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Vicario Generale della Diocesi di Lungro

Mercoledì 4 marzo, San Gerasimo

Nel 1897, A. Papadopoulos – Kerameus nel IV volume dei suoi Anagesta, pubblicava una Vita Gerasimi anonima e, in base ad argomentazioni apparentemente giustificate, attribuiva quest’opera al celebre agiografo Grillo di Scitopoli. H. Grégoire, qualche anno più tardi, dimostrò che tale attribuzione era insostenibile, soprattutto perché la Vita Gerasimi non conteneva alcuni precisi dettagli (come la data di nascita e il luogo di origine) che figurano sempre nelle opere autentiche di Cirillo. D’altra parte, ad un’attenta analisi, questa Vita si rivela come un centone composto di frammenti tratti dallo stesso Cirillo e in particolare dalla sua Vita Euthymii, cioè di Eutimio il Grande.


Sempre secondo H. Grégoire, la Vita, che fornisce tra l’altro la data precisa (526) della morte dell’egumeno Eugenio, uno dei successori di Gerasimo, sarebbe stata composta nella seconda metà del VI secolo e, probabilmente, nella sua stessa laura.
In base alla fonte citata, Gerasimo nacque in Licia, in luogo e data sconosciuti, e dopo essere vissuto in un monastero della sua provincia, si diede a vita anacoretica. Verso il 451, all’epoca del concilio di Calcedonia, egli si trovava in Palestina, dove si era stabilito vicino al Mar Morto. Seguendo Teodosio, il vescovo intruso che si era sostituito al patriarca Giovenale, Gerasimo abbracciò per un certo tempo le idee di Eutiche, distaccandosene però ben presto, per ritornare all’ortodossia, probabilmente sotto l’influsso di Eutimio il Grande.


Verso il 455, egli si trasferì ad un miglio, circa, dalle rive del Giordano, dove fondò un monastero per cenobiti. In questa laura, in cui tutti gli aspiranti dovevano trascorrere diversi anni, Gerasimo fondò un certo numero di eremitaggi (si contavano sino a settanta cellette) per coloro che volevano condurre vita anacoretica; gli eremiti ad ogni modo si riunivano ogni settimana dal sabato al lunedì. Tutti gli anni, durante la Quaresima, Gerasimo si recava da Eutimio e, dopo un digiuno che interrompeVa solo per ricevere l’Eucaristia, tornava nella sua laura per la domenica prima della Pasqua.
Nel Prato Spirituale, Giovanni Mosco riporta, a proposito di Gerasimo, la storia del leone che il santo aveva sanato togliendogli una spina dalla zampa. Il leone restò con Gerasimo circa cinque anni, e quando questi mori l’animale ne ebbe tanto dolore che si abbatté morto sulla tomba del santo.


D’altra parte, nel Prato Spirituale si trovano anche altre storie narrate a proposito dei monaci della laura di Gerasimo. Certamente a causa dell’omofonia dei nomi, l’episodio del leone fu in seguito attribuito anche a Girolamo divenendo un diffusissimo tema iconografico.


Gerasimo morì il 5 marzo 475. Il Martirologio Romano ha conservato questa data lo stesso giorno in cui è venerato anche da alcuni calendari siriaci, tra cui il Martirologio di Rabbàn Slibà (= 5 àdàr). Nella Chiesa bizantina, per contro, la festa di Gerasimo viene celebrata il giorno precedente (4 marzo) e la notizia dei Sinassari che gli è dedicata dipende – sembra – da fonti diverse dalla Vita sopra citata. Vi si trova l’episodio del leone, ma Gerasimo vi compare come contemporaneo dell’imperatore Costantino Pogonato (secolo VII).
La laura di Gerasimo rimase per lungo tempo celebre, ma alla fine del XIII secolo era distrutta e gli eremiti si erano rifugiati nel vicino monastero di Qalamon.
 


Autore: 
Joseph-Marie Sauget

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25 febbraio San Tarasio

Per noi che viviamo nella “civiltà delle immagini”, così chiamata per la massiccia presenza degli strumenti audiovisivi, particolarmente il cinema e la televisione, potrà forse risultare stimolante il ricordo di un personaggio che per le “immagini” si battè strenuamente, anche se questa non fu la sua gloria principale e le immagini per le quali egli si batté erano ben più “sacre” di quelle proposteci dalla nostra società consumistica.


La polemica sul culto delle immagini, la cosiddetta lotta iconoclastica, ebbe tra i suoi protagonisti gli imperatori bizantini Leone III l’Isaurico, Costantino V Copronimo e Leone IV Khazaras da una parte, S. Giovanni Damasceno e i patriarchi Germano di Costantinopoli e Tarasio dall’altra. In realtà, accanto ad un conflitto ideale, che verteva sull’ortodossia, sulla legittimità del superamento cristiano della proscrizione giudaica di rappresentare Dio e il “mondo celeste”, gli storici mettono in evidenza che vi erano in ballo anche questioni di carattere politico e addirittura economico: difensori costituiti delle immagini erano infatti i monaci, gli unici veri oppositori dello strapotere imperiale e potenti economicamente. Ma Tarasio, come dicevamo, vanta ancor altre glorie. Di famiglia nobile, fu rivestito della dignità di senatore e di capo della cancelleria imperiale.


Benchè fosse semplice laico, per designazione del defunto patriarca Paolo, venne scelto a raccogliere una difficile eredità, che accettò a condizione che l’imperatrice Irene e il senato s’impegnassero a consentire la convocazione di un concilio: solo così sarebbe stato possibile ristabilire l’ortodossia e la pace ecclesiastica. Ciò avvenne, non senza difficoltà, al concilio di Nicea del 787. Tarasio si mostrò inoltre integerrimo difensore della morale cristiana e in particolare del matrimonio, opponendosi con energia allo stesso imperatore Costantino VI, che pretendeva da lui la sentenza di divorzio per poter contrarre nuove nozze. Tarasio nutrì infine una fervida devozione alla SS. Vergine, che in una sua preghiera salutava così: “Salve, o mediatrice di tutto ciò che vi è sotto il cielo; salve, riparatrice di tutto l’universo; salve, o piena di grazia, il Signore è con te, lui che era prima di te ed è nato da te, per vivere con noi”. S. Tarasio morì all’età di 76 anni nell’806 e venne sepolto nel santuario “Tutti i martiri” del monastero da lui fondato sul Bosforo.


Autore: 
Piero Bargellini

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24 febbraio Ritrovamento del venerando capo del Profeta, Precursore e Battista Giovanni

Il ritrovamento del capo di San Giovanni Battista è un evento venerato e celebrato nella Chiesa cattolica e ortodossa, con tre distinte scoperte miracolose.

Secondo la tradizione, la reliquia del cranio fu recuperata dai discepoli dopo la decollazione e, nel corso dei secoli, traslata e nascosta per proteggerla, finendo poi conservata in vari luoghi.

 

Il primo ritrovamento risale intorno alla metà del IV secolo, quando, due monaci in pellegrinaggio ebbero una visione in cui il Battista indicava il luogo della sua sepoltura a Sebaste. La reliquia della testa, passò per diverse mani prima di essere nascosta durante le persecuzioni.

Il secondo ritrovamento avvenne a Emesa (Siria) nel 452, quando la testa riapparve a un monaco di nome Marcello.

Il Terzo Ritrovamento risale al periodo successivo alle lotte iconoclaste e allora la reliquia fu portata a Costantinopoli nell’860.

Secondo la tradizione cattolica, la reliquia del capo è conservata nella chiesa di San Silvestro in Capite a Roma, mentre la cattedrale di S. Lorenzo di Viterbo, custodirebbe il Sacro Mento.

Un dito, donato dall’antipapa Giovanni XXIII, sarebbe conservato nel Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, in quanto corredo della Cattedrale.
Un dente e altre reliquie si conservano nella cattedrale di Ragusa, un frammento di osso nella Basilica di Vittoria, un altro dente insieme a una ciocca di capelli a Monza.
Nella Chiesa di San Gregorio Armeno a Napoli sarebbe custodita una piccola quantità di sangue di san Giovanni Battista; è possibile vederlo in occasione delle due ricorrenze annuali del 24 giugno e del 29 agosto.
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23 febbraio San Policarpo, Vescovo di Smirne, ieromartire

Nasce nell’anno 69-70 da genitori cristiani. Apprende gli insegnamenti di Cristo dagli apostoli e diviene discepolo di Giovanni. Lo raccontano Ireneo – suo allievo e poi vescovo di Lione – e lo storico Eusebio di Cesarea: “Policarpo non solo fu educato dagli Apostoli e visse con molti di quelli che avevano visto il Signore; ma fu anche dagli Apostoli stabilito nell’Asia come vescovo della Chiesa di Smirne” (Adversus Haereses III,3,4; Historia Ecclesiastica IV,14,3,4). È di un tale Marciano, testimone oculare del suo martirio, il Martyrium Polycarpi, considerato da molti il più antico e autentico degli Atti dei Martiri. Si tratta della prima opera nella quale viene definito martire chi muore a causa della fede. Durante il suo lungo episcopato, Policarpo si distingue per lo zelo nel conservare fedelmente la dottrina degli Apostoli, nel diffondere il Vangelo tra i pagani e nel combattere le eresie. Ireneo lo tratteggia come predicatore paziente e amabile, dalla grande sollecitudine per le vedove e gli schiavi.

 

L’amicizia nell’episcopato con Ignazio di Antiochia

Nel 107 Policarpo accoglie a Smirne Ignazio di Antiochia, di passaggio, e sotto scorta, verso Roma per essere giudicato. Celebri le sette lettere che Ignazio indirizza alle chiese lungo il suo cammino; le prime quattro partono proprio da Smirne. Dalla Troade, poi, scrive ai fedeli di Smirne e al loro vescovo Policarpo incaricandolo di trasmettere alla Chiesa di Antiochia l’ultimo suo ricordo e descrivendolo un buon pastore e combattente per la causa di Cristo. Ed è a Policarpo che i Filippesi chiedono di raccogliere le lettere di Ignazio. Il vescovo di Smirne invia loro quanto richiesto insieme ad una propria missiva per esortarli a servire Dio nel timore, a credere in Lui, a sperare nella resurrezione, a camminare nella via della giustizia, avendo sempre innanzi agli occhi l’esempio dei martiri e principalmente di Ignazio. Anche la Lettera ai Filippesi di Policarpo è assai nota; giunta ai giorni nostri, è importante in particolare per le notizie storiche che vi si possono trarre e per i dogmi sul Credo che vengono ricordati. Intorno alla fine del 154, Policarpo parte per Roma, come rappresentante dei cristiani dell’Asia minore, per trattare con Papa Aniceto di diverse questioni, e principalmente della data della Pasqua: nelle chiese orientali celebrata il 14 del mese ebraico di Nisan, nella capitale dell’Impero la domenica successiva. Non viene trovato un accordo, ma le relazioni fra le chiese restano amichevoli.

Martire ad 86 anni

Sotto l’imperatore Antonino Pio scoppiano persecuzioni anche a Smirne. Policarpo viene arrestato. Gli atti del suo martirio narrano che “portato davanti al proconsole, questi … cercò di persuaderlo a rinnegare dicendo: ‘Pensa alla tua età … cambia pensiero … giura e io ti libero. Maledici il Cristo’. Policarpo rispose: ‘Da ottantasei anni lo servo, e non mi ha fatto alcun male. Come potrei bestemmiare il mio re che mi ha salvato? … sentilo chiaramente. Io sono cristiano’”. Viene deciso per lui il rogo, ma rimane illeso e viene ucciso di spada. “Questi i fatti – si legge nel Martyrium Polycarpi – intorno al beato Policarpo che con quelli di Filadelfia fu il dodicesimo a subire il martirio a Smirne. Il beato Policarpo ha testimoniato il secondo giorno di Santico, il settimo giorno prima delle calende di marzo, di grande sabato, all’ora ottava. Fu preso da Erode, pontefice Filippo di Tralli e proconsole Stazio Quadrato, re eterno nostro Signore Gesù Cristo”. La data del martirio di Policarpo è dunque certa: era il 23 febbraio del 155.

 

Da Vatican News

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