La parola Liturgia (λειτουργία), oltre a significare la Celebrazione Eucaristica, come “Santa e Divina Liturgia”, è la “pratica” di vita che «ci introduce, ci fa comunicare alla vita nuova del Regno»[1]. La liturgia, pertanto, non è solo un’espressione individuale della fede e della devozione; ma è la fonte primaria per comprendere e introdurre nel mistero di Cristo, cuore pulsante della vita cristiana[2]. Essa non è una mera riproduzione di pratiche, più o meno antiche, nemmeno una sclerotizzata rappresentazione drammaturgica, «non è il vestito interscambiabile e del tutto esteriore della fede: è, bensì, la fede vissuta dalla chiesa»[3]. Attraverso di essa, quindi, si può ben comprendere il senso che la Chiesa – o, ancora meglio, la comunità ecclesiale, – attribuisce ai singoli elementi della propria vita di fede. Nonostante la liturgia cristiana dei primi secoli non si differenziasse in occidentale e orientale[4], dopo lunga e complessa evoluzione storica emerse nella propria specificità il rituale liturgico delle Chiese d’Oriente, comune sia a cattolici orientali che ortodossi, conosciuto come “rito bizantino”.
Chiunque abbia una qualche familiarità con il calendario e la liturgia bizantina, sa che nel mese di settembre, esattamente a partire dal primo settembre, ha inizio il nuovo anno. Spesso ci si confonde, affermando che in quella data, anniversario della vittoria di Costantino su Massenzio, inizi l’anno liturgico, ma in realtà non è così, poiché nella suddivisione del tempo liturgico quella data non costituisce alcuna interruzione e non comporta alcun cambiamento significativo. In realtà, il 1 settembre “Inizio dell’Indizione, cioè dell’Anno nuovo”, corrisponde al principio dell’anno ecclesiastico, che coincideva con l’inizio dell’anno civile bizantino.
In realtà qualcosa succede il primo settembre: inizia uno dei cicli liturgici di cui si combina la liturgia bizantina, quello delle feste a data fissa, conosciuto come Minèa (“i mesi”) in quanto contenuto in volumi suddivisi mensilmente, che ha inizio proprio il primo settembre, in quanto la sua suddivisione in libri corrisponde all’anno ecclesiastico. Questo ciclo liturgico è altrimenti detto Santorale, perché riporta le memorie quotidiane dei Santi, degli avvenimenti da commemorare e le feste che ricorrono ogni anno nello stesso giorno, dette perciò a data fissa.
Questo appena descritto è solo uno dei tre cicli che si intersecano tra di loro[5]. La liturgia bizantina, infatti, si snoda attraverso un complesso sistema costituito da questi tre diversi cicli, di cui è impossibile comprendere la struttura e la logica interna «se non si coglie la suggestione dinamica del passaggio dal “vecchio” al “nuovo”»[6]. Oltre al Santorale, vi è il ciclo dell’Oktόichos (“otto toni”), che ha inizio a partire dal giorno di Pasqua e prevede una successione settimanale, con l’avvicendarsi di otto toni, da cui la denominazione, e di ufficiature specifiche per ogni giorno della settimana. Infine il terzo è il ciclo annuale a data mobile, poiché riporta le feste e memorie che cambiano data ogni anno in riferimento a quella della Pasqua. Il calendario liturgico, quindi, si costituisce da una combinazione di questi tre cicli – non solo quello delle feste a data mobile, ma anche quelli degli Otto toni, e delle letture bibliche alla Liturgia eucaristica -, che hanno il loro inizio e il loro fondamento nella Pasqua, la quale viene teologicamente vissuta come un’anticipazione della Parusìa (“seconda venuta”) del Cristo, nella gloria.
L’anno liturgico si sviluppa attorno ad essa, estendendosi in un “prima” e un “dopo”: preceduta dal Triódion, periodo penitenziale di dieci settimane, ed è seguita dal Pentikostárion, tempo di gioia della durata di otto settimane.
Il Triódion, periodo di preparazione liturgico-spirituale alla Pasqua, più o meno corrispondente alla Quaresima della Chiesa romano-latina, prende nome dal libro liturgico che viene usato proprio in questo periodo. Nell’uso comune esso è sinonimo di tempo penitenziale e conduce al mistero pasquale tutti coloro che partecipano alla liturgia. La Quaresima è come un «viaggio spirituale, il cui scopo è di trasferirci da uno stato spirituale ad un altro»[7], ma soprattutto «di far sì che il nostro cuore – possa aprirsi alle realtà dello spirito, e sperimentare la segreta “fame e sete” di comunione con Dio»[8]. La sua finalità è suscitare in ciascun fedele, e nella Chiesa tutta, il desiderio, l’anelito[9] dell’amante nei confronti dell’amata, della Sposa che, non trovando più lo Sposo accanto a sé, si incammina per cercarlo[10]. In tal senso si può affermare che durante la Quaresima si assiste al «ritorno della Chiesa alla situazione spirituale dell’Antico Testamento – il tempo prima di Cristo, il tempo del pentimento e dell’attesa (…) La Grande Quaresima è il periodo in cui si attualizza (…) la vita di attesa peregrinante»[11].
Con la domenica di Pasqua si cambia libro liturgico, mettendo da parte il Triódion per passare all’utilizzo del Pentikostárion, che condurrà a celebrare ancora per cinquanta giorni la Pasqua e poi, attraverso la coerenza dei cicli liturgici, per il resto dell’anno. In questo lungo periodo, la lungimiranza pastorale e teologica dei Padri ha previsto un cammino mistagogico che aiuti i fedeli a comprendere sempre meglio i misteri celebrati nella Grande e Santa Settimana e nella Pasqua, non tanto da un punto di vista intellettuale, quanto piuttosto in riferimento alla propria vita.
Altrettanto importante per intendere il senso della liturgia è il ciclo settimanale, infatti, «se il corso dell’anno liturgico simboleggia il divenire dell’umanità nella Chiesa, dall’“inizio” dell’essere fino al raggiungimento della pienezza che avrà “fine”, (…) questo ciclo rappresenta le tappe della via della “salvezza”»[12]. Ogni giorno della settimana, appunto, è dedicato ad una memoria particolare, il cui insieme «abbozza una visione globale del mistero cristiano»[13]. La domenica è il giorno della Risurrezione del Signore, seguita dal lunedì in cui si commemorano gli “Incorporei” (gli Angeli); il martedì del Precursore, S. Giovanni Battista; il mercoledì in ricordo del tradimento di Giuda; il giovedì consacrato agli Apostoli e alla Cena Mistica (Ultima Cena); il venerdì, memoria della Passione di Cristo; sabato, commemorazione particolare dei fedeli defunti. Così, i giorni della settimana indicano simbolicamente la settimana cosmica chiusa in se stessa o la totalità della storia[14].
Il giorno di festa settimanale, che l’antico Israele osservava di sabato, in ricordo della Creazione, venne quasi subito trasferito dai cristiani al giorno seguente, il primo della settimana successiva, proprio a ricordo particolare della Risurrezione del Signore, la nuova Creazione. Secondo i Padri della Chiesa, la domenica non sostituisce il sabato, ma costituisce l’ottavo giorno o il primo in senso assoluto ed unico, e raffigura l’eternità[15]. Il primo giorno della settimana, quindi, è la domenica, riconosciuta come giorno della Risurrezione di Cristo, Pasqua settimanale; ma non sempre la domenica è da considerarsi l’inizio. Proprio perché identifica anche l’ottavo giorno, nel tempo del Triòdion, il tempo della preparazione, la domenica è il punto d’arrivo della settimana. In queste dieci settimane, anche il ciclo settimanale induce a dirigere le menti e i cuori dei fedeli verso la Pasqua, pertanto «le settimane del tempo quaresimale cominciano il lunedì e terminano la domenica, a Pasqua»[16]. A partire dalla domenica di Pasqua, invece, si assiste ad un’inversione del tempo. «Il tempo stesso si inverte nella vita nuova in cui stiamo per penetrare; essa sarà ritmata dagli uffici del ciclo quotidiano, di quello settimanale e di quello annuale, che traggono la loro origine dalla Pasqua. A partire dalla Grande Quaresima, i giorni erano contati dal lunedì alla domenica; questa chiudeva la settimana, era l’ultimo suo giorno. Adesso diventerà il primo: a partire da oggi, le settimane saranno contate dopo la Resurrezione»[17].
[1] A. Schmemann, La Grande Quaresima, Marietti, Casale Monferrato 1986, p. 9.
[2] Cfr. R. F. Taft, A partire dalla liturgia. Perché è la liturgia che fa la Chiesa, Lipa, Roma 2004, p. 47.
[3] O. Clement, La Chiesa ortodossa, Queriniana, Brescia 20132, p. 97.
[4] Cfr. L. Lucini, Simbolica orientale. Architettura e liturgia nella Chiesa bizantina, Gruppo Editoriale, Acireale – Roma 2011, p. 11.
[5] Cfr. M. Donadeo, L’anno liturgico bizantino, Morcelliana, Brescia 1991, pp. 19-25.
[6] J. Meyendorff, La Teologia bizantina. Sviluppi storici e temi dottrinali, (Saggi teologici 9), Marietti 1820, Genova 1984, p. 147.
[7] C. Andronikof C., Il senso della Pasqua nella liturgia bizantina. I giorni della preparazione e della Passione, (Liturgia e Vita 6), vol. I, Editrice Elle Di Ci, Torino 1986, p. 67.
[8] Ibidem, p 29.
[9] Cfr. Sal 42,2-3.
[10] Cfr. Ct 3,1-2.
[11] A. Schmemann, La Grande Quaresima…, p. 39.
[12] C. Andronikof, Il senso della Pasqua, vol. I…, p. 14.
[13] O. Raquez (a cura), Guida alla celebrazione nelle Chiese di Tradizione bizantina, Lipa, Roma 2002, p. 50.
[14] Cf. P. N. Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, Edizioni Paoline, Roma 19844, p. 143.
[15] Cfr. P. N. Evdokimov, Teologia della bellezza…, p. 143.
[16] M. Donadeo, Icone di Cristo e di Santi…, 27-28.
[17] C. Andronikof, Il senso della Pasqua nella liturgia bizantina. I cinquanta giorni della festa, (Liturgia e Vita 7), vol. II, Editrice Elle Di Ci, Torino 1986, p. 8.
Papàs Antonio Gattabria
articolo pubblicato su “Granello di Senape” anno 73, n. 3, luglio-settembre 2022, pagg. 13-14







Costretti a lasciare le proprie terre in seguito all’avanzare dei Turchi Ottomani, i discendenti del condottiero albanese Giorgio Castriota Skanderbeg trovarono accoglienza nel Meridione d’Italia, proprio nel coincidere di tre avvenimenti di fondamentale importanza per la loro storia: il Concilio di Firenze del 1439, la caduta di Costantinopoli del 1453 e la morte di Skanderbeg nel 1468. Il Concilio di Firenze dichiarò l’unione fra la Chiesa romana e la Chiesa greca (1439) e, seppur gli esiti di quel Concilio non furono duraturi, favorirono la genesi della Chiesa arbëreshe in Italia. L’inizio dell’invasione turca, sino alla caduta di Costantinopoli (1453), spinse molti albanesi a fuggire. Le migrazioni verso l’Italia aumentarono con la morte del condottiero albanese Giorgio Castriota Skanderbeg (1468), dopo la quale la resistenza albanese all’invasore perse ogni speranza. I profughi albanesi giunsero in Italia in tempi differenti, recando con sé un patrimonio di cultura ed identità (lingua, tradizioni, canto…) di cui la religione si potrebbe a ragione definire il principio fondamentale. Per questo gli arbëreshë difesero strenuamente e per secoli la propria identità religiosa come caratteristica identitaria e peculiare. La presenza della Chiesa bizantina arbëreshe in Italia si apre, pertanto, in un periodo di unione esistente tra Chiese romana e greca e in questo quadro va vista la sistemazione data agli albanesi nelle varie zone dell’Italia meridionale. È interessante rilevare come in questo primo periodo vi furono diversi Vescovi orientali, inviati dall’Arcivescovo di Ocrida ma regolarmente autorizzati dal Papa di Roma, che esercitarono la giurisdizione canonica sulle comunità Italo-Albanesi. La scelta di permanere nell’osservanza al rito bizantino fu condivisa dal clero e dal popolo, con il beneplacito della Santa Sede che, con diversi documenti, ha ordinato la tutela del rito greco-bizantino presso le costituite comunità arbëreshe, vietando soprusi e vessazioni.
“E così anche tutto il mondo degli esseri, venuto da Dio quanto alla creazione… è come un’altra chiesa non fatta da mano d’uomo, si rivela sapientemente per mezzo di questa – prodotta dall’uomo -, e avendo come santuario il mondo superiore, assegnato alle potenze superne, e come tempio il mondo di quaggiù, assegnato a coloro che hanno ottenuto in sorte il vivere soggetto alle sensazioni.”
Il sacrificio eucaristico è opera di Cristo sommo sacerdote, è lui la mano di Dio Padre a cui il celebrante implora la sua presenza, infatti, così afferma san Metodio di Olimpo: “Il Figlio è l’onnipotente e forte mano del Padre”, perché nella divina liturgia eucaristica è sempre presente Cristo, “Non è un uomo colui che trasforma i doni che si trovano in innanzi a noi in corpo e sangue di Cristo, ma è lo stesso Cristo che è stato Crocifisso per noi”. “Il sacerdote è lì come sembianza visibile (di Cristo), per preferire le parole”, dice san Giovanni Crisostomo.
Prima di iniziare la divina liturgia, il presbitero, il diacono e i fedeli che entrano in chiesa, venerano le immagini del Signore Gesù Cristo, della Santissima Madre di Dio, del precursore Giovanni Battista e di tutti i santi, perché esse presentano alla nostra mente tutta l’economia della salvezza divina: “L’immagine infatti è una memoria. Ciò che è il libro (NdR la Sacra Scrittura) per coloro che conoscono la scrittura, questo è l’immagine per gli illetterati, e ciò che è la parola per l’udito, questo anche è l’immagine per la vista”. Per questa ragione non esistono chiese bizantine senza icone, indispensabili per celebrare la divina liturgia.
Quanto abbiamo presentato riguardo alla preparazione che il celebrante compie prima della divina liturgia nello spirito e nel corpo, ugualmente deve essere fatta da ogni fedele che si comunicherà all’altare della Vita. Il corpo come l’anima, si disporrà per presentare l’offerta eucaristica e si preparerà per ospitare in sé il graditissimo visitatore, Cristo Gesù. Il corpo, dunque non è passivo nella Divina liturgia, ma vi prende parte attivamente.
In questo tempo (Kairòs) dedicato alla preparazione all’incontro con il Signore prima della divina liturgia davanti alle porte regali, il sacerdote e il diacono dopo aver recitato 12 Kyrie eleison e il Gloria al Padre, fanno tre segni di croce e tre metanoie e, baciando l’icona di Cristo dicono: