei i carboni ardenti, avvolta solo dal suo velo rosso da sposa di Cristo.

 

“Mentre l’ordine veniva eseguito, subito il luogo, dove il santo corpo veniva rivoltato fu scosso … anche tutta la città di Catania fu scossa dalla veemenza del terremoto. Perciò tutti corsero al tribunale del giudice e cominciarono a tumultare grandemente, perché tormentava con empi strazi la santa serva di Dio, e per questo tutti si trovavano in grave pericolo”. Agata, col suo velo rimasto integro, viene tolta dalle braci ed “entrata poi nuovamente nel carcere, allargò le sue braccia al Signore, e disse: ‘Signore che mi hai creato e custodito dalla mia infanzia, e che nella giovinezza mi hai fatto agire virilmente, che togliesti da me l’amare del secolo, che preservasti il mio corpo dalla contaminazione, che mi facesti vincere i tormenti del carnefice, il ferro, il fuoco e le catene, che mi donasti fra i tormenti la virtù della pazienza; ti prego di accogliere ora il mio spirito, perché è già tempo che io lasci questo mondo per tuo comando e giunga alla tua misericordia’. Dette queste parole alla presenza di molti, a voce spiegata, rese lo spirito”. Era il 5 febbraio dell’anno 251.

 

 

Raccontano ancora gli Atti del Martirio: “Dopo un anno … il monte Etna eruttò un grande incendio, e come un fiume ardente così il fuoco impetuoso, liquefacendo e pietre e terra, veniva alla città di Catania”. In tanti si recano allora al sepolcro di Agata per chiedere la sua intercessione e il suo velo viene posto dinanzi alla colata lavica. Miracolosamente la lava si arresta. La fama del prodigio fa di Agata la patrona di Catania. Il suo culto nasce già ad un anno dal suo martirio e si diffonde rapidamente ovunque. Le sue reliquie sono conservate a Catania nel duomo a lei dedicato.

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Giovedì 5 febbraio 2026

Vangelo di San Marco (capitolo 15, versetti dal 1 al 15)

 

15 1E menatet njize kryepriftrat, bashkë me pleqtë e skribët e sinedri i tërë, ture mbajtur këshill, si e lidhëtin Jisuin, e qelltin e ja dhanë Pilatit. 2E Pilati e pyejti: “Ti je rregji i Judhinjvet?”. Dhe ai ju përgjegj e i tha: “Ti vet e thua”. 3Ndërkaq krerët e priftravet e ngalesjin për shumë shërbise. 4Pilati njetër herë e pyejti: “S’përgjegje faregjë? E sheh për sa shërbise të ngalesin?”. 5E Jisui s’ju përgjegj fare më gjë, ashtu çë Pilati qëndroi i marmarostë.

6Për festën Pilati i lëj të lirë atyre një filaqir çë lypjin ata. 7Një, çë thërrisjin Barabë, ish në filaqi bashkë me kryengritësit, të cilët, në trubullirë, kishin vrarë një njeri. 8E gjindja, çë kish vatur atjè, zu e i lypi Pilatit atë çë ai kish zakon t’i jip atyre. 9Ahiera Pilati ju përgjegj atyre: “Doni të ju lë të lirë juve rregjin e Judhinjvet?”. 10Sepse dij se për zili kryepriftrat ja kishin dhënë ndër duar. 11Kryepriftrat shtyjtin gjindjen se t’i lëj të lirë atyre më shpejt Barabën. 12Pilati u përgjegj papà e i tha atyre: “Ç’kam t’i bënj pra atij çë ju thërritni rregji i Judhinjvet?”. 13E ata njetër herë thërritëtin: “Vëre mbë kryq!”. 14Po Pilati i thoj atyre: “Ç’lig bëri?”. Dhe ata thërritëtin më fort: “Vëre mbë kryq!”. 15E Pilati, sepse doj të qetësonij gjindjen, i lëshoi atyre Barabën, dhe Jisuin, pra çë bën e e rrahtin me fërshërë, ja dha atyre ndër duar se t’e vëjin mbë kryq.

 

151 E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. 2Pilato gli domandò: “Tu sei il re dei Giudei?”. Ed egli rispose: “Tu lo dici”. 3I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. 4Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: “Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!”. 5Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito.
6A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. 7Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. 8La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. 9Pilato rispose loro: “Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?”. 10Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. 11Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. 12Pilato disse loro di nuovo: “Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?”. 13Ed essi di nuovo gridarono: “Crocifiggilo!”. 14Pilato diceva loro: “Che male ha fatto?”. Ma essi gridarono più forte: “Crocifiggilo!”. 15Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

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ANNO GIUBILARE DI SAN FRANCESCO D’ASSISI – Reliquie in Eparchia dal 26 al 28 febbraio 2026

Si terrà dal 10 gennaio 2026 fino al 10 gennaio 2027, l’Anno speciale in occasione dell’Ottavo Centenario della morte del Santo d’Assisi.

Questo Anno speciale sproni tutti noi, ciascuno secondo le proprie possibilità, ad imitare il poverello, a formarci per quanto possibile sul modello di Cristo, a non vanificare i propositi dell’Anno Santo appena trascorso.

Tre giornate speciali di fede e spiritualità attendono le Comunità di San Cosmo Albanese, Lungro – Chiesa Cattedrale, Civita e San Benedetto Ullano: dal 26 al 28 febbraio p.v., le quattro Parrocchie accoglieranno le Reliquie di San Francesco d’Assisi.

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8 febbraio 2026 Giornata Diocesana della Vita Consacrata

XXX GIORNATA MONDIALE DELLA VITA CONSACRATA
Domenica 8 febbraio 2026
L’incontro con Cristo è il cuore della vita consacrata, un incontro reale e quotidiano con Gesù che dà gioia e pace. Le consacrate sono chiamate a essere “alba della Chiesa”, testimoniando la luce di Dio anche dove altri vedono il buio.
Quest’anno tutte le Religiose, Piccole Operaie dei Sacri Cuori e Suore Basiliane Figlie di Santa Macrina, della nostra Eparchia sono invitate a San Cosmo
Albanese, nella Chiesa Parrocchiale “Santi Pietro e Paolo”, Domenica 8 febbraio p.v. alle ore 10,30 per la celebrazione della Divina Liturgia, in occasione della Giornata Diocesana della Vita Consacrata.
Dopo la Divina Liturgia ci ritroveremo per un momento di agape fraterna.

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