Dal prossimo martedì 3 febbraio 2026, la nostra Eparchia ritorna con una presenza missionaria settimanale nella Cappella dell’Unical, in collaborazione fraterna con i Padri Dehoniani, al servizio di quanti frequentano l’Università della Calabria.

EPARCHIA DI LUNGRO degli Italo Albanesi dell’Italia Continentale
Diocesi Cattolica Bizantina
La traslazione delle reliquie di San Giovanni Crisostomo avvenne il 27 gennaio 438 quando i resti mortali furono solennemente trasferiti da Comana del Ponto, luogo della morte in esilio, a Costantinopoli.
L’evento fu fortemente voluto dall’arcivescovo Proclo e dall’imperatore Teodosio II, che cercavano di riparare l’ingiustizia dell’esilio subito dal santo, morto nel 407.
L’imperatore Teodosio II si avvicinò all’urna in lacrime, chiedendo perdono per la madre Eudossia, responsabile dell’esilio. Le reliquie furono portate con una grande processione e deposte nella Chiesa dei Santi Apostoli.
Secondo la tradizione, durante il trasferimento, il popolo gridò: “Riprendi il tuo trono, padre!”, e si racconta che il corpo del santo pronunciò: “Pace a tutti!”.
Inizialmente le reliquie furono tumulate nella Chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli e successivamente furono portate a Roma, dove sono attualmente conservate nella Basilica Vaticana.
Nel novembre 2004, papa Giovanni Paolo II ha donato una parte delle reliquie di San Giovanni Crisostomo al patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I.
La traslazione segnò il riconoscimento ufficiale della santità e la riabilitazione storica del vescovo “bocca d’oro”.
9U jam dera: kush hyn për anën time shpëtohet; e hyn e del e gjën kullotë. 10Vjedhësi vjen vetëm se të vjedhë, të therënjë e të shprishënjë. U erdha se të kenë jetën e t’e kenë të plotë. 11U jam delari i mirë. Delari i mirë jep jetën e tij për delet. 12Rrogëtari, përkundra, çë s’është delar, e të kujt s’janë delet, si sheh se vjen ujku, lë delet e pështon e ujku i rrëmben e i shprishën. 13Sepse rrogëtari është rrogëtar e s’ka kujdes për delet. 14U jam delari i mirë, e i njoh delet e mia e ato më njohin mua, 15si Ati më njeh mua e u njoh Atin, e jap jetën time për delet. 16E kam të tjera dele, të cilat s’janë të këtij vathi, e duhet t’i mbjedh edhe ato, e ato do të gjegjin zërin tim e do të bëhet një mëndër e vetme e një delar i vetëm.
9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.
11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Marco 13, 9-13
9Po ju ruheni për vetëhenë tuaj, sepse do t’ju dorëzojën sinedrevet, do t’ju rrahin në sinagogat, do të veni përpara qeveritarëvet dhe rregjëravet për mua, si martri atyreve. 10Po më parë duhet të predhikohet vangjeli ndëpër gjithë popujt. 11E kur t’ju qellin për t’ju gjykuar, mos llaveni për atë çë kin’ të thoni, sepse nëng jini ju çë flisni, po Shpirti i Shëjtë. 12E i vëllai do të japë të vëllanë për vdekje, dhe i jati të birin, e do të ngrëhen të bijtë kundër prindëvet e do t’i vrasin. 13E do të jini të dashur lig nga gjithë për ëmrin tim; po kush duroftë njera në fund, ka të shpëtohet.
9Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe e comparirete davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro. 10Ma prima è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni. 11E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi prima di quello che direte, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: perché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo. 12Il fratello farà morire il fratello, il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. 13Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.
Santi Senofonte e Maria, sposi, con i figli Giovanni e Arcadio Monaci V secolo
La storia di questa famiglia di santi, festeggiata al 26 gennaio, inizia a Costantinopoli nel V secolo. Senofonte e Maria, nonostante la loro ricchezza e la loro posizione sociale, si distinguevano per la loro semplicità d’animo e la bontà del cuore.
Desiderosi di dare ai loro figli Arcadio e Giovanni una più completa formazione, li mandarono a Beirut in Fenicia.
La Provvidenza volle che, andata distrutta la nave su cui erano in viaggio, i due fratelli furono miracolosamente salvati dalle onde facendoli giungere a riva in luoghi diversi.
Intrapresero dunque la vita monastica ed i genitori, non avendo più notizie, credettero fossero morti.
Ormai anziani, Senofonte e Maria si recarono pellegrini ai luoghi santi di Gerusalemme, ove rincontrarono i loro figli.
Grati al Signore per aver riunito la loro famiglia, anch’essi scelsero di passare il resto dei loro giorni nel silenzio e nel digiuno dell’ascesi.
Tha Zoti këtë parabull: 10“Dy burra u hyptin te tempulli se të parkalesjin. Njèri ish farisè e jetri publikan. 11Fariseu, ture ndënjur shtuara, mbë vetëhé parkalesnij kështu: “Të falënderonj, o Perëndi, se u s’jam si të tjerët njerëz: vjedhës, të paligjë, kurvëtarë, ose edhe si ky publikan. 12U agjëronj dy herë në javët, paguanj të dhjetëtën mbi gjithë të pasurat e mia”. 13E publikani, ture ndënjur prej së larg, s’doj të ngrënij as sytë e tij lart në qiell, po rrahnij gjirin e tij, ture thënë: O Perëndi, ki lipisi për mua mëkatar”. 14U ju thom juve se ky u pruar te shpia e tij më i drejtësuar se ai: sepse kushdo lartësohet do të jetë përulur e kushdo përulet do të jetë lartësuar”.
Disse il Signore questa parabola: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».
Gregorio (330-389/390) fu un uomo di grandi amicizie. L’amico per eccellenza fu Basilio, conosciuto prima durante l’adolescenza a Cesarea di Cappadocia, e poi ad Atene, dove i due si erano recati a perfezionare i loro studi. “Sembrava che fossimo un’anima sola in due corpi” (Discorsi 43, 20), scriverà più tardi rievocando quegli anni. L’affetto tra i due non venne mai meno, anche se conobbe, come sovente accade nell’amicizia, momenti di grande tensione. La personalità forte ed energica di Basilio si scontrava con quella di Gregorio, dotato di un animo poetico, emotivo, propenso alla solitudine e alla contemplazione.
Basilio diede vita a una comunità monastica ad Annisoi, nel Ponto, ma Gregorio, che pur aveva aderito al progetto di vita concepito insieme negli anni ateniesi, lo abbandonò e preferì tornarsene nella casa paterna sognando di poter condurre una vita più solitaria e ritirata. Verso la fine del 361, o l’inizio del 362, venne, suo malgrado, ordinato presbitero dal padre, Vescovo di Nazianzo. “Mi piegò con la forza” (Autobiografia 348), scrive ricordando quell’evento. Reagì a quella violenza nel modo che gli era più usuale: con la fuga. Poi, dopo alcuni mesi, assunse in piena obbedienza il suo ministero, accettando, come più volte gli accadrà nel corso della vita, di essere condotto là dove non voleva andare (cf. Gv 21, 18).
A distanza di una decina d’anni, sarà lo stesso Basilio, che pure conosceva così bene i suoi sentimenti, a imporgli la consacrazione episcopale. Basilio, eletto Vescovo di Cesarea nel 370, si era visto costretto dalla politica ariana dell’imperatore Valente a moltiplicare il numero delle diocesi dipendenti da Cesarea, in modo da assicurare un certo numero di Vescovi fedeli a Nicea, che fossero in grado di fronteggiare l’avanzata dell’arianesimo. Gregorio, contro ogni suo desiderio, fu ordinato Vescovo di Sasima, un paesino di frontiera tra la Cappadocia prima e la Cappadocia seconda, nel quale, a dire il vero, non entrerà mai. Avrebbe dovuto entrarci con le armi in pugno, poiché Sasima, insignificante sotto l’aspetto pastorale, si trovava in una posizione strategica da un punto di vista economico e politico ed era contesa da un altro Vescovo ariano.
Ma Gregorio continua a sostenere l’amico Basilio con la sua amicizia; come era intervenuto, anni prima, a mettere pace tra lui, ancora presbitero e il Vescovo Eusebio, così, durante gli anni dell’episcopato, lo difende da chi lo accusa di essere troppo prudente nel proclamare la divinità dello Spirito Santo, e lo consola con le sue numerose lettere. Nel 379 Basilio muore e Gregorio, malato, non può essere accanto all’amico.
Nel 380, l’imperatore Teodosio chiamò Gregorio a Costantinopoli a guidare la piccola comunità cristiana fedele a Nicea e in questa città, Gregorio pronunciò i cinque discorsi che gli meritarono l’appellativo di “Teologo”. Ma Gregorio stesso precisa nei suoi scritti che la teologia non è “tecnologia”, non è un’argomentazione umana, ma nasce da una vita di preghiera, da un dialogo assiduo con il Signore. In qualità di Vescovo di Costantinopoli, Gregorio partecipò al concilio del 381 e, dopo la morte di Melezio che ne aveva guidato la prima parte, fu chiamato alla presidenza. Le sessioni conciliari furono quanto mai tribolate: i sostenitori dei due candidati alla presidenza della Chiesa di Antiochia non trovavano una via d’intesa; e lo stesso Gregorio fu accusato di occupare illegittimamente la sede di Costantinopoli, poiché era già stato nominato Vescovo di Sasima. Si ripeteva, ancora una volta, quello che già un tempo Gregorio aveva proclamato con parole accorate: “Abbiamo diviso Cristo, noi che tanto amavamo Dio e Cristo! Abbiamo mentito gli uni agli altri a motivo della Verità, abbiamo nutrito sentimenti di odio a causa dell’Amore, ci siamo divisi l’uno dall’altro!” (Discorsi 6, 3). Gregorio, confessandosi incapace di fare opera di comunione, lascia il concilio. “Lasciatemi riposare dalle mie lunghe fatiche, abbiate rispetto dei miei capelli bianchi … Sono stanco di sentirmi rimproverare la mia condiscendenza, sono stanco di lottare contro i pettegolezzi e contro l’invidia, contro i nemici e contro i nostri. Gli uni mi colpiscono al petto, e fanno un danno minore, perché è facile guardarsi da un nemico che sta di fronte. Gli altri mi spiano alle spalle e arrecano una sofferenza maggiore, perché il colpo inatteso procura una ferita più grave … Come potrò sopportare questa guerra santa? Bisogna parlare di guerra santa così come si parla di guerra barbara. Come potrei riunire e conciliare questa gente? Levano gli uni contro gli altri le loro sedi e la loro autorità pastorale e il popolo è diviso in due partiti opposti … Ma non è tutto: anche i continenti li hanno raggiunti nel loro dissenso, e così Oriente e Occidente si sono separati in campi avversi” (Discorsi 42, 20-21). È il mese di giugno del 381. Nell’autunno del 382 accetta la guida della comunità di Nazianzo: vi resta un anno e poi si ritira in solitudine ad Arianzo, dove proprio lui, uomo della Parola, trascorre un’intera Quaresima in assoluto silenzio, quale segno e monito che la parola era stata svilita, ridotta a chiacchiera vana e ad arma da usare contro l’altro. Negli anni compose il poema Sulla sua vita, una rilettura in versi del suo cammino umano e spirituale, e numerose poesie. Nulla sappiamo degli ultimi anni di solitudine e di preparazione all’incontro con il Signore, che avvenne verso il 390; forse in questi versi sono racchiusi i suoi sentimenti: “Fu soltanto tirannia? Sono venuto al mondo. Perché sono sconvolto dai flutti tempestosi della vita? Dirò una parola audace; sì, audace, ma la dirò. Se non fossi tuo, o mio Cristo, quale ingiustizia!” (Poemi II, 1, 74).
Gregorio è un uomo mite, un uomo di pace, che ha lottato lungo tutta la sua vita per fare opera di pace nella Chiesa del suo tempo, tribolata e divisa dalla controversia ariana, dalle rivalità e gelosie tra i pastori; ma è anche un uomo che con audacia evangelica sa vincere la sua timidezza, il suo carattere incline al silenzio per proclamare la verità senza paura. Scrittore fecondo, ha composto numerosi Discorsi: i 45 giunti fino a noi sono stati pronunciati per la massima parte a Costantinopoli, negli anni 379-381 e comprendono i 5 discorsi teologici, le invettive contro Giuliano, alcune omelie liturgiche, alcuni panegirici, i discorsi di circostanza in cui difende il suo operato, l’addio a Costantinopoli e i discorsi sulla povertà. Oltre alle numerose lettere, da lui stesso pubblicate, Gregorio compose 17.533 versi in 185 opere poetiche, un’attività che ha qualcosa di prodigioso a prescindere dai risultati artistici che può aver conseguito. Molte di queste poesie sono autobiografiche. Il poema più lungo (1949 versi) è quello dedicato alla narrazione della propria vita dalla nascita alla partenza da Costantinopoli. Aveva scritto: “Servo della Parola io aderisco al ministero della Parola; che io non consenta mai di esserne privato. Questa vocazione io l’apprezzo e la gradisco, ne traggo più gioia che da tutte le altre cose messe insieme” (Discorsi 6, 5). E ancora: “Ho lasciato tutto il resto a chi lo vuole, la ricchezza, la nobiltà, la gloria, la potenza … abbraccio solo la Parola” (Discorsi 4, 10).
Il numero dei panegirici pronunciati in onore di Gregorio testimonia eloquentemente il culto di cui godette nella tradizione bizantina. I sinassari celebrano la sua festa il 30 gennaio nel gruppo dei tre “gerarchi”, insieme con Basilio e Giovanni Crisostomo, ma lo commemorano più solennemente, e da solo, il 25 dello stesso mese. L’introduzione del culto di Gregorio in Occidente è meno documentata. Nel calendario latino è festeggiato il 2 gennaio insieme a san Basilio.
(Catechesi di Papa Benedetto 22 agosto 2007)
Santa Eusebia, denominata Santa Xena, forestiera, era della città di Roma, nobile, bella e ricca. I suoi genitori volevano darla in sposa ed essendo già tutto pronto, se ne fuggì dalla sala nuziale con due sue serve e, salita su una barca, salpò verso Alessandria. Uscita dalla barca, dimorò in una povera abitazione, essendo incerta dove recarsi, a causa della sua debole condizione femminile. Ma Dio le mandò un uomo, che esercitava vita monastica, di nome Paolo, ed egli la guidò verso la salvezza. La prese infatti con sé e la condusse nella propria città a Milassa, vicino Caira, e costruì una chiesa dedicata al nome del Protomartire Stefano ed ivi la stabilì e la santa si esercitò tanto nella vita ascetica, da essere fatta degna di molti prodigi; ed avendo vissuto così, conseguì il fine della sua vita.
(Sinassario, Vita di Santi, dal calendario liturgico di Grottaferrata)
Tha Zoti kёtё parabull: 2“Ish një gjyqtar te një qytet, i cili s’i trëmbej Perëndisë, e s’i trëmbej edhe mosnjeriu. Ish një grua e ve tek ai qytet, e vinej tek ai ture i thënë: Bëmë ligjë kundër armikut tim. 4E ai për gjë mot nëng deshi, po pra tha mbë vetëhé: “Me gjithë se s’i trëmbem Perëndisë e s’nderonj mosnjeri, 5përse kjo vjen e më lodhën, i bënj ligjë asaj, ashtu çë të mos të vinjë ngaherë të më çanjë kryet”. 6E tha Zoti: “E gjegjëtit çë thotë gjyqtari i paligjë? 7E Perëndia nëng i bën drejtësi të zgjedhurvet të tij, çë thërresin tek ai ditë e natë, e do të mënonjë t’i ndihënjë? 8Ju thom juve se i bën atyre drejtësi njize. Po i Biri i njeriut, kur të vinjë, do të gjënjë besën mbi dhenë?”.
Disse il Signore questa parabola: 2″In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 4Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi””. 6E il Signore soggiunse: “Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.