Category Archives: Catechesi Mistagogica

Calendario ed anno liturgico bizantino. Dal chrònos al kàiros: il tempo della liturgia

La parola Liturgia (λειτουργία), oltre a significare la Celebrazione Eucaristica, come “Santa e Divina Liturgia”, è la “pratica” di vita che «ci introduce, ci fa comunicare alla vita nuova del Regno»[1]. La liturgia, pertanto, non è solo un’espressione individuale della fede e della devozione; ma è la fonte primaria per comprendere e introdurre nel mistero di Cristo, cuore pulsante della vita cristiana[2]. Essa non è una mera riproduzione di pratiche, più o meno antiche, nemmeno una sclerotizzata rappresentazione drammaturgica, «non è il vestito interscambiabile e del tutto esteriore della fede: è, bensì, la fede vissuta dalla chiesa»[3]. Attraverso di essa, quindi, si può ben comprendere il senso che la Chiesa – o, ancora meglio, la comunità ecclesiale, – attribuisce ai singoli elementi della propria vita di fede. Nonostante la liturgia cristiana dei primi secoli non si differenziasse in occidentale e orientale[4], dopo lunga e complessa evoluzione storica emerse nella propria specificità il rituale liturgico delle Chiese d’Oriente, comune sia a cattolici orientali che ortodossi, conosciuto come “rito bizantino”.

Chiunque abbia una qualche familiarità con il calendario e la liturgia bizantina, sa che nel mese di settembre, esattamente a partire dal primo settembre, ha inizio il nuovo anno. Spesso ci si confonde, affermando che in quella data, anniversario della vittoria di Costantino su Massenzio, inizi l’anno liturgico, ma in realtà non è così, poiché nella suddivisione del tempo liturgico quella data non costituisce alcuna interruzione e non comporta alcun cambiamento significativo. In realtà, il 1 settembre “Inizio dell’Indizione, cioè dell’Anno nuovo”, corrisponde al principio dell’anno ecclesiastico, che coincideva con l’inizio dell’anno civile bizantino.

In realtà qualcosa succede il primo settembre: inizia uno dei cicli liturgici di cui si combina la liturgia bizantina, quello delle feste a data fissa, conosciuto come Minèa (“i mesi”) in quanto contenuto in volumi suddivisi mensilmente, che ha inizio proprio il primo settembre, in quanto la sua suddivisione in libri corrisponde all’anno ecclesiastico. Questo ciclo liturgico è altrimenti detto Santorale, perché riporta le memorie quotidiane dei Santi, degli avvenimenti da commemorare e le feste che ricorrono ogni anno nello stesso giorno, dette perciò a data fissa.

Questo appena descritto è solo uno dei tre cicli che si intersecano tra di loro[5]. La liturgia bizantina, infatti, si snoda attraverso un complesso sistema costituito da questi tre diversi cicli, di cui è impossibile comprendere la struttura e la logica interna «se non si coglie la suggestione dinamica del passaggio dal “vecchio” al “nuovo”»[6]. Oltre al Santorale, vi è il ciclo dell’Oktόichos (“otto toni”), che ha inizio a partire dal giorno di Pasqua e prevede una successione settimanale, con l’avvicendarsi di otto toni, da cui la denominazione, e di ufficiature specifiche per ogni giorno della settimana.  Infine il terzo è il ciclo annuale a data mobile, poiché riporta le feste e memorie che cambiano data ogni anno in riferimento a quella della Pasqua. Il calendario liturgico, quindi, si costituisce da una combinazione di questi tre cicli – non solo quello delle feste a data mobile, ma anche quelli degli Otto toni, e delle letture bibliche alla Liturgia eucaristica -, che hanno il loro inizio e il loro fondamento nella Pasqua, la quale viene teologicamente vissuta come un’anticipazione della Parusìa (“seconda venuta”) del Cristo, nella gloria.

L’anno liturgico si sviluppa attorno ad essa, estendendosi in un “prima” e un “dopo”: preceduta dal Triódion, periodo penitenziale di dieci settimane, ed è seguita dal Pentikostárion, tempo di gioia della durata di otto settimane.

Il Triódion, periodo di preparazione liturgico-spirituale alla Pasqua, più o meno corrispondente alla Quaresima della Chiesa romano-latina, prende nome dal libro liturgico che viene usato proprio in questo periodo. Nell’uso comune esso è sinonimo di tempo penitenziale e conduce al mistero pasquale tutti coloro che partecipano alla liturgia. La Quaresima è come un «viaggio spirituale, il cui scopo è di trasferirci da uno stato spirituale ad un altro»[7], ma soprattutto «di far sì che il nostro cuore – possa aprirsi alle realtà dello spirito, e sperimentare la segreta “fame e sete” di comunione con Dio»[8]. La sua finalità è suscitare in ciascun fedele, e nella Chiesa tutta, il desiderio, l’anelito[9] dell’amante nei confronti dell’amata, della Sposa che, non trovando più lo Sposo accanto a sé, si incammina per cercarlo[10]. In tal senso si può affermare che durante la Quaresima si assiste al «ritorno della Chiesa alla situazione spirituale dell’Antico Testamento – il tempo prima di Cristo, il tempo del pentimento e dell’attesa (…) La Grande Quaresima è il periodo in cui si attualizza (…) la vita di attesa peregrinante»[11].

Con la domenica di Pasqua si cambia libro liturgico, mettendo da parte il Triódion per passare all’utilizzo del Pentikostárion, che condurrà a celebrare ancora per cinquanta giorni la Pasqua e poi, attraverso la coerenza dei cicli liturgici, per il resto dell’anno. In questo lungo periodo, la lungimiranza pastorale e teologica dei Padri ha previsto un cammino mistagogico che aiuti i fedeli a comprendere sempre meglio i misteri celebrati nella Grande e Santa Settimana e nella Pasqua, non tanto da un punto di vista intellettuale, quanto piuttosto in riferimento alla propria vita.

Altrettanto importante per intendere il senso della liturgia è il ciclo settimanale, infatti, «se il corso dell’anno liturgico simboleggia il divenire dell’umanità nella Chiesa, dall’“inizio” dell’essere fino al raggiungimento della pienezza che avrà “fine”, (…) questo ciclo rappresenta le tappe della via della “salvezza”»[12]. Ogni giorno della settimana, appunto, è dedicato ad una memoria particolare, il cui insieme «abbozza una visione globale del mistero cristiano»[13]. La domenica è il giorno della Risurrezione del Signore, seguita dal lunedì in cui si commemorano gli “Incorporei” (gli Angeli); il martedì del Precursore, S. Giovanni Battista; il mercoledì in ricordo del tradimento di Giuda; il giovedì consacrato agli Apostoli e alla Cena Mistica (Ultima Cena); il venerdì, memoria della Passione di Cristo; sabato, commemorazione particolare dei fedeli defunti. Così, i giorni della settimana indicano simbolicamente la settimana cosmica chiusa in se stessa o la totalità della storia[14].

Il giorno di festa settimanale, che l’antico Israele osservava di sabato, in ricordo della Creazione, venne quasi subito trasferito dai cristiani al giorno seguente, il primo della settimana successiva, proprio a ricordo particolare della Risurrezione del Signore, la nuova Creazione. Secondo i Padri della Chiesa, la domenica non sostituisce il sabato, ma costituisce l’ottavo giorno o il primo in senso assoluto ed unico, e raffigura l’eternità[15]. Il primo giorno della settimana, quindi, è la domenica, riconosciuta come giorno della Risurrezione di Cristo, Pasqua settimanale; ma non sempre la domenica è da considerarsi l’inizio. Proprio perché identifica anche l’ottavo giorno, nel tempo del Triòdion, il tempo della preparazione, la domenica è il punto d’arrivo della settimana. In queste dieci settimane, anche il ciclo settimanale induce a dirigere le menti e i cuori dei fedeli verso la Pasqua, pertanto «le settimane del tempo quaresimale cominciano il lunedì e terminano la domenica, a Pasqua»[16]. A partire dalla domenica di Pasqua, invece, si assiste ad un’inversione del tempo. «Il tempo stesso si inverte nella vita nuova in cui stiamo per penetrare; essa sarà ritmata dagli uffici del ciclo quotidiano, di quello settimanale e di quello annuale, che traggono la loro origine dalla Pasqua. A partire dalla Grande Quaresima, i giorni erano contati dal lunedì alla domenica; questa chiudeva la settimana, era l’ultimo suo giorno. Adesso diventerà il primo: a partire da oggi, le settimane saranno contate dopo la Resurrezione»[17].

[1] A. Schmemann, La Grande Quaresima, Marietti, Casale Monferrato 1986, p. 9.

[2] Cfr. R. F. Taft, A partire dalla liturgia. Perché è la liturgia che fa la Chiesa, Lipa, Roma 2004, p. 47.

[3] O. Clement, La Chiesa ortodossa, Queriniana, Brescia 20132, p. 97.

[4] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale. Architettura e liturgia nella Chiesa bizantina, Gruppo Editoriale, Acireale – Roma 2011, p. 11.

[5] Cfr. M. Donadeo, L’anno liturgico bizantino, Morcelliana, Brescia 1991, pp. 19-25.

[6] J. Meyendorff, La Teologia bizantina. Sviluppi storici e temi dottrinali, (Saggi teologici 9), Marietti 1820, Genova 1984, p. 147.

[7] C. Andronikof C., Il senso della Pasqua nella liturgia bizantina. I giorni della preparazione e della Passione, (Liturgia e Vita 6), vol. I, Editrice Elle Di Ci, Torino 1986, p. 67.

[8] Ibidem, p 29.

[9] Cfr. Sal 42,2-3.

[10] Cfr. Ct 3,1-2.

[11] A. Schmemann, La Grande Quaresima…, p. 39.

[12] C. Andronikof, Il senso della Pasqua, vol. I…, p. 14.

[13] O. Raquez (a cura), Guida alla celebrazione nelle Chiese di Tradizione bizantina, Lipa, Roma 2002, p. 50.

[14] Cf. P. N. Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, Edizioni Paoline, Roma 19844, p. 143.

[15] Cfr. P. N. Evdokimov, Teologia della bellezza…, p. 143.

[16] M. Donadeo, Icone di Cristo e di Santi…, 27-28.

[17] C. Andronikof, Il senso della Pasqua nella liturgia bizantina. I cinquanta giorni della festa, (Liturgia e Vita 7), vol. II, Editrice Elle Di Ci, Torino 1986, p. 8.

 

Papàs Antonio Gattabria

articolo pubblicato su “Granello di Senape” anno 73, n. 3, luglio-settembre 2022, pagg. 13-14

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La Pasqua cristiana attraverso l’iconografia

1. Affresco Anàstasis presso la chiesa del SS. Salvatore di Chora, Istanbul (1310 ca.)

In una chiesa bizantina, l’iconografia ci fornisce la chiave necessaria per capire e vivere il senso di una festa o di una verità di fede, in stretta connessione con le ufficiature liturgiche. Il ruolo ricoperto dall’icona[1] sacra nella prassi liturgica, nella teologia e spiritualità dell’Oriente cristiano ne evidenzia la particolare visione teologica mistica e sensibile, specie perché «l’icona è immagine e persino presenza dell’Invisibile»[2]. In queste particolari funzioni l’icona trasmette un messaggio che è difficile comprendere a fondo se viene vista unicamente con gli occhi dello storico dell’arte o del teologo, perché la si sradicherebbe dal suo contesto che è, innanzitutto, liturgico. L’icona esplode come la luce di una visione ed esprime, proclamandola, la fede ecclesiale, nell’alveo della liturgia. Così si spiega la funzione importante che l’icona della Risurrezione, o meglio della Discesa agli Inferi, svolge nella liturgia di Pasqua.

Nell’iconografia tradizionale il momento vero e proprio della Resurrezione di Cristo non fu mai raffigurato. Tanto i Vangeli quanto la Tradizione della Chiesa mantengono il silenzio su quel momento. È per questo motivo che l’iconografia bizantina ha sviluppato diversi modi di rappresentare l’evento Risurrezione, ciascuno dei quali sottolinea un momento particolare della narrazione evangelica: le donne mirofore al sepolcro con l’angelo; l’apparizione di Gesù alle due Marie (il Saluto delle Mirofore, Chére tón Mirofóron); l’apparizione di Gesù alla Maddalena, anche conosciuta come “Noli me tangere”. Mentre, solo a partire dalla fine del Trecento si è imposto in Occidente il modello iconografico del Cristo che esce vittorioso dal sepolcro, questo tipo non penetrò mai nella tradizione orientale.

Rispetto a questi modelli iconografici, quella che viene maggiormente utilizzato e che si identificata con il senso vero della Pasqua è l’Ανάστασης (Anastasis, Resurrezione), conosciuta come Discesa agli Inferi, dove per Inferi non si intende l’Inferno ma l’Ade, ossia il luogo in cui sostavano i morti, sia giusti che peccatori. Seppure porti spesso l’iscrizione “Risurrezione di Cristo”, non rappresenta propriamente la Risurrezione, intesa come ascesa dalla tomba, bensì come discesa, mostrando ai fedeli il momento in cui il Cristo vittorioso, impugnando la Croce, scende agli Inferi e ne scardina le porte, liberando i progenitori Adamo ed Eva, e con loro tutti i giusti dell’Antico Testamento.

Sulla discesa del Signore nell’Oltretomba non ci informano i Vangeli canonici, ma ne parlano esplicitamente quattro passi della Scrittura (Cfr. Sal 16(15), 9‑10; At 2,31; 1Pt 3,18‑19; 4,6), in particolare afferma la lettera di Pietro che: «messo a morte nella carne ma vivificato nello Spirito, […] in esso andò a portare l’annuncio anche agli spiriti in prigione, a coloro

2. Particolare icona dell’Anastasis (Macedonia 1350 ca.)

che un tempo erano stati disobbedienti» (1Pt 3,18-19). Concorde è anche la testimonianza dei Padri della Chiesa e la tradizione liturgica, specie bizantina. Ma la fonte più diretta di questa icona è forse un passo di un apocrifo tratto dal Vangelo di Nicodemo:

Venne allora una voce che diceva: «Aprite le porte!» Udita questa voce per la seconda volta, l’Ade rispose come se non lo conoscesse dicendo: «Chi è questo re della gloria?» Gli angeli del padrone gli risposero: «Un Signore forte e potente, un Signore potente in guerra!» A queste parole, le porte bronzee furono subito infrante e ridotte a pezzi, le sbarre di ferro polverizzate, e tutti i morti, legati in catene, furono liberati e noi con essi. Ed entrò, come un uomo, il Re della Gloria e furono illuminate tutte le tenebre dell’Ade» (21, 3).

La scena iconografica è dominata da due montagne, che si stagliano verso il cielo e, scendono verso terra per accentuare la profondità degli inferi. Il paesaggio roccioso e brullo significa che l’azione si svolge in un mondo arido e freddo, quindi ostile e rende la scena iconograficamente simile ad altre immagini del ciclo teofanico relative alla vita terrena di Gesù, quali la Natività secondo la carne, la Teofania (Battesimo di Gesù nel Giordano), la Trasfigurazione. Ciò rivela come il mistero pasquale sia compreso quale compimento assoluto e suggello dell’economia della salvezza.

 

Il Cristo glorioso è il focus della composizione: al centro dell’icona troneggia il Signore risorto, inserito in una mandorla di luce divina, avvolto in vesti candide e luminose, spesso ricoperte da luminescenze in oro dette assist, funzionali a sottolineare la sua essenza divina e regale. Come nell’icona della Trasfigurazione la veste di Cristo non ha i tradizionali colori porpora e azzurro, ma è Cristo che diventa sorgente luminosa, concentra in sé tutta la potenza della luce-energia divina e deifica il suo corpo. È il trionfo della luce sulle tenebre. Nella Pasqua si esprime definitivamente l’esperienza che la Chiesa fa di Gesù come Signore unico ed assoluto. Egli porta ancora i segni permanenti, anamnestici, della sua Passione salvifica; sono le stesse ferite che il Risorto mostra ai dieci apostoli nel Cenacolo la sera di Pasqua. La presenza delle ferite della Passione, diventa la conferma

3. Particolare del mosaico del Monastero di Hosios Lukas (XI sec.)

dell’identità tra il Risorto e Gesù.

La resurrezione di Cristo è, dunque, la grande Teofania. Il trionfo di Cristo è sugli Inferi, sui demoni, sulla morte; Egli è il Vincitore della morte, che trionfa, perché con la sua morte ha calpestato la Morte: «Cristo è risorto dai morti, con la morte ha calpestato la morte e a coloro ch’erano nelle tombe donando la vita»[3]. Sotto i suoi piedi si scorgono le porte bronzee dell’Ade, scardinate con le loro serrature, i chiodi e i chiavistelli sparsi qua e là. L’Ade, regno delle ombre e della morte, è stato espugnato, non può trattenere chi risplende di luce divina, e le sue porte, divelte, giacciono sotto i piedi del vincitore. Gli Inferi sono rappresentati con una oscura voragine che si apre nella terra, simile alla grotta nell’icona del Natale o del Battesimo di Gesù nel Giordano. La

4. Particolare dell’affresco dell’Anàstasis di Manuel Panselinos, presso Protatòs sul Monte Athos (XIV sec.)

sua oscurità tende a esprimere la lontananza da Dio, il ripiegamento della creatura su se stessa, la sua pretesa di autosufficienza.

L’icona non raffigura solo il momento della lotta di Cristo con gli Inferi, ma il suo ritorno trionfante che, afferrando per i polsi Adamo ed Eva, nostri progenitori, li aiuta ad emergere dal sepolcro. La scelta iconografica di far afferrare i progenitori per il polso non è casuale, ma ha il significato simbolico di sottolineare che Adamo ed Eva non hanno alcun merito e non collaborano all’opera redentiva, ma vengono salvati solo per Grazia. Adamo ed Eva sono raffigurati in ginocchio così come, secondo uno schema tipico dell’arte imperiale bizantina, i popoli sconfitti si ponevano dinanzi al sovrano vittorioso, che li rialza in segno di “liberazione”. Attraverso il contatto della mano, il Salvatore comunica loro la vita. Proprio questo gesto di risveglio, o meglio di risollevamento, fornisce il nome più conosciuto di quest’icona: Anàstasis, significa proprio questo.

Con Adamo ed Eva tutta l’umanità risorge ed è liberata dalle catene della morte. Mentre Adamo guarda il Salvatore con gratitudine, Eva, invece, intimorita ha le mani coperte in segno di venerazione, spesso, è prostrata in atto liturgico di proskinisis (adorazione). Indossa un manto (mafórion) tutto rosso, che simboleggia l’umanità, perché Lei è la madre dei viventi (Cfr. Gen 3,20). In essi sono rappresentati tutti gli uomini, redenti dal Signore Gesù. Ritorna l’antitesi tra l’antico Adamo e Gesù, il “Nuovo Adamo”: col primo la Creazione ha conosciuto il peccato, con Cristo si ha una “nuova Creazione”, la palingenesi. La Pasqua diviene così una commemorazione (anámnesis) ed una ricapitolazione (anakephalàiosis) di tutta l’opera redentrice di Cristo, dall’incarnazione alla risurrezione, che diviene nuova Creazione.

5. Particolare Icona dell’Anastasis – Bisanzio (XV sec.)

Dietro Adamo ed Eva, sui due lati di Cristo, sono tratteggiati diversi personaggi, in numero variabile a seconda del modello iconografico: rappresentano il «il popolo immerso nelle tenebre [che] ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata» (Mt 4,16. Cfr. Is 9,1.). Tra loro ci sono i giusti dell’Antico Testamento, in modo particolare i re e i profeti d’Israele, che attendevano con fede la venuta del Salvatore, che riconoscono il Signore disceso negli Inferi e, attraverso il loro annuncio, ne hanno preparato la venuta. Volutamente, grazie ad alcuni simboli iconografici, si distinguono alcuni personaggi fondamentali della storia della salvezza, con particolare attenzione all’attesa messianica: i re Davide e Salomone sono riconoscibili per la corona e le vesti regali ma, mentre Davide è più anziano e con barba e capelli bianchi, suo figlio Salomone è rappresentato più giovane e imberbe. Il Precursore Giovanni Battista, l’ultimo dei profeti, abbigliato di peli come da tradizione iconografica, è raffigurato nell’atto di indicare il Signore. Tra i profeti, compare solitamente Daniele, riconoscibile per il copricapo frigio, poi Isaia, Giona e Geremia. Tra i patriarchi, il giusto Abele, che per primo provò l’esperienza della morte, Noè con un modellino dell’Arca, Mosè con le tavole della legge o col libro del Pentateuco.

È necessario e doveroso notare come, parallelamente alle azioni liturgiche e ai testi eucologico-innografici, anche l’iconografia richiami il duplice movimento, ascendente-discendente, tipico della Pasqua: Cristo scende agli Inferi e contemporaneamente ne riemerge, sollevando fisicamente Adamo e portando con sé i prigionieri, ormai liberati, segno dell’umanità salvata.

 

P. Antonio Gattabria

[1] Dal greco εικόν = immagine.

[2] E. Sendler, L’icona immagine dell’invisibile. Elementi di teologia estetica e tecnica, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1985, 41.

[3] Tropario di Pasqua.

 

articolo pubblicato sulla rivista “Granello di Senape oggi” n. 2 del 2022, pagg. 10-13

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Quarta Domenica di Quaresima

Quarta Domenica di Quaresima – Catechesi mistagogica

Siamo ormai quasi al termine del cammino quaresimale, e la prima lettura di oggi ci invita a guardare a Dio con uno sguardo rinnovato, soprattutto senza mai dubitare della Sua fedeltà.
Paolo, nella Lettera agli Ebrei, ci ricorda che Dio mantiene sempre le Sue promesse. Per questo ci invita ad avere pazienza, prendendo come modello Abramo: egli non solo credette, ma perseverò, e proprio grazie alla sua perseveranza vide compiersi la promessa di una discendenza numerosa, dalla quale sarebbe sgorgata una benedizione per tutte le genti.
Da questo episodio comprendiamo una certezza fondamentale: Dio non mente. Ciò che Egli promette, lo compie. L’unica cosa che spesso non comprendiamo sono i Suoi tempi – quei “tempi biblici” che sembrano sempre più lunghi delle nostre attese – e talvolta la realtà sembra perfino contraria rispetto alle nostre speranze. Ma la fedeltà di Dio non viene mai meno.
In un mondo in cui le promesse umane vengono infrante con facilità e la fiducia è spesso tradita, questa Parola è una roccia: Dio è fedele, non cambia, non si stanca mai di noi.
Per questo possiamo edificare senza timore la nostra vita sulla Sua Parola.
Abramo diventa così per noi un esempio forte e luminoso: ci insegna che la fede non è un automatismo, non è magia, non produce effetti immediati, ma è un atto di fiducia perseverante. Credere significa affidarsi a Dio anche quando i risultati non arrivano subito, anche quando tutto sembra fermo.
Non dobbiamo mai dubitare della Parola di Dio né cadere nella disperazione, perché – afferma Paolo – la speranza un’ancora sicura e salda per la nostra vita.
Come l’ancora trattiene una nave in mezzo alla tempesta, così la speranza cristiana dà stabilità al cuore nelle prove: non è un sentimento vago o una semplice euforia, ma la fiducia concreta in un futuro promesso da Dio e già iniziato in Cristo.
Quando attraversiamo le nostre tempeste – dubbi, malattie, fallimenti, solitudini – e ci sentiamo come barche sbattute dalle onde, possiamo aggrapparci a questa certezza: Dio è con noi. La Sua presenza non è un’illusione: è stabile, solida, reale.
A maggior ragione possiamo restare saldi perché Cristo è entrato per noi come precursore nel santuario del Padre.
Egli ci ha aperto una strada nuova, ci precede e intercede continuamente per noi.
Non solo è morto e risorto per la nostra salvezza, ma ci guida verso il cuore stesso di Dio.
Ecco perché Paolo ci invita ad essere saldi nella speranza: Dio è fedele, Cristo ci precede e ci sostiene, e la nostra speranza è più forte di ogni prova.
Quando ci sentiamo stanchi, confusi o tentati di arrenderci, ricordiamoci di questa parola: Abbiamo un’ancora. Non siamo alla deriva. Siamo nelle mani di un Dio che mantiene la Sua Parola.

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L’Eparchia di Lungro nella Chiesa italiana.

Comunione di fede nella varietà di tradizioni

Il Signore Dio ha fatto un grande dono alla Chiesa italiana mettendola nelle condizioni di vivere la fede cristiana respirando pienamente con due polmoni: quello occidentale e quello orientale. Parafrasando le parole di San Giovanni Paolo II, la presenza nella Chiesa italiana delle Chiese particolari di rito bizantino rappresentano una ricchezza e l’opportunità di arricchirsi ed edificarsi vicendevolmente nella comunione. A tal proposito, la realtà dell’Eparchia di Lungro si dimostra assolutamente singolare e feconda in quanto, osservando la piena comunione ecclesiale con la Chiesa Cattolica, rimane fedele al patrimonio di fede e tradizione bizantina trasmessole dai Padri e la rende presenza viva nella spiritualità della Chiesa italiana di oggi. Lungi dall’essere solo un retaggio storico, la vita spirituale e liturgica dei fedeli dell’Eparchia di Lungro osserva ancora oggi la tradizione bizantina con il suo ricco patrimonio liturgico, cerimoniale, iconografico, teologico, spirituale, melurgico.
L’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi dell’Italia continentale è una diocesi della Chiesa italiana, caratterizzata dal suo essere Chiesa di rito bizantino-greco, per gli arbëreshë del Sud Italia. La cattedra episcopale si trova nel paesino di Lungro, sul versante sud-ovest della Catena montuosa del Pollino. Qui si trova anche la Cattedrale dedicata a San Nicola di Mira, patrono dell’intera Eparchia. Da questa sede il vescovo guida l’Eparchia, diocesi di tradizione orientale che conta circa 40.000 fedeli in 30 parrocchie site in diverse comunità paesane. Peculiare è la distribuzione sul territorio che, differentemente dalle altre diocesi, non si presenta contigua, ma “a macchia di leopardo”, ossia con paesi non tutti limitrofi, i quali si trovano in zone diverse della provincia di Cosenza, in Calabria, ma anche nell’area meridionale della Basilicata e in Puglia, particolarmente a Lecce e Bari, nonché a Villa Badessa, in provincia di Pescara, Abruzzo. I fedeli dell’Eparchia sono assistiti nella propria vita di fede da una cinquantina di sacerdoti di rito greco, i quali celebrano la Liturgia e le officiature secondo la tradizione bizantina e il Typikon di Costantinopoli. I fedeli chiamano i propri sacerdoti Papàs secondo la tradizione orientale, Zoti in lingua arbëreshe parlata dal popolo. La stessa lingua è stata ammessa quale lingua liturgica dal 1968, accanto al greco, che è la lingua liturgica ufficiale. Il testo ufficiale di celebrazione eucaristica più diffuso è La Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo, gli altri testi sono quello di S. Basilio (previsto solo in 10 giorni determinati dell’anno liturgico) e quello di S. Giacomo, che viene usato solo in rare occasioni. Anche la celebrazione degli altri sacramenti si svolge secondo la tradizione bizantina.
Seppur l’Eparchia di Lungro abbia da poco celebrato i primi 100 anni dalla sua istituzione (1919-2019), la Chiesa arbëreshe in Italia vanta almeno cinque secoli di storia, tra difesa strenua della propria identità e fedeltà all’insegnamento di Cristo.

Costretti a lasciare le proprie terre in seguito all’avanzare dei Turchi Ottomani, i discendenti del condottiero albanese Giorgio Castriota Skanderbeg trovarono accoglienza nel Meridione d’Italia, proprio nel coincidere di tre avvenimenti di fondamentale importanza per la loro storia: il Concilio di Firenze del 1439, la caduta di Costantinopoli del 1453 e la morte di Skanderbeg nel 1468. Il Concilio di Firenze dichiarò l’unione fra la Chiesa romana e la Chiesa greca (1439) e, seppur gli esiti di quel Concilio non furono duraturi, favorirono la genesi della Chiesa arbëreshe in Italia. L’inizio dell’invasione turca, sino alla caduta di Costantinopoli (1453), spinse molti albanesi a fuggire. Le migrazioni verso l’Italia aumentarono con la morte del condottiero albanese Giorgio Castriota Skanderbeg (1468), dopo la quale la resistenza albanese all’invasore perse ogni speranza. I profughi albanesi giunsero in Italia in tempi differenti, recando con sé un patrimonio di cultura ed identità (lingua, tradizioni, canto…) di cui la religione si potrebbe a ragione definire il principio fondamentale. Per questo gli arbëreshë difesero strenuamente e per secoli la propria identità religiosa come caratteristica identitaria e peculiare. La presenza della Chiesa bizantina arbëreshe in Italia si apre, pertanto, in un periodo di unione esistente tra Chiese romana e greca e in questo quadro va vista la sistemazione data agli albanesi nelle varie zone dell’Italia meridionale. È interessante rilevare come in questo primo periodo vi furono diversi Vescovi orientali, inviati dall’Arcivescovo di Ocrida ma regolarmente autorizzati dal Papa di Roma, che esercitarono la giurisdizione canonica sulle comunità Italo-Albanesi. La scelta di permanere nell’osservanza al rito bizantino fu condivisa dal clero e dal popolo, con il beneplacito della Santa Sede che, con diversi documenti, ha ordinato la tutela del rito greco-bizantino presso le costituite comunità arbëreshe, vietando soprusi e vessazioni.
Una svolta importante fu portata dal Concilio di Trento (1563). Seppur il Concilio non abbia preso decisioni specifiche nei confronti degli orientali viventi in Italia, l’applicazione dei suoi decreti produsse un decisivo mutamento. Col Breve “Romanus Pontifex” di Pio IV (1564) e diverse successive determinazioni pontificie, si stabilì la piena sottomissione canonica del clero bizantino e delle comunità arbëreshe alla giurisdizione dei Vescovi latini. Ciò causò, soprattutto nel XVII secolo, il passaggio di molte di queste comunità dal rito greco a quello latino. Nonostante l’istituzione della Congregazione dei Greci (1574) a Roma e la successiva istituzione della carica di un Vescovo ordinante (1595), anch’esso legato al Collegio di Roma, la situazione religiosa delle comunità arbëreshe bizantine versava sempre più in difficoltà.
A risolvere la situazione provò Papa Clemente XII, il quale istituì il Pontificio Collegio Corsini in San Benedetto Ullano (1732), per la formazione dei giovani italo-albanesi aspiranti al sacerdozio. Subito dopo fu istituita la figura di un Vescovo ordinante legato al Collegio (1735). Lo stesso Collegio venne trasferito nel 1794 a S. Demetrio Corone col nome di Collegio “S. Adriano”. Il nome si ricollega all’omonima abbadia greca, fondata da S. Nilo nel 955, che venne riattata all’occasione.
Nei secoli, numerose furono le richieste di autonomia ecclesiastica, alle quali la nomina di un Vescovo ordinante cercò di porre rimedio, ma in maniera incompleta e insufficiente. Solo il 13 febbraio 1919, con la Costituzione Apostolica “Catholici fideles graeci ritus”, papa Benedetto XV istituì l’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi dell’Italia Continentale.

La Santa Sede fu la prima a dare un riconoscimento giuridico ed effettivo alla realtà storica e particolare degli Italo-Albanesi. Il primo Vescovo di Lungro fu Mons. Giovanni Mele (1919-1979), che la resse dalla istituzione alla sua morte, per circa 60 anni, impegnandosi a “costruire” dal nulla una realtà diocesana molto particolare, non solo per il rito ma anche per la distribuzione eterogenea sul territorio. Il suo successore fu Mons. Giovanni Stamati (1967-1987), che nei suoi vent’anni di episcopato operò per il recupero della spiritualità bizantina e del patrimonio liturgico. Egli fu il Vescovo a ridosso del Concilio Vaticano II e, nel 1968, decretò l’uso liturgico della lingua albanese. Il terzo Vescovo, Mons. Ercole Lupinacci (1987-2010), ha provveduto a dare dignità al patrimonio liturgico ed iconografico delle Chiese parrocchiali, impegnandosi per un progressivo ritorno alla tradizione bizantina.
Attualmente il Vescovo è Mons. Donato Oliverio, il cui programma pastorale è evidentemente improntato su due grandi linee direttive: da un lato ribadire la piena fedeltà degli Italo-Albanesi alla Chiesa Cattolica e al Papa di Roma, dall’altro lato confermare la porzione di popolo di Dio che è stata a lui affidata nel mantenimento della fede cristiana nella tradizione bizantina ricevuta dai padri. Partendo da questi presupposti, si possono meglio comprendere i diversi pellegrinaggi diocesani alla Cattedra di San Pietro, ma anche i viaggi in Albania, terra dei padri, e i rapporti con la Chiesa Ortodossa Greca, sino alla visita ufficiale di Sua Santità il Patriarca Bartolomeo nell’Eparchia di Lungro. L’impegno ecumenico, soprattutto rivolto all’Oriente Cristiano, è una peculiarità dell’Eparchia che si spende quotidianamente e in diversi modi per l’unità dei cristiani, nella ferma convinzione che il futuro prossimo della Chiesa sia l’unità nella retta fede, declinata nella ricchezza e varietà delle differenze ecclesiali.

A tal proposito risuonano forti le parole incise nello stemma dell’Eparchia: “ΙΝΑ OSΙΝ ΕΝ” – “QË TË JENË NJË” – “UT UNUM SINT”, che sono le parole stesse di Cristo “Che siano uno”, assunte come missione specifica della piccola Chiesa Italo-Albanese di Lungro, nell’ambito della Chiesa calabrese.

Papàs Antonio Gattabria

articolo pubblicato sulla rivista “Granello di Senape oggi” n. 1 del 2022
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Icona bizantina dell’Annunciazione della Madre di Dio

Della festa abbiamo testimonianze a Costantinopoli attorno al 530 e sin dall’inizio è stata celebrata il 25 marzo, nel periodo quaresimale, un tempo dunque di gioia, dove viene celebrata con solennità. La festa nella tradizione bizantina ha una vigilia il 24 e un dopo-festa il 26, giorno in cui si celebra la memoria dell’arcangelo Gabriele. La festa fu introdotta nella chiesa romana da Papa Sergio I, di origine orientale, siriana, proveniente probabilmente dalla Sicilia. La solennità, che ha come tema portante l’annuncio dell’Incarnazione del Verbo di Dio, evidenzia la gioia che ne scaturisce. Infatti nei testi liturgici bizantini ricorre quasi come un ritornello l’invito “gioisci”: si tratta di una gioia che non ha niente di frivolo, piuttosto sorge dalla consapevolezza della salvezza che ci viene data in Gesù. Gli inni liturgici bizantini sono un intreccio di riferimenti biblici, specialmente dall’Antico Testamento, e in modo particolare dei testi apocrifi del protovangelo di Giacomo e dello pseudo Vangelo di Matteo, dove compare il tema della meraviglia di Maria di fronte a quello che le viene annunciato e lo stupore dell’arcangelo di fronte al contenuto dell’annuncio. In questa icona di Teofane il cretese, se togliamo tutti gli elementi architettonici che riempiono la scena e creano una prospettiva, la struttura scenografica si presenta molto semplice, addirittura essenziale:, l’angelo, la Vergine e il raggio divino proveniente dall’alto. Tutta la scena avrebbe dato un senso di immobilità, invece il movimento delle gambe dell’angelo e dei suoi vestiti, sottolinea l’arretramento timido della Vergine. Un movimento che interpreta il dialogo tra le due persone. L’angelo stringe con la mano sinistra un lungo bastone, simbolo dell’autorità e della dignità del messaggero celeste. La mano destra si distende quasi a voler presentare l’annuncio che si accompagna con lo sguardo verso Maria. Le dita sono disposte nel gesto tipico bizantino della benedizione, carico di simbologia. Le tre dita aperte indice medio e mignolo vogliono ricordare la Trinità, mentre l’anulare e il pollice uniti indicano la natura umana e divina unite nell’unica persona di Gesù. Tutta la figura angelica promana un senso di energia, di movimento, tuttavia il suo volto sembra rivelare una certa incertezza. La Vergine è seduta su di un trono ed è rivestita da un manto rosso porpora bordato d’oro e da una tunica blu-verde. Il colore rosso bruno del manto indica l’umiltà, la terra arata pronta a ricevere il seme da far fruttificare. Sul manto della Vergine ci sono tre stelle: una sulla testa ed una su ciascuna delle spalle in corrispondenza del gesto Trinitario della destra dell’Angelo. Rappresentano il segno della santificazione della Trinità, qual vera Madre di Dio. Ella infatti, era vergine prima del parto, fu vergine durante il parto ed è rimasta vergine dopo il parto, solo sempre vergine nello spirito, nell’anima e nel corpo. Il colore blu-verde della tunica esprime la separazione dalle certezze di questo mondo e l’ascesa dell’anima che tende verso il divino. I capelli sono radunati in una cuffia di cui si scorgono i bordi. È seduta su un trono dorato, che poggia su una pedana e i suoi piedi posano su di essa. Indossa scarpette rosso porpora, lo stesso colore del cuscino e del velo posto in alto tra i due edifici. Tutto questo desidera evidenziare la sua regalità. Nell’antichità la porpora e l’oro erano riservati e re, quindi l’iconografo seguendo la tradizione, ha voluto sottolineare la regalità divina che pervade la Vergine. Maria nella mano destra tiene la conocchia con cui filava la tenda di porpora per il tempio di Gerusalemme che campeggia in alto tra i due edifici. Essa è simbolo del corpo del Salvatore, che sta intessendo nel suo grembo. La sua testa lievemente reclinata sembra figurare il versetto del salmista: “Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre: al re piacerà la tua bellezza ” Dall’alto, un semicerchio, un raggio in direzione della Vergine attraversa il velo di porpora. Questo raggio rappresenta lo Spirito Santo che si posa su di lei.

Antonio Calisi

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La chiesa immagine del mondo celeste

“E così anche tutto il mondo degli esseri, venuto da Dio quanto alla creazione… è come un’altra chiesa non fatta da mano d’uomo, si rivela sapientemente per mezzo di questa – prodotta dall’uomo -, e avendo come santuario il mondo superiore, assegnato alle potenze superne, e come tempio il mondo di quaggiù, assegnato a coloro che hanno ottenuto in sorte il vivere soggetto alle sensazioni.”

Con queste parole san Massimo il Confessore descrive la chiesa come il luogo in cui dimora Dio, gloriosa visione dei cieli, rappresentazione del paradiso in terra, dove la navata simboleggia la nave come mezzo di salvezza (Arca di Noè ), mentre il santuario è quella del cielo.

L’edificio della Chiesa è diviso in tre parti principali: il nartece, la navata e il santuario.

Il nartece, costituito dall’ingresso posto all’estremità occidentale della navata, è la connessione tra la Chiesa e il mondo esterno e per questo motivo i catecumeni, penitenti e i non cristiani devono stare qui. Tradizionalmente il nartece faceva parte dell’edificio della chiesa, ma non era considerato parte della chiesa propriamente detta. Lo scopo del nartece era quello di consentire a coloro che non potevano essere ammessi nell’assemblea, di ascoltare e partecipare alla liturgia. Il nartece includeva spesso un fonte battesimale in modo che i bambini o gli adulti potessero essere battezzati lì prima di entrare nella navata e per ricordare ai credenti il loro battesimo.

La navata è il corpo principale della chiesa dove i fedeli stanno in piedi durante le liturgie. Nella maggior parte delle chiese orientali tradizionali non ci sono sedili o banchi come in Occidente, ma delle sedute con braccioli alti da essere usati come supporto stando in piedi, lungo le pareti.

In alcune chiese più tradizionali, soprattutto in Grecia, si trova uno speciale lampadario noto come polyeleos. Questo lampadario è solitamente adornato con candele e icone.

Le pareti sono normalmente ricoperte sino al soffitto con icone o dipinti murali con storie della Bibbia e scene delle vite di santi.

Sopra la navata nella cupola della chiesa si trova l’icona di Cristo l’Onnipotente (Παντοκρατωρ/Pantokrator, “Sovrano di tutti”). Direttamente sotto la cupola (nelle chiese più tradizionali) c’è solitamente una specie di lampadario circolare con raffigurazioni di santi e apostoli, chiamato horos , che è lo stesso polyeleos menzionato sopra.

La navata di una chiesa orientale può variare in forma e dimensione secondo le varie tradizioni all’interno della Chiesa. La pianta cruciforme è la più antica e di origine bizantina.

L’iconostasi, chiamata anche τεμπλον/templon, è una parete tra la navata e il santuario, coperto di icone. Normalmente ci saranno tre porte, una al centro e una su entrambi i lati. Quella centrale è tradizionalmente chiamata la Porta Bella ed è utilizzata solo dal clero. Ci sono momenti in cui questa porta viene chiusa durante il servizio liturgico e viene dispiegato un velo. Le porte su entrambi i lati sono chiamate Porte diaconali poiché spesso hanno raffigurati i santi diaconi o gli Arcangeli Michele e Gabriele servitori di Dio. Queste porte sono usate dai diaconi e dai servitori per entrare ed uscire dal santuario.

A destra della Porta Bella c’è l’icona di Cristo, poi l’icona di San Giovanni Battista; a sinistra l’icona della Theotokos , sempre raffigurata con in braccio Cristo; e poi l’icona del santo a cui è dedicata la chiesa (cioè il patrono). Ci sono spesso altre icone sull’iconostasi, ma queste variano da chiesa a chiesa.

L’area dietro l’iconostasi è il santuario. All’interno di quest’area si trova l’altare, l’abside con il trono per il vescovo e ai lati il synthronos, o sedili per i sacerdoti; l’altare della Protesi sul lato nord dove le offerte del pane e del vino vengono preparati nel rito della Proskomedia prima di essere portate all’altare e conservati i vasi sacri e il Diaconicon sul lato sud dove sono conservati i paramenti.

Gli altari bizantini sono quadrati. Tradizionalmente sono rivestiti di tessuti broccati che arrivano fino al pavimento. Saltuariamente sono sormontati dal ciborio. Tutti gli altari orientali hanno incastonate al loro interno le reliquie di un santo, solitamente quella di un martire, deposte al momento della consacrazione. Sulla mensa dell’altare al centro verso la parte posteriore c’è un contenitore decorato solitamente chiamato tabernacolo dove sono conservati gli elementi eucaristici riservati per la comunione dei malati. Ha spesso la forma di un modellino di un edificio ecclesiastico. Di fronte a questo è posto il libro dei Vangeli , che di solito ha una copertina in metallo decorato. Sotto il Vangelo c’è un pezzo di stoffa piegato chiamato eiliton. Piegato all’interno dell’eiliton c’è l’antimension, che è un panno di seta su cui è impressa la rappresentazione della sepoltura di Cristo, con delle reliquie cucite al suo interno. Entrambi questi teli vengono spiegati prima che le offerte vengano poste sulla tavola dell’altare. Dietro l’altare si trova un candelabro a sette bracci, che ricorda il candelabro a sette bracci del Tabernacolo dell’Antico Tempio di Gerusalemme. Dietro questa c’è una croce processionale dorata. Ai lati della croce ci sono ventagli liturgici (in greco: ripidia o hexapteryga) che rappresentano i Serafini a sei ali. Dietro l’altare c’è una grande rappresentazione iconografica della crocifissione di Cristo che viene rimossa durante i 50 giorni seguenti la Pasqua.

Tradizionalmente, nel santuario non sono ammessi prodotti animali diversi dalla lana e dalla cera d’api. In teoria, questo divieto riguarda la pelle (sotto forma di libri rilegati e scarpe), ma oggi non è sempre applicato. È vietato introdurre denaro e gioielli personali, come anelli e orecchini. Nessuno può entrare nell’altare senza la benedizione del sacerdote o del vescovo.

Questo perché entrando nel santuario si entra nel cielo stesso, e assieme alle potenze incorporee, il sacerdote celebra i divini misteri, come dice Giovanni Crisostomo “Bisogna perciò che il sacerdote sia così puro come si dimorasse nei cieli tra quelle potenze”.

La magnanimità di Dio ospita ciascun credente a sedersi alla mensa della Vita eterna e invita il celebrante ad entrare nel Santo dei santi e a riverire l’altare immateriale e sovraceleste (ὑπερουράνιον), nondimeno, la sua anima, santa e pura, non ardisce avvicinarsi al trono di Dio senza timore:

Dice Atanasio il Grande: «”Godendo della tua filantropia e difesa dalla tua destra, ti offro l’incessante adorazione nel tempio consacrato alla tua gloria”, dice l’anima santa e monda. “Portando sempre con me il tuo timore, non accetterò di perderlo, poiché confido nel tuo amore per gli uomini”».

Nel mezzo del santuario c’è l’altare, il punto in cui viene officiato il mistero della divina eucaristia e che il Signore affida alle potenze celesti affinché lo custodiscano puro e santo.

Nel Prato spirituale di Giovanni Mosco è riportato «Un racconto di Abba Leonzio…: “Una domenica scesi in chiesa a prendere la comunione. Appena entrato, vidi un angelo fermo alla destra dell’altare. In preda a grande terrore, si ritirai nella mia cella. Mi giunse allora una voce che diceva: “Ho avuto l’ordine di stare vicino a questo altare da quando è stato consacrato”».

L’altare è la “frontiera fra cielo e terra” dice Germano di Costantinopoli, il “Trono di gloria, dimora di Dio… Laboratorio… dei doni dello Spirito” continua Simeone di Tessalonica, la fonte del paradiso che spande il dono della carità del Signore. Così parla Giovanni Crisostomo: “Davvero tremendi i misteri della chiesa, davvero tremendo l’altare! Dal paradiso sgorgava una fonte che emetteva fiumi sensibili. Ma questa mensa ne zampilla una che spande fiumi spirituali. Accanto a tale fonte sono piantati non salici infruttuosi, ma alberi che arrivano al cielo stesso, che hanno un frutto sempre maturo e immarcescibile”. San Gregorio Palamas scrive: “Da questa sacra mensa… sale una fonte che emetta zampilli intellegibili, disseta le anime e le innalza fino ai cieli”.

Nel corso della divina liturgia il sacerdote prendere atto che “questa mensa e piena di fuoco spirituale; come le sorgenti spendono acqua naturale, così essa possiede una fiamma ineffabile”, dice Giovanni Crisostomo. Fiamma che irrora i santi misteri di Cristo.

San Nicola Cabasilas riferisce che, nella cena dei misteri, la mano pura del sovrano Cristo è diventata altare terribile e sovraceleste. Nella divina liturgia, quando noi credenti ci disponiamo a fare la comunione, ci avviciniamo, come i Dodici, alla mano incontaminata di Cristo: “Gli altari poi rappresentano la mano del Salvatore: dalla mensa consacrata per mezzo dell’unzione riceviamo il pane, come ricevendo il corpo di Cristo dalla sua stessa mano immacolata; e beviamo il suo sangue come quei primi che il Signore mise a parte del suo sacro convivio, porgendo la coppa tremenda dell’amore. Egli è insieme sacerdote e altare, vittima e offerente, ministro e offerta”.

Ogni qualvolta si celebra l’oblazione incruenta la mano santissima di Cristo si protende verso gli uomini e la nostra chiesa ci invita tutti a correre alla sorgente della vita, così come dice Ignazio di Antiochia: “Tutti correte insieme come ad un solo tempio di Dio, come un solo altare, al solo Gesù Cristo”.

diac. Antonio Calisi

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Il sacerdozio al servizio del sacro

Il sacrificio eucaristico è opera di Cristo sommo sacerdote, è lui la mano di Dio Padre a cui il celebrante implora la sua presenza, infatti, così afferma san Metodio di Olimpo: “Il Figlio è l’onnipotente e forte mano del Padre”, perché nella divina liturgia eucaristica è sempre presente Cristo, “Non è un uomo colui che trasforma i doni che si trovano in innanzi a noi in corpo e sangue di Cristo, ma è lo stesso Cristo che è stato Crocifisso per noi”. “Il sacerdote è lì come sembianza visibile (di Cristo), per preferire le parole”, dice san Giovanni Crisostomo.

Il sacerdote dinanzi al santo altare è immagine vivente di Cristo: “Ti è toccato di essere sulla terra l’immagine di Dio”, scrive san Massimo il Confessore al vescovo Giovanni. Nella divina liturgia, dice il Crisostomo ,”a compiere tutto è il Padre, il Figlio è lo Spirito santo; ma il sacerdote presta la propria lingua e offre la propria mano”. Secondo san Nicola Cabasilas, “è la grazia che opera tutto. Il sacerdote è soltanto un servitore… Il sacerdozio non è altro che questo: il potere di servire il sacro”.

Gesù è venuto nel mondo per servire l’uomo: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve (ho diakonòn)” (Lc 22, 27) Egli è tra noi come colui che serve: “Ed ecco il colmo: il Cristo serve, non solo nel tempo presente, quando apparve rivestito dell’umana debolezza…, ma egli serve anche nel secolo futuro, allorché verrà con potenza e apparirà nella gloria del Padre. Anche allora, alla sua manifestazione gloriosa, nel suo regno egli si cingerà, gli farà mettere a mensa e andrà a servirli (Lc 12,37)”, dice ancora Cabasilas, e la sua diakonìa prosegue e si estende incessantemente nella celebrazione eucaristica. Per questa ragione la preghiera detta dal celebrante nella divina liturgia è chiamata ministero –  diakonìa – di Cristo.

Facendo riferimento ad un manoscritto del XIII secolo, custodito a Patmos, il sacerdote “prende tempo” recitando, dopo aver baciato le sante icone, la seguente preghiera:

“O Dio, o Dio nostro, tu che sei invisibile ai Cherubini, inconoscibile per i Serafini e inaccessibile a tutte le potenze celesti, tu che nel tuo ineffabile amore per l’uomo e nella tua bontà imperscrutabile hai unito te stesso alla nostra povertà e umiltà e hai dato la norma del sacerdozio a noi, tuoi servi peccatori ed indegni: tu stesso, buono e misericordioso qual sei, sostienimi, o mio salvatore filantropo, mentre mi accingo al ministero della grazia divina che mi è stato affidato. Mi accosto, infatti, al tremendo e terribile servizio del santo tuo altare non confidando nella mia forza o nella mia purezza, ma nel mare infinito della tua misericordia. I miei peccati, infatti, non riusciranno a superare la moltitudine delle tue compassioni. Perciò ti prego, Sovrano filantropo, rivesti il tuo servo indegno della veste e grazia sacerdotale del tuo divino e santissimo Spirito. Illumina gli occhi della mia mente perché io contempli lo splendore della tua grazia, rendi chiara la mia lingua perché irreprensibilmente ti esalti, mantieni concentrato il mio intelletto, fa’ che la mia mente non si distragga e custodiscimi interamente nella tua santità, esaudisci le richieste che levo a te, santo Signore, accogli il mio sacrificio come incenso immacolato e olocausto divino, e concedimi la dolcezza della tua bontà. Invia dall’alto un angelo di luce che concelebri con me e mi sostenga, affinché, dopo aver insegnato rettamente la parola della tua vera sapienza, diventi anche degno della comunione ai tuoi celesti mortali misteri, e illuminato grazie ad essi nell’anima nel corpo, meriti altresì il godimento dei tuoi beni eterni assieme a coloro che davvero hanno amato e seguito i tuoi precetti. Tu infatti hai detto, o Sovrano, che quanto è chiesto nel tuo nome viene immancabilmente ottenuto dal tuo coeterno Padre e Dio. Perciò anch’io, peccatore, nel rivestirmi degli abiti sacerdotali supplico la tua divinità: concedimi, Signore, per la mia salvezza, ciò che nella preghiera ti ho domandato”.

diac. Antonio Calisi

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Pregare con gli occhi: la contemplazione delle icone

Prima di iniziare la divina liturgia, il presbitero, il diacono e i fedeli che entrano in chiesa, venerano le immagini del Signore Gesù Cristo, della Santissima Madre di Dio, del precursore Giovanni Battista e di tutti i santi, perché esse presentano alla nostra mente tutta l’economia della salvezza divina: “L’immagine infatti è una memoria. Ciò che è il libro (NdR la Sacra Scrittura) per coloro che conoscono la scrittura, questo è l’immagine per gli illetterati, e ciò che è la parola per l’udito, questo anche è l’immagine per la vista”. Per questa ragione non esistono chiese bizantine senza icone, indispensabili per celebrare la divina liturgia.

Nel kontàkion della domenica dell’Ortodossia si canta che la prima icona del Signore si è rivelata con la sua incarnazione e la prima iconografa è stata la Madre di Dio: “L’incircoscrivibile Verbo del Padre, incarnandosi da te, Madre di Dio, è stato circoscritto e, riportata l’antica forma l’immagine – l’icona – deturpata, l’ha fusa con la divina bellezza. Noi dunque, proclamando la salvezza, a fatti (NdR ossia con la raffigurazione delle icone) e a parole vogliamo descriverla”.

La lettura del Vangelo e le icone, il Vangelo dipinto, ci aiutano a vivere il mistero della salvezza dell’uomo che celebriamo nella divina liturgia e ci accompagnano nel Regno dei cieli fin d’ora presente: “Mentre l’occhio sensibile fissa l’icona, concentro l’occhio spirituale dell’anima – assieme all’intelletto – sul mistero dell’economia dell’incarnazione”. Attraverso le sante icone guardiamo e ascoltiamo il Signore Gesù, la Madre di Dio e i santi che, come da delle finestre, si affacciano dal paradiso per comunicare con loro: “Con gli occhi corporei gli apostoli videro il Signore, altri videro gli apostoli e altri i martiri. Anch’io desidero di vederli con l’anima e con il corpo… Io, poiché sono un uomo e sono rivestito di corpo, desidero anche con il corpo di entrare in dialogo con le cose sante e di vederle”.

Le icone ci stimolano a lodare Dio: “Soffocato dai pensieri come da spine mi reco nel comune luogo di cura delle anime, nella chiesa: lo splendore della pittura mi attira guardare, come un prato essa mi rallegra la vista e insensibilmente infonde nell’anima la gloria di Dio. Io contemplo la fermezza del martire ed il premio delle corone, sono spinto all’emulazione da un sentimento ardente come fuoco, prostrandomi a terra presto venerazione a Dio attraverso il martire e ricevo salvezza”.

In questo modo insegna il nostro santo padre Teodoro lo Studita: “Imprimi Cristo […] nel tuo cuore, là dove egli [già] abita; sia che tu legga un libro su di lui o che tu veda in immagine, possa egli illuminare il tuo pensiero mentre tu lo conosci doppiamente sulle due vie della percezione sensibile. Così tu vedrai con gli occhi ciò che tu hai appreso mediante la parola. L’intero essere di colui che ode e vede in questo modo sarà riempito della lode di Dio”[1].

[1] TEODORO LO STUDITA, Epistolarum, XXXVI; PG 99, 1213, cit. in TEODORO LO STUDITA, Antirrheticus Adversus Iconomacho. Confutazioni contro gli avversari delle sante icone, Traduzione, introduzione e note a cura di Antonio Calisi, Independently published 2019, p. 45.

diac. Antonio Calisi

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Glorificate Dio nel vostro corpo: il segno della croce, le metanie e il digiuno eucaristico

Quanto abbiamo presentato riguardo alla preparazione che il celebrante compie prima della divina liturgia nello spirito e nel corpo, ugualmente deve essere fatta da ogni fedele che si comunicherà all’altare della Vita. Il corpo come l’anima, si disporrà per presentare l’offerta eucaristica e si preparerà per ospitare in sé il graditissimo visitatore, Cristo Gesù. Il corpo, dunque non è passivo nella Divina liturgia, ma vi prende parte attivamente.

L’apostolo Paolo ci spiega che il corpo è tempio dello Spirito Santo e partecipa nella lode a Dio: “Glorificate Dio nel vostro corpo e nel vostro spirito che sono di Dio” (1Cor 6,20). In effetti nella divina liturgia il corpo del fedele diviene lo spazio in cui è celebrato il Signore, sia con l’immobilità o con il silenzio e sia con azioni e parole.

Il credente, tracciando su di sé il segno della croce, proclama la vittoria di Cristo sulla morte e sul demonio. La croce, scrive San Giovanni Crisostomo “è divenuta per molti fondamento di grande benedizione e muro di sicurezza di ogni specie, colpo mortale inferto al diavolo… La croce ha annientato la morte… e ha liberato l’ecumene intera soggetta alla condanna”. Essa “ha aperto le porte del cielo, reso amici coloro che si odiavano, riportato l’uomo in cielo, collocato la natura umana alla destra del trono celeste”.

Con la croce ci è stato rivelato l’amore del Dio Trino: “Croce è la volontà del Padre, la gloria del Figlio, l’esultanza dello Spirito”. E prosegue: “Croce è l’ornamento degli angeli, la sicurezza della chiesa, il vanto di Paolo, il baluardo dei santi, la luce dell’ecumene tutta”. Per tale ragione “tutti fanno in continuazione il segno di croce sulla parte più nobile del corpo e lo portano quotidianamente con sé impresso sulla fronte come su una colonna”.

Aggiunge san Simeone il Nuovo Teologo: “I cristiani che credono in Cristo si segnano con il segno della croce, non semplicemente e come capita, con noncuranza, ma con ogni attenzione, consapevolezza, timore, tremore, e con ogni possibile devozione… Perché in base alla devozione che si ha per la croce si ricevono, in proporzione, forza e aiuto da Dio, cui spettano gloria e potenza nei secoli. Amen”.

Le metanie sono di due generi: le piccole e le grandi. Con le piccole, facendo il segno della croce, ci inchiniamo davanti al Signore, alla Madre di Dio e ai santi, mentre con le grandi ci prostriamo sino a terra adorando la bellezza del Creatore. L’evangelista Giovanni, rappresentando nell’Apocalisse la liturgia del Regno celeste, sottolinea che, quando l’Agnello, ossia Cristo, prese il libro chiuso con sette sigilli, “i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi. Cantavano un canto nuovo” (Ap 5,8-9). I quattro esseri viventi rappresentano il mondo degli angeli, mentre i vegliardi la chiesa trionfante. Simultaneamente, con gli angeli e con i santi, noi credenti sulla terra prostrati adoriamo l’Agnello il quale con la sua morte ci ha elevati fino al trono di Dio.

Il corpo collabora nell’adorazione di Dio come insegna san Gregorio Palamas replicando all’eretico Barlaam che pensava che le azioni comuni dell’anima e del corpo sono un intralcio alla preghiera: “Si potrebbe in quel caso dire all’individuo che sostiene tali argomenti che chi coltiva la preghiera del cuore non dovrebbe digiunare, vegliare, genuflettersi, dormire per terra, ostinarsi a restare in piedi”. Senonché, assicura Gregorio, “quando ci consacriamo all’orazione, abbiamo comunque bisogno del patimento fisico prodotto dal digiuno, dalla veglia ed altre simile pratiche”.

Il digiuno è la base e la preparazione di ogni sforzo spirituale, è supporto alla preghiera perché la nostra anima è direttamente collegata al nostro corpo. L’anima ha bisogno di allenamento e questo gli viene data dal digiuno perché un corpo controllato ci permette di concentrarci sulla preghiera.

Il digiuno è importante per la celebrazione eucaristica, perché se fatto regolarmente, riempie i nostri cuori, le nostre menti e le nostre energie spirituali e ci rende più attivi. Il digiuno fatto da Mosè sul monte Sinai (Es 34,28) e quello di Elia sul monte Oreb (1Re 19, 8-12), è collegato in entrambi i casi a una Teofania. Lo stesso nesso esiste tra il digiuno e la visione di Dio nel caso di san Pietro (cf. At 10, 9-17), quando salì sul tetto per pregare alla sesta ora, molto affamato, e in quello stato fu rapito in estasi e udì la voce divina.

Poiché il Corpo e il Sangue del Signore sono il nostro primo cibo e bevanda, è molto importante che nel giorno della comunione ci asteniamo da ogni alimento e bevanda dalla sera precedente.

diac. Antonio Calisi

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La Madre di Dio, porta che fa entrare la salvezza nel mondo

In questo tempo (Kairòs) dedicato alla preparazione all’incontro con il Signore prima della divina liturgia davanti alle porte regali, il sacerdote e il diacono dopo aver recitato 12 Kyrie eleison e il Gloria al Padre, fanno tre segni di croce e tre metanoie e, baciando l’icona di Cristo dicono:

“Veneriamo la tua purissima effigie, o Buono, chiedendo perdono delle nostre colpe, o Cristo Dio. Ti sei benignamente degnato, infatti, di salire volontariamente con il tuo corpo sulla croce per liberare dalla schiavitù del nemico coloro che hai plasmato. Pertanto con riconoscenza a te gridiamo: Hai riempito di gaudio l’universo, o nostro Salvatore, venuto a salvare il mondo”.

Baciando l’icona della Madre di Dio recitano:

“O Madre di Dio, fonte di misericordia, rendici degni della tua compassione; rivolgi il tuo sguardo sul popolo che ha peccato; mostra, come sempre, la tua potenza. Sperando in te, ti gridiamo: “Gioisci!”, come già Gabriele, il principe delle schiere incorporee”.

È il momento in cui si riconosce l’amore del Padre per gli uomini che ha mosso il Verbo di Dio a farsi carne e a venire nel mondo: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16). A questo Amore divino si rivolge san Simeone Nuovo Teologo affinché possa diventare anche per noi la porta aperta che ci introduca alla presenza di Cristo: “O divina carità, dove trattieni il Cristo? Dove lo nascondi?… Apri un poco la tua porta anche a noi indegni, perché anche noi vediamo il Cristo che ha patito per noi.. Aprici, tu che sei divenuta sua porta perché egli si manifestasse la carne, tu che hai fatto violenza alle generose e inviolabili viscere del nostro Sovrano, perché egli portasse i peccati e le malattie di tutti… Metti in noi la tua dimora perché, grazie a te, il Sovrano venga a visitare anche noi miseri”.

Questo meraviglioso progetto di salvezza si è potuto realizzare grazia a Maria, che come porta aperta, è stata varcata dal Figlio di Dio. Davanti all’annuncio dell’arcangelo Gabriele, ella rispose in questo modo alla volontà di Dio: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1, 38). Con il suo assenso al mistero della salvezza del Signore, la Madre di Dio è diventata la porta rivolta ad oriente, l’ingresso da cui è entrata nel mondo la Vita che ha sconfitto la morte, così come afferma san Teodoro lo Studita: “Porta che guarda ad oriente, da cui è sorto per gli uomini l’oriente della vita che dirada l’occidente della morte”. La chiesa in questo modo celebra la Natività della Vergine: è nata “la porta che guarda ad oriente…, (che) attende l’ingresso del sommo sacerdote, lei che introduce nel mondo, sola, il solo Cristo, per la salvezza delle nostre anime”.

La Madre di Dio è l’incomparabile porta attraverso la quale s’innalza la luce del divino Amore. L’umanità, per mezzo di Maria, ha incontrato la grande misericordia del Signore Dio onnipotente: “Grazie a te la natura degli esseri umani ha ottenuto pietà…, o pietosa Purissima”

Per questa ragione, prima di incominciare la divina liturgia domandiamo alla Madre di Dio di spalancare la porta del suo amore materno, affinché Cristo Gesù entri in noi e noi in lui.

diac. Antonio Calisi

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