
Lunga vita al nostro Vescovo Donato, padre e pastore dell’Eparchia di Lungro.
EPARCHIA DI LUNGRO degli Italo Albanesi dell’Italia Continentale
Diocesi Cattolica Bizantina
Nel 1897, A. Papadopoulos – Kerameus nel IV volume dei suoi Anagesta, pubblicava una Vita Gerasimi anonima e, in base ad argomentazioni apparentemente giustificate, attribuiva quest’opera al celebre agiografo Grillo di Scitopoli. H. Grégoire, qualche anno più tardi, dimostrò che tale attribuzione era insostenibile, soprattutto perché la Vita Gerasimi non conteneva alcuni precisi dettagli (come la data di nascita e il luogo di origine) che figurano sempre nelle opere autentiche di Cirillo. D’altra parte, ad un’attenta analisi, questa Vita si rivela come un centone composto di frammenti tratti dallo stesso Cirillo e in particolare dalla sua Vita Euthymii, cioè di Eutimio il Grande.
Sempre secondo H. Grégoire, la Vita, che fornisce tra l’altro la data precisa (526) della morte dell’egumeno Eugenio, uno dei successori di Gerasimo, sarebbe stata composta nella seconda metà del VI secolo e, probabilmente, nella sua stessa laura.
In base alla fonte citata, Gerasimo nacque in Licia, in luogo e data sconosciuti, e dopo essere vissuto in un monastero della sua provincia, si diede a vita anacoretica. Verso il 451, all’epoca del concilio di Calcedonia, egli si trovava in Palestina, dove si era stabilito vicino al Mar Morto. Seguendo Teodosio, il vescovo intruso che si era sostituito al patriarca Giovenale, Gerasimo abbracciò per un certo tempo le idee di Eutiche, distaccandosene però ben presto, per ritornare all’ortodossia, probabilmente sotto l’influsso di Eutimio il Grande.
Verso il 455, egli si trasferì ad un miglio, circa, dalle rive del Giordano, dove fondò un monastero per cenobiti. In questa laura, in cui tutti gli aspiranti dovevano trascorrere diversi anni, Gerasimo fondò un certo numero di eremitaggi (si contavano sino a settanta cellette) per coloro che volevano condurre vita anacoretica; gli eremiti ad ogni modo si riunivano ogni settimana dal sabato al lunedì. Tutti gli anni, durante la Quaresima, Gerasimo si recava da Eutimio e, dopo un digiuno che interrompeVa solo per ricevere l’Eucaristia, tornava nella sua laura per la domenica prima della Pasqua.
Nel Prato Spirituale, Giovanni Mosco riporta, a proposito di Gerasimo, la storia del leone che il santo aveva sanato togliendogli una spina dalla zampa. Il leone restò con Gerasimo circa cinque anni, e quando questi mori l’animale ne ebbe tanto dolore che si abbatté morto sulla tomba del santo.
D’altra parte, nel Prato Spirituale si trovano anche altre storie narrate a proposito dei monaci della laura di Gerasimo. Certamente a causa dell’omofonia dei nomi, l’episodio del leone fu in seguito attribuito anche a Girolamo divenendo un diffusissimo tema iconografico.
Gerasimo morì il 5 marzo 475. Il Martirologio Romano ha conservato questa data lo stesso giorno in cui è venerato anche da alcuni calendari siriaci, tra cui il Martirologio di Rabbàn Slibà (= 5 àdàr). Nella Chiesa bizantina, per contro, la festa di Gerasimo viene celebrata il giorno precedente (4 marzo) e la notizia dei Sinassari che gli è dedicata dipende – sembra – da fonti diverse dalla Vita sopra citata. Vi si trova l’episodio del leone, ma Gerasimo vi compare come contemporaneo dell’imperatore Costantino Pogonato (secolo VII).
La laura di Gerasimo rimase per lungo tempo celebre, ma alla fine del XIII secolo era distrutta e gli eremiti si erano rifugiati nel vicino monastero di Qalamon.
Autore: Joseph-Marie Sauget
Per noi che viviamo nella “civiltà delle immagini”, così chiamata per la massiccia presenza degli strumenti audiovisivi, particolarmente il cinema e la televisione, potrà forse risultare stimolante il ricordo di un personaggio che per le “immagini” si battè strenuamente, anche se questa non fu la sua gloria principale e le immagini per le quali egli si batté erano ben più “sacre” di quelle proposteci dalla nostra società consumistica.
La polemica sul culto delle immagini, la cosiddetta lotta iconoclastica, ebbe tra i suoi protagonisti gli imperatori bizantini Leone III l’Isaurico, Costantino V Copronimo e Leone IV Khazaras da una parte, S. Giovanni Damasceno e i patriarchi Germano di Costantinopoli e Tarasio dall’altra. In realtà, accanto ad un conflitto ideale, che verteva sull’ortodossia, sulla legittimità del superamento cristiano della proscrizione giudaica di rappresentare Dio e il “mondo celeste”, gli storici mettono in evidenza che vi erano in ballo anche questioni di carattere politico e addirittura economico: difensori costituiti delle immagini erano infatti i monaci, gli unici veri oppositori dello strapotere imperiale e potenti economicamente. Ma Tarasio, come dicevamo, vanta ancor altre glorie. Di famiglia nobile, fu rivestito della dignità di senatore e di capo della cancelleria imperiale.
Benchè fosse semplice laico, per designazione del defunto patriarca Paolo, venne scelto a raccogliere una difficile eredità, che accettò a condizione che l’imperatrice Irene e il senato s’impegnassero a consentire la convocazione di un concilio: solo così sarebbe stato possibile ristabilire l’ortodossia e la pace ecclesiastica. Ciò avvenne, non senza difficoltà, al concilio di Nicea del 787. Tarasio si mostrò inoltre integerrimo difensore della morale cristiana e in particolare del matrimonio, opponendosi con energia allo stesso imperatore Costantino VI, che pretendeva da lui la sentenza di divorzio per poter contrarre nuove nozze. Tarasio nutrì infine una fervida devozione alla SS. Vergine, che in una sua preghiera salutava così: “Salve, o mediatrice di tutto ciò che vi è sotto il cielo; salve, riparatrice di tutto l’universo; salve, o piena di grazia, il Signore è con te, lui che era prima di te ed è nato da te, per vivere con noi”. S. Tarasio morì all’età di 76 anni nell’806 e venne sepolto nel santuario “Tutti i martiri” del monastero da lui fondato sul Bosforo.
Autore: Piero Bargellini
Il ritrovamento del capo di San Giovanni Battista è un evento venerato e celebrato nella Chiesa cattolica e ortodossa, con tre distinte scoperte miracolose.
Secondo la tradizione, la reliquia del cranio fu recuperata dai discepoli dopo la decollazione e, nel corso dei secoli, traslata e nascosta per proteggerla, finendo poi conservata in vari luoghi.
Il primo ritrovamento risale intorno alla metà del IV secolo, quando, due monaci in pellegrinaggio ebbero una visione in cui il Battista indicava il luogo della sua sepoltura a Sebaste. La reliquia della testa, passò per diverse mani prima di essere nascosta durante le persecuzioni.
Il secondo ritrovamento avvenne a Emesa (Siria) nel 452, quando la testa riapparve a un monaco di nome Marcello.
Il Terzo Ritrovamento risale al periodo successivo alle lotte iconoclaste e allora la reliquia fu portata a Costantinopoli nell’860.
Secondo la tradizione cattolica, la reliquia del capo è conservata nella chiesa di San Silvestro in Capite a Roma, mentre la cattedrale di S. Lorenzo di Viterbo, custodirebbe il Sacro Mento.