Category Archives: In evidenza

Pastorale Giovanile Diocesana su Instagram

Da oggi è attiva su Instagram la pagina della Pastorale Giovanile Diocesana!
Seguiteci per avere informazioni su tutto ciò che la nostra Eparchia propone ed organizza per voi!
Siamo in ascolto! Scrivete in direct e noi vi risponderemo… aspettative, esigenze etc. Il vostro pensiero è fondamentale per noi.
pg_EparchiadiLungro

 

Parrocchia SS. Salvatore di Cosenza

Icona S. Francesco di Paola e S. Nilo da Rossano

Icona S. Francesco di Paola e S. Nilo da Rossano

A Cosenza, nel centro storico della città, sorge la chiesa di San Francesco di Paola. Accanto ad essa si trova la chiesa del Santissimo Salvatore. Un tempo appartenuta all’Arciconfraternita dei Sarti, dal 1978 venne affidata all’Eparchia di Lungro per la cura pastorale degli arbëreshë, italo-albanesi residenti in città.
La Parrocchia greco-cattolica, in cui si celebra secondo il rito bizantino, si sta progressivamente arricchendo di un consistente patrimonio iconografico. Le numerose icone, che segnano un percorso teologico-pastorale nel loro dispiegarsi lungo la navata, aiutano i fedeli a pregare, a partecipare alla vita liturgica e a contemplare il mistero divino.
Tra di esse ha da poco trovato posto un’icona raffigurante due santi calabresi la cui venerazione è fondamentale per la comunità arbëreshe: San Francesco di Paola e San Nilo da Rossano.

San Nilo, eminente rappresentante della tradizione monastica bizantina in Italia, nacque a Rossano nel 910 al tempo del dominio bizantino e della grande diffusione del monachesimo basiliano in zona.
Nilo, il cui nome di battesimo era Nicola, rimase orfano di genitori molto presto e fu affidato alle cure della sorella. Ancor in giovane età, si sposò ed ebbe una figlia. Però, compresa la propria vocazione monastica, dopo aver sistemato la situazione familiare, si unì ai monaci basiliani della valle del Mercurion, tra Calabria e Basilicata, assumendo il nome di Nilo.
La sua esperienza comunitaria durò circa tre anni, trascorsi i quali si ritirò in eremitaggio presso Rossano, con dedizione totale alla preghiera e allo studio e diventando maestro di nuovi monaci.
Per un certo periodo visse anche presso un tempio dedicato ai santi martiri Adriano e Natalia, oggi nel comune di S. Demetrio Corone. Successivamente si spostò nel principato di Capua, continuando ad educare monaci di rito orientale. Trascorse altri dieci anni presso Gaeta, quindi partì col discepolo Bartolomeo da Rossano alla volta di Roma, ma sulla strada, “per celeste ispirazione”, si fermarono presso la cappella detta Cryptoferrata, oggi Grottaferrata, dove decisero di edificare un’abbazia. S. Nilo, però, fece solo in tempo a indicarne il luogo, poi si spense nel vicino monastero greco di Sant’Agata il 26 settembre 1004.

San Francesco di Paola, patrono principale della Calabria, nacque a Paola nel 1416 e può a ragione essere considerato l’ultimo testimone del monachesimo italo-greco. La tradizione dice che Francesco trascorse la sua vita in pura santità e all’insegna della penitenza sin dalla nascita. Fin da fanciullo, ricevette da Dio il grande dono di operare miracoli per dare sollievo ai bisognosi e per testimoniare l’immenso Amore di Dio.
All’età di soli quattordici anni iniziò la vita eremitica nel bosco di Paola. Ben presto, altri si associarono a questa esperienza, riconoscendolo come guida spirituale, dando, di fatto, inizio all’Ordine dei Minimi.
Dopo aver fondato diversi conventi in Calabria e Sicilia e aver operato numerosi miracoli, la fama di santità di Francesco si diffuse rapidamente e presto raggiunse la corte di Luigi XI in Francia il quale, colpito da un grave male, invitò il santo alla sua corte, sperando in una guarigione miracolosa. Nonostante San Francesco avesse rigettato l’invito del sovrano, fu spinto da Papa Sisto IV a raggiungere la corte francese. In Francia il Santo visse circa venticinque anni e, dopo aver trascorso gli ultimi anni in serena solitudine, morì in il 2 aprile 1507.

Parrocchia SS. Salvatore di Cosenza

Icona del Nimfìos

Icona del Nimfìos

Nella chiesa del Santissimo Salvatore, nel centro storico di Cosenza, è venerata l’icona del Nimphios, dello Sposo, dipinta secondo la tradizione bizantina con pigmenti naturali a tempera d’uovo su foglia d’oro.

Il “Nimfios”, lo Sposo della Chiesa, è Colui che ha amato l’umanità a tal punto da essere umiliato e schernito, infatti vediamo Gesù vestito col manto rosso, con la canna tra le mani, i polsi legati da una rozza fune e la corona di spine: “Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo” (Mt 27, 28-30).
“Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E disse loro: «Ecco l’uomo!»” (Gv 19, 5).

Contempliamo nell’icona lo Sposo paziente e misericordioso mentre avanza volontariamente verso il sacrificio per purificare la Sposa nel sangue, per celebrare le nozze con la Chiesa e con l’umanità, con ogni anima.

Gesù è raffigurato in posizione frontale a mezzo busto in primo piano, con le mani legate e sovrapposte. Il suo capo, leggermente inclinato a sinistra, volge il suo sguardo di amore sconfinato verso il fedele che ne è attirato dal profondo del suo cuore. Il suo capo è cinto da una corona di spine.

Per noi cristiani, la corona di spine ricorda che Gesù è veramente il Re. Un giorno, l’intero universo si inchinerà a Gesù come “Re dei re e Signore dei signori” (Ap 19,16). La corona di spine e la sofferenza ad essa associata sono già passate e Gesù ha ricevuto la corona della quale è degno. Ora lo contempliamo coronato di gloria e d’onore per la morte che patì.
Nella corona di spine è presente dell’ulteriore simbolismo. Quando Adamo ed Eva peccarono, essi portarono il male nel mondo ed una maledizione su di esso “[…] maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te […]” (Genesi 3,17-18). I soldati romani, inconsapevolmente, presero un oggetto della maledizione e lo trasformarono in una corona per Colui il Quale ci avrebbe liberato da quella maledizione stessa. Cristo, con il Suo perfetto sacrificio d’espiazione, ci ha liberati dalla maledizione del peccato, del quale la spina costituisce il simbolo. Anche se intesa come denigrazione, la corona di spine fu, in effetti, un simbolo eccellente di chi era Gesù e di ciò che era venuto a compiere.
«…è cinto di corona il Re degli Angeli, di una falsa porpora è rivestito colui che avvolge il cielo di nubi, è schiaffeggiato colui che ha liberato Adamo nel Giordano. È confitto con chiodi lo Sposo della Chiesa. È trafitto di lancia il figlio della Vergine…»Dall‟Ora Nona dell‟Ufficio di Passione, in GSS, pp. 178-179.

Il mantello scarlatto è il simbolo della sua passione e nello stesso tempo della sua regalità. Egli è venuto a riscattare l’Adamo caduto e a rivestirlo con l’abito nuziale, con lo stato di grazia tutti gli invitati al “banchetto delle nozze dell’Agnello” che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello. (cf. Ap 19,8-10).
Questo è un forte richiamo alla veste dell’innocenza e di gloria perduta da Adamo e che il battesimo ci ridona.

Le mani legate richiama la sua volontaria passione: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”. (Is 53,7). Legato, si consegna come nuovo il Isacco sull’altare del sacrificio. Le corde ai polsi del Signore, nondimeno, prendono anche una simbologia matrimoniale, riferimento gli anelli nuziali, anelli di una catena, con i quali lo Sposo si lega alla sua Sposa.

Gesù regge una canna nella mano destra, come fosse uno scettro regale, adoperata dai soldati per deridere la dichiarazione della sua regalità, prendendosi gioco del condannato simulando la sarcastica adorazione di un re, che ossequiarono con una formula ironica.
“Non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42, 3). L’uomo è quella canna “canna incrinata”. Il peccato dell’uomo ha forato le mani e i piedi del Salvatore sulla croce, tuttavia, Egli non si è vendicato delle offese e delle ferite prodotte dalla malvagità umana. Quando è stato ferito dalle azioni dell’uomo non ha pensato di “spezzare” quella canna, ma di recuperarla.