Prima di iniziare la divina liturgia, il presbitero, il diacono e i fedeli che entrano in chiesa, venerano le immagini del Signore Gesù Cristo, della Santissima Madre di Dio, del precursore Giovanni Battista e di tutti i santi, perché esse presentano alla nostra mente tutta l’economia della salvezza divina: “L’immagine infatti è una memoria. Ciò che è il libro (NdR la Sacra Scrittura) per coloro che conoscono la scrittura, questo è l’immagine per gli illetterati, e ciò che è la parola per l’udito, questo anche è l’immagine per la vista”. Per questa ragione non esistono chiese bizantine senza icone, indispensabili per celebrare la divina liturgia.
Nel kontàkion della domenica dell’Ortodossia si canta che la prima icona del Signore si è rivelata con la sua incarnazione e la prima iconografa è stata la Madre di Dio: “L’incircoscrivibile Verbo del Padre, incarnandosi da te, Madre di Dio, è stato circoscritto e, riportata l’antica forma l’immagine – l’icona – deturpata, l’ha fusa con la divina bellezza. Noi dunque, proclamando la salvezza, a fatti (NdR ossia con la raffigurazione delle icone) e a parole vogliamo descriverla”.
La lettura del Vangelo e le icone, il Vangelo dipinto, ci aiutano a vivere il mistero della salvezza dell’uomo che celebriamo nella divina liturgia e ci accompagnano nel Regno dei cieli fin d’ora presente: “Mentre l’occhio sensibile fissa l’icona, concentro l’occhio spirituale dell’anima – assieme all’intelletto – sul mistero dell’economia dell’incarnazione”. Attraverso le sante icone guardiamo e ascoltiamo il Signore Gesù, la Madre di Dio e i santi che, come da delle finestre, si affacciano dal paradiso per comunicare con loro: “Con gli occhi corporei gli apostoli videro il Signore, altri videro gli apostoli e altri i martiri. Anch’io desidero di vederli con l’anima e con il corpo… Io, poiché sono un uomo e sono rivestito di corpo, desidero anche con il corpo di entrare in dialogo con le cose sante e di vederle”.
Le icone ci stimolano a lodare Dio: “Soffocato dai pensieri come da spine mi reco nel comune luogo di cura delle anime, nella chiesa: lo splendore della pittura mi attira guardare, come un prato essa mi rallegra la vista e insensibilmente infonde nell’anima la gloria di Dio. Io contemplo la fermezza del martire ed il premio delle corone, sono spinto all’emulazione da un sentimento ardente come fuoco, prostrandomi a terra presto venerazione a Dio attraverso il martire e ricevo salvezza”.
In questo modo insegna il nostro santo padre Teodoro lo Studita: “Imprimi Cristo […] nel tuo cuore, là dove egli [già] abita; sia che tu legga un libro su di lui o che tu veda in immagine, possa egli illuminare il tuo pensiero mentre tu lo conosci doppiamente sulle due vie della percezione sensibile. Così tu vedrai con gli occhi ciò che tu hai appreso mediante la parola. L’intero essere di colui che ode e vede in questo modo sarà riempito della lode di Dio”[1].
[1] TEODORO LO STUDITA, Epistolarum, XXXVI; PG 99, 1213, cit. in TEODORO LO STUDITA, Antirrheticus Adversus Iconomacho. Confutazioni contro gli avversari delle sante icone, Traduzione, introduzione e note a cura di Antonio Calisi, Independently published 2019, p. 45.
diac. Antonio Calisi

Quanto abbiamo presentato riguardo alla preparazione che il celebrante compie prima della divina liturgia nello spirito e nel corpo, ugualmente deve essere fatta da ogni fedele che si comunicherà all’altare della Vita. Il corpo come l’anima, si disporrà per presentare l’offerta eucaristica e si preparerà per ospitare in sé il graditissimo visitatore, Cristo Gesù. Il corpo, dunque non è passivo nella Divina liturgia, ma vi prende parte attivamente.
In questo tempo (Kairòs) dedicato alla preparazione all’incontro con il Signore prima della divina liturgia davanti alle porte regali, il sacerdote e il diacono dopo aver recitato 12 Kyrie eleison e il Gloria al Padre, fanno tre segni di croce e tre metanoie e, baciando l’icona di Cristo dicono:
Predisposto nello spirito nel corpo, il sacerdote aspetta che giunga il momento fissato della celebrazione della divina liturgia e insieme al diacono “prendono tempo”.
La preghiera liturgica è sempre supportata da una vita interiore nutrita da un’intima e personale preghiera. Per questo il sacerdote, la sera che precede la divina liturgia, prega purificando il suo cuore da sentimenti che lo allontanano dall’amore, digiuna dal cibo e soprattutto dai pensieri cattivi sull’esempio di Gesù stesso che ha fissato un tempo per restare solo in preghiera con il suo Padre celeste. Il sacerdote deve domandare con zelo a Dio di suscitare in lui le virtù proprie del suo stato. Mortificare in se stesso tutti i vizi per essere riempito dallo Spirito Santo e prepararsi a camminare nella vita nuova.
Il sacerdote che si pone a servizio della salvezza degli uomini, deve essere distaccato dal peccato e rivolto verso Dio. Il fine del suo ministero è questo: “mettere ali all’anima, strapparla al mondo e consegnarla Dio…; per mezzo dello Spirito Santo insediare Cristo nei cuori perché gli abiti…; rendere (l’uomo) Dio”. Il presbitero nel suo servizio alla Chiesa manifesta la vita nuova generata da Gesù, ossia la vita vissuta in Lui e, dal momento che la divina liturgia è l’evento incomprensibile con il quale la vita di Gesù è donata ai credenti, essa è, contemporaneamente, ugualmente l’essenza del sacerdozio.
Tutte le volte che i credenti si radunano in un posto convenientemente dedicato e in un momento fissato per officiare la divina eucaristia, questa adunanza rivela il mistero della Chiesa. La prima mistica cena è l’istituzione storica dell’eucarestia e della Chiesa, entrambe sono il medesimo Corpo di Cristo. Inserendoci nella Chiesa, Cristo “ci ha fatto il suo corpo e (attraverso l’eucaristia) ci ha trasmesso il suo proprio corpo”.
Con l’eucaristia Cristo Gesù si offre all’uomo nel suo Corpo e nel suo Sangue affinché l’uomo diventi “un solo corpo (syssomos) e un solo sangue (synaismos) con lui” come egli stesso ha detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,56). Nel suo grande amore per l’uomo, Cristo ha assunto in sé la natura umana per donare all’uomo la vita divina.
Nella riunione eucaristica dei fedeli, la presenza della Santa Trinità realizza il vero e grande incontro tra cielo e terra e diventa il luogo dove Dio viene ad abitare, dove Dio “pone la tenda con gli uomini” (Ap 21,3). Non solo l’uomo, ma tutto il creato, tutte le realtà, si radunano nello stesso posto nello stesso tempo e insieme (ἐπὶ τὸ αὐτὸ) per magnificare Dio, “sull’altare posto davanti al trono” di Dio (Ap 8,3), così come insegna san Dionigi: “la bellezza sovra- essenziale, è chiamata bellezza…, perché chiama a sé tutte le cose… e tutte le raccoglie insieme”.
La divina economia è una teofania trinitaria dell’amore di Dio per l’uomo che si manifesta nella divina liturgia in cui il fedele vive, per grazia, questo mistero. Come dice san Giovanni il Teologo, il suo celebrante “ci svela la santa Trinità”.