Category Archives: In evidenza

Chirotonia Presbiterale del Diacono Luigi Francesco GODINO

            di Ernesto TROTTA
 
Sabato 30 aprile 2011, a conclusione della settimana luminosa del Rinnovamento, la Parrocchia di S. Atanasio il Grande in Santa Sofia d’Epiro, ha avuto la grazia di vivere un momento d’intensa gioia e commozione: l’ordinazione sacerdotale del Diacono Luigi Francesco Godino.
Nella splendida cornice della chiesa dedicata al grande Patriarca di Alessandria, che proprio in quei giorni i Sofioti celebrano con fede proclamandolo Colonna portante della Chiesa Cattolica, una grande moltitudine di fedeli si è radunata per accompagnare nella preghiera il neo ‘ sacerdote, riecheggiando le parole del Salmo che cantiamo con gioia nel Penticostario: ‘Questo è il giorno fatto dal Signore, esultiamo e rallegriamoci in esso’.
Come la Pasqua è chiamata giustamente ‘Festa delle Feste’, così la data del 30 aprile rappresenta la conferma di un anno straordinario, che ci vedrà gioire di nuovo in occasione dell’ordinazione sacerdotale del Diacono Nicola Miracco Berlingieri, il prossimo 18 giugno.
A presiedere la solenne Divina Liturgia pontificale era l’Arcivescovo Metropolita di Cosenza ‘ Bisignano e Amministratore Apostolico dell’Eparchia di Lungro, Mons. Salvatore Nunnari, attorniato dai confratelli nell’Episcopato Mons. Cyril Vasil SJ, Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, Mons. Jan Babjak SJ, Arcivescovo di Presov in Slovacchia, Mons. Ercole Lupinacci, Vescovo Emerito di Lungro e pastore per lunghi anni della nostra chiesa eparchiale. A rappresentare il venerando cenobio di S. Maria in Grottaferrata c’era l’Archimandrita Esarca, Padre Emiliano Fabbricatore.
Hanno concelebrato inoltre l’Archimandrita Delegato Ad Omnia per l’Eparchia di Lungro, P. Donato Oliverio, il Parroco di S. Atanasio il Grande, P. Vincenzo Carlomagno e il suo coadiutore P. Viorel Adrian Hancu, il Rettore del Seminario Eparchiale di Cosenza P. Pietro Lanza e il vice ‘ Rettore P. Raffaele De Angelis, numerosi sacerdoti provenienti dalla nostra Eparchia e da altre diocesi, i Diaconi P. Arcangelo Capparelli, P. Luigi Fioriti e P. Nicola Miracco Berlingieri, i Chierici e i Seminaristi.
A compiere il rito della chirotonia sul novello sacerdote è stato l’Arcivescovo Cyril, già Rettore del Pontificio Istituto Orientale di Roma, dove P. Francesco ha condotto e perfezionato i suoi studi negli ultimi anni.
Era presente inoltre anche una nutrita delegazione della parrocchia di Santa Maria di Costantinopoli in Macchia Albanese, guidata dal parroco P.   Gennaro Ferrari.
In questa piccola comunità P. Francesco ha servito da Diacono e continuerà a prestare il suo servizio pastorale come presbitero.
Alla fine della Divina Liturgia, il neo ‘ ordinato ha ringraziato tutti i presenti per la preghiera e la partecipazione e ha rivolto un pensiero commosso e riconoscente al padre Ferruccio, scomparso nel 2005, e all’Archimandrita Giovanni Capparelli, esempio di autentico uomo di Dio e modello di vita per coloro che vogliono intraprendere la sequela Christi.
Inoltre ha ricordato con affetto la Signora Anna Maria Pizzi, che con dedizione e umiltà ha dedicato la sua vita alla liturgia e ha insegnato a tanti giovani l’amore per le nostre preziose tradizioni liturgiche.
A Padre Francesco, alla sua famiglia e alla sua amata sposa Aurora facciamo i più fervidi auguri per il suo ministero sacerdotale e gli assicuriamo le nostre preghiere.
 
Christòs Anèsti.
 

Domenica delle Palme

di Papàs Vittorio Scirchio
 
    Uno stichiron prosomion della V Domenica dei digiuni scrive: «Cantiamo, o fedeli … l’inno vigilare delle Palme a Cristo che viene nella gloria a Gerusalemme … per uccidere la morte». L’inno vigilare di cui parla lo stichiron è preso dal Salmo 118: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore ‘ Benedetto il figlio di Davide». Era il grido dei guerrieri per il Re che tornava vittorioso dalle sue imprese militari. Questo grido ci mostra l’idea di messianismo che ha il popolo ebreo. Gesù invece applica alla sua entrata in Gerusalemme un testo tratto da Zc 9,9, che gli Ebrei non avevano mai ritenuto un testo messianico: «Guarda il tuo re che viene, giusto, vittorioso, umile, cavalcando un asino».
     Gesù ha sempre rimproverato ai Giudei di interpretare a modo loro la Scrittura e di adattarla, mutilarla o imbavagliarla a loro piacimento. Invece il Signore utilizza proprio quei testi scartati dalla teologia ufficiale per invalidare l’idea di un messianismo considerato erroneo.
     La gente accorsa numerosa a Gerusalemme per le imminenti feste pasquali secondo l’evangelista Matteo si chiede: «Chi è Costui?». A questa domanda risponde l’ode IX del Mattutino delle Palme: «Egli è Dio: nessuno è pari a Lui. Egli ha scrutato ogni via giusta e l’ha data a Israele, suo diletto; dopo di ciò ha vissuto con gli uomini e si è fatto vedere». Inoltre nella nona antifone dell’Ufficio dei 12 Vangeli si canta: «Non ingannatevi, Giudei; è Lui che vi ha salvati nel mare e vi ha nutriti nel deserto, è Lui la vita, la luce e la pace del mondo».
 

Il Sabato di Lazzaro

     Giunti al termine della Grande Quaresima dei digiuni la Chiesa ci propone la contemplazione del mistero della risurrezione di Lazzaro. Questa ricorrenza, insieme all’ingresso a Gerusalemme, commemorato domani, presenta un carattere gioioso che si discosta dal precedente cammino quaresimale e dai successivi avvenimenti della Passione.
Il racconto del Vangelo di Giovanni colloca la risurrezione di Lazzaro pochi giorni prima della Passione del Signore. Gesù venne invitato ad andare a Betània perché il suo amico Lazzaro era gravemente ammalato, ma Egli invece di affrettarsi, ritardò la partenza, tanto da arrivare a Betània quattro giorni dopo la morte di Lazzaro. Il senso di questo suo attardarsi è ben esposto nella pericope evangelica che viene letta nella Liturgia: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato». Infatti il Signore trasformerà l’evento naturale della morte di Lazzaro in una epifania della sua misericordiosa potenza.
     Al suo arrivo a Betània Gesù trovò le sorelle di Lazzaro, Marta e Maria in lutto per la morte del fratello. San Giovanni nel raccontare questo avvenimento mette in evidenza il diverso atteggiamento delle due donne davanti al Signore e, benché entrambe lo rimproverino del suo ritardo, di Marta ne evidenzia la fiducia: «[‘]Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà», mentre di Maria il dolore, che provocherà la commozione dello stesso Gesù.
     Gesù chiese dov’era il luogo della sepoltura e recandosi sul posto ordinò che venisse tolta la pietra che chiudeva il sepolcro. Questa sua richiesta generò stupore e incomprensione, tant’è che Marta per evidenziarne l’assurdità sottolineò che Lazzaro era lì da quattro giorni ed ormai puzzava. Ma l’insistenza  di Gesù convinse i presenti ad agire secondo la sua parola. Alzando gli occhi al cielo Gesù pregò e ringraziò il Padre per quello che stava per avvenire e con voce decisa invitò Lazzaro ad uscire dal sepolcro. L’insolita scena che apparve ai molti che erano accorsi in quei giorni ad assistere le sorelle in lutto, divenne ancora più incomprensibile quando videro Lazzaro uscire dal sepolcro con tutte le sue bende funebri. La meraviglia, lo stupore e la gioia furono tali che di lì a breve quella esperienza sovrannaturale sarebbe stata conosciuta in tutta la Giudea.
     Come sottolineano i testi liturgici che in tutta la settimana di Quaresima appena trascorsa ci preparano a questo avvenimento, il miracolo di Betània rivela le due nature di Cristo, il Dio-Uomo. Cristo piange per Lazzaro e in questo mostra tutta la pienezza della sua umanità, che implica il dolore autentico per la morte di un caro amico; ma poi manifesta anche la sua natura divina, poiché risuscita Lazzaro dai morti, anche se il suo corpo ha già iniziato a decomporsi e puzza. Questa doppia pienezza della divinità del Signore e della sua umanità è da tenere in considerazione nella Grande e Santa Settimana, soprattutto il Venerdì, quando sulla Croce si manifesterà una vera agonia umana, sia fisica che mentale: la sofferenza umana di Dio.
 
 
 

Alla conclusione della Quaresima…

Dell’Archimandrita Donato Oliverio
 
‘Alla conclusione della Quaresima’ chiediamo di poter vedere la santa settimana della tua passione, per glorificare le tue grandi opere e l’ineffabile piano della nostra salvezza’.
            Con queste parole, cantate al vespro del venerdì delle Palme, termina la quaresima e noi entriamo nella commemorazione annuale delle sofferenze di Cristo, della sua morte e della sua risurrezione. Comincia il sabato di Lazzaro. La doppia festa della risurrezione di Lazzaro e dell’entrata del Signore a Gerusalemme è chiamata nei testi liturgici ‘preludio della croce’ ed è dunque nel contesto della grande e santa settimana che si manifesta meglio il suo significato. Il tropario comune a questi due giorni ci dice: ‘Per confermare la fede nella comune risurrezione, prima della tua passione, hai risuscitato Lazzaro dai morti’.
            La gioia che risuona nell’ufficiatura sottolinea il tema principale: la vittoria ormai vicina di Cristo sull’ade e che ci fa entrare nel mistero liturgico della Pasqua.
Lazzaro, l’amico di Gesù, personifica ciascuno di noi e tutta l’umanità. Ogni uomo è stato creato amico di Dio, ed è chiamato a questa amicizia divina che consiste nella conoscenza di Dio, nella comunione con lui, nel condividere la sua stessa vita: In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini’ (Gv 1,4).
Ecco perché il sabato di Lazzaro inaugura allo stesso tempo la Croce come supremo sacrificio dell’Amore e la Risurrezione come suo ultimo trionfo, ed è proprio la potenza dell’Amore che restituisce la vita.

Domenica V di Quaresima: Santa Maria Egiziaca

di Papàs Vittorio Scirchio
 
Giunti quasi al termine della Quaresima, la Chiesa propone alla nostra considerazione la figura ascetica di Santa Maria Egiziaca. L’intento è quello di mostrare ai fedeli ed al Cristiano di ogni epoca la potenza della conversione in genere e, nello specifico, la trasformazione radicale dell’individuo che incontra Cristo: Maria, da prostituta della corrotta Alessandria d’Egitto, ad esempio di ascesi, degna di essere paragonata negli sticheri del Vespro a Giovanni Battista.
Nata nel 345 circa in Egitto, visse da prostituta per 17 anni. Travagliata interiormente per il tipo di vita che conduceva, un giorno si imbarcò con dei pellegrini per la Terra Santa. Nella città Santa di Gerusalemme, il giorno della festa della Croce cercava di entrare anche lei nella Basilica, ma una forza la respingeva e solo l’intercessione della Madre di Dio le permise di entrare e di venerare il Sacro Legno. Questo episodio segnò la conversione di Maria. Uno degli sticheri del Vespro scrive: «Volto lo sguardo a un’icona della Madre di Dio, riconosciute tutte le precedenti colpe, con fiducia ti sei prostrata al legno prezioso».
Dopo la conversione Maria si ritirò nel deserto per irrorarlo con le sue lacrime di pentimento e di penitenza: «essendosi stabilita nel deserto lungo il Giordano, scelse la stessa dimora del Battista». Nel deserto iniziò la sua lotta ascetica, combattendo la sua buona battaglia e trasformandosi quasi in pura preghiera «sollevandosi da terra, durante i suoi colloqui con Dio» (Sticheri del Vespro). Fu lo ieromonaco Zosima a raccontare la vicenda della sua vita, avendola incontrata nel suo luogo di penitenza. Maria chiese a Zosima che la visitasse periodicamente per portarle la comunione e nell’anno 421 lo ieromonaco, essendo andato per portarle la comunione, la trovò morta. La Santa è veneratissima in oriente, ma anche in occidente.
La Chiesa Bizantina, volendo sostenere i fedeli a perseverare nell’agone delle virtù, presenta la figura di Maria Egiziaca, affinché essi possano continuare e terminare in pace la Quaresima, contemplare la vivificante passione del Signore e, il giorno della Resurrezione, risorgere attraverso il dono del Santissimo Spirito sgorgato dal Suo costato trafitto. La figura di Maria Egiziaca è immagine della guarigione del cuore dal buio in cui si trova, grazie all’incontro con Gesù. Benedetto XVI nel suo messaggio per la Quaresima 2011 scrive: «Cristo vuole aprire il nostro sguardo interiore, perché la nostra fede diventi sempre più profonda e possiamo riconoscere in Lui l’unico nostro Salvatore».
La pericope evangelica che si legge in questa domenica è tratta dal vangelo di Marco (Mc 10, 32-45). Secondo me è uno dei testi più belli di questo vangelo perché contiene l’essenzialità del messaggio di Gesù. Gesù termina il suo ‘cammino’ e si apre quello di «Gerusalemme». Sono gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù e nella pericope si parla di una predizione dettagliata e articolata della sua imminente passione. Scrive J. Mateos nel suo commento al suddetto passo: «Gesù smentisce l’attesa dei Dodici (o nuovo Israele), i quali sperano che Gesù prenda il potere politico nella capitale. Per questo espone loro l’ostilità mortale del sistema religioso giudaico contro di lui, e il risultato, che non sarà il suo trionfo personale, ma la vittoria del sistema, anche se solo apparente, poiché la morte non interromperà la sua vita».
Agli ‘Erode’, ‘ai grandi’, ‘ai capi delle nazioni’ che esercitano il dominio dell’uomo sull’uomo, Gesù oppone un modello di servizio e di dedizione che crea l’uguaglianza.
 
 

Sabato dell’Inno Akatistos (9 aprile 2011)

     Nell’anno 626, Persiani, Avari e Slavi assediarono la città imperiale di Costantinopoli, mentre l’imperatore Eraclio e il corpo principale dell’esercito bizantino erano in Oriente. Le navi nemiche avevano occupato il Corno d’Oro e sulla terra gli avversari erano pronti per l’attacco con fanti, cavalli e macchine da guerra. Anche se i cittadini cercavano coraggiosamente di resistere, erano pochi e incapaci di respingere l’attacco di un tale grande esercito. Non restava altro che sperare nella protezione della Theotòkos, la Madre di Dio.
     All’improvviso una tempesta violenta si abbatté sulle navi nemiche facendole affondare e le truppe di terra degli invasori furono scacciate dal quartiere di Blacherne dove si trovava la famosa Chiesa della Theotòkos. Prendendo coraggio da questo evento miracoloso la gente uscì dalla città e respinse le forze rimanenti, che fuggirono per la paura. Nel 673, la città fu miracolosamente liberata ancora una volta da una invasione degli Arabi. Poi, nel 717-718, guidati dal generale saraceno Maslamah, la flotta araba assediò nuovamente la città. La superiorità numerica del nemico fu così travolgente che la caduta della città imperiale sembrava imminente. Ma la Madre di Dio, insieme a una moltitudine di schiere angeliche, apparve all’improvviso sopra le mura della città. Le forze nemiche fuggirono gettate nel panico da quell’apparizione. Poco dopo la flotta araba fu completamente distrutta da una terribile tempesta nel mar Egeo, alla vigilia dell’Annunciazione, il 24 marzo 718.
     Da allora venne istituita una speciale ‘festa della vittoria e del ringraziamento’ per celebrare e commemorare queste liberazioni ad opera della Madre di Dio e l’Inno Akatistos, per la sua magnificenza, ne detiene il posto d’onore. Sembra che anche prima degli assalti nemici narrati, l’Akatistos fosse già in uso come servizio previsto per la festa dell’Annunciazione, insieme con il kontakion, ‘Quando l’angelo seppe l’arcana missione…‘, che ha come tema l’Annunciazione. Ed è stato solo in occasione del grande miracolo del 718 che l’inno ‘A te che, qual condottiera’‘ è stato composto, molto probabilmente da San Germano, Patriarca di Costantinopoli.
     Gli storici hanno attribuito l’Inno Akatistos a diversi autori: a Sergio, patriarca di Costantinopoli (638), a san Giorgio il Confessore, vescovo di Pisidia (818), o anche a san Fozio il Grande (891), tutti vissuti durante o dopo gli assedi narrati. Tuttavia, sembra più probabile dal suo linguaggio, dai contenuti e dallo stile che il vero compositore dell’inno Akatistos sia san Romano il Melode (VI sec.).
 
 
 

Domenica III di Quaresima: Adorazione della preziosa e vivificante Croce

     Nella tradizione bizantina la terza domenica dei digiuni della Grande Quaresima è dedicata alla venerazione della Croce del Signore. Questa non è l’unica data dell’anno liturgico in cui la Croce viene commemorata poiché, come nella chiesa romana, è il 14 Settembre il giorno in cui si celebra la sua universale esaltazione. Nel nostro calendario sono presenti anche altre due date: il sette maggio, a ricordare l’apparizione della croce sopra la città di Gerusalemme avvenuta nel 351, e il primo di agosto, quando la reliquia della santa Croce veniva portata in processione lungo le strade di Costantinopoli per proteggere la popolazione dalle malattie; inoltre non manca di essere venerata il mercoledì ed il venerdì di ogni settimana.
     A metà del cammino quaresimale siamo invitati ad alzare gli occhi verso la Croce: quella Croce che da strumento di infamia e di morte è divenuta simbolo della fede dei Cristiani; quella Croce che il Signore da rude legno ha trasformato in chiave che apre le porte del Paradiso, in leva che scardina le porte dell’inferno, in sostegno per alzare il caduto Adamo; quella Croce, che come un albero è stata piantata in questa terra affinché sotto la sua ombra si trovi ristoro dalle sofferenze; quella Croce che ci ricorda la Passione del Signore, e presentando a noi il suo esempio, ci incoraggia a seguirlo nella lotta e nel sacrificio; quella Croce che ci ricorda che tutta la Quaresima è un periodo in cui ci siamo crocifissi con Cristo, e che la via della Vita passa per la sofferenza, che il Signore stesso su di essa ha conosciuto, per l’infamia, che su di essa il Signore ha sperimentato, per la nudità, che su di essa il Signore non ha potuto nascondere.
Sì, quella Croce che portò il Signore, che oggi veneriamo e glorifichiamo insieme alla sua santa risurrezione
Τὸν Σταυρόν σου προσκυνοῦμεν Δέσποτα, καὶ τὴν ἁγίαν σου Ἀνάστασιν δοξάζομεν
Ton stavròn su proskinùmen Déspota, kiè tin aghìan su Anàstasin doxàzomen
Adoriamo la tua Croce o Sovrano e glorifichiamo la tua santa risurrezione
 
 
 
 

Viviamo la Quaresima

Dell’Archimandrita Donato Oliverio
Ogni anno la Quaresima si offre a noi quale occasione per approfondire la propria fede e riconsiderare la propria vita, fino a cambiarla. Ed è proprio attraverso le forme e lo spirito della sua liturgia quaresimale che la Chiesa ci guida ad un incontro particolarmente intenso con il Signore. Il silenzio diventa occasione e strumento per dare priorità alla Parola di Dio, per conferirle una centralità rispetto all’intera giornata in modo che sia veramente ascoltata, accolta, meditata, custodita e, quindi, realizzata con intelligenza. Vano si rivela l’ascolto della Parola se non è accompagnato da quel silenzio che fa tacere le altre voci e sa subordinarle alla Parola se non è accompagnato da quel silenzio che fa tacere le altre voci e sa subordinarle alla Parola. Il silenzio, inoltre, è necessario per far nascere una parola umana autorevole, comunicativa, penetrante, ricca di sapienza e di capacità di comunione: quante volte, invece, ci pare di ascoltare parole ‘vane’ perché non originate dal silenzio, parole vuote di senso che altro non sono che rumore, affiorare vociante dei peggiori sentimenti che ci abitano. ‘La bocca ‘ ci dice il Vangelo ‘ parla dalla pienezza del cuore’ e solo il silenzio interiore può far tacere pensieri, immagini, giudizi, mormorazioni, malvagità che nascono nel cuore umano.Così, secondo san Basilio, solo ‘l’uomo capace di silenzio è fonte di grazia per chi ascolta e sa donare agli altri parole di pace e di consolazione’.
‘La Quaresima, scrive il Santo Padre Benedetto XVI nel messaggio 2011, è per la Chiesa un tempo liturgico assai prezioso e importante, in vista del quale sono lieto di rivolgere una parola specifica perché sia vissuto con il dovuto impegno. Attraverso le pratiche tradizionali del digiuno, dell’elemosina e della preghiera, espressioni dell’impegno di conversione, la Quaresima educa a vivere in modo sempre più radicale l’amore di Cristo. Il digiuno, che può avere diverse motivazioni, acquista per il cristiano un significato profondamente religioso: rendendo più povera la nostra mensa impariamo a superare l’egoismo per vivere nella logica del dono e dell’amore; sopportando la privazione di qualche cosa – e non solo di superfluo – impariamo a distogliere lo sguardo dal nostro ‘io’, per scoprire Qualcuno accanto a noi e riconoscere Dio nei volti di tanti nostri fratelli. Nel nostro cammino ci troviamo di fronte anche alla tentazione dell’avere, dell’avidità di denaro, che insidia il primato di Dio nella nostra vita. Per questo la Chiesa, specialmente nel tempo quaresimale, richiama alla pratica dell’elemosina, alla capacità, cioè, di condivisione. La pratica dell’elemosina è un richiamo al primato di Dio e all’attenzione verso l’altro, per riscoprire il nostro Padre buono e ricevere la sua misericordia. In tutto il periodo quaresimale, la Chiesa ci offre con particolare abbondanza la Parola di Dio. Meditandola ed interiorizzandola per viverla quotidianamente, impariamo una forma preziosa e insostituibile di preghiera, perché l’ascolto attento di Dio, che continua a parlare al nostro cuore, alimenta il cammino di fede che abbiamo iniziato nel giorno del Battesimo’.

13 marzo: I Domenica di Quaresima, dell’Ortodossia

In questa prima domenica della Grande Quaresima dei digiuni nelle Chiese di tradizione bizantina si commemora il ristabilimento del culto delle iconi. In oriente, per più di cento anni, a partire dal regno di Leone Isaurico (717-741) e fino al regno di Teofilo (829-842), la Chiesa fu sconvolta dalla persecuzione degli iconoduli, i difensori del culto delle immagini, da parte degli iconoclasti, che volevano distruggere le immagini sacre.

L’origine della diatriba e del pensiero iconoclasta è da ricondurre al divieto di produrre immagini di Dio, come espresso nelle scritture dell’Antico Testamento (vedi: Esodo 20,4-5 e Deuteronomio 4,15-19), al disgusto provato da molti a causa dalla degenerata venerazione delle immagini, che in molti casi erano considerate veri e propri idoli e al rapporto con il nascente e dilagante Islam.

Dopo alterne e dolorose vicende, dove sostenitori e avversatori del culto delle immagini ebbero in mano il potere politico, nel 787 si giunse alle definizioni del Concilio II di Nicea, dove fu stabilito il principio che, con l’incarnazione del Verbo di Dio, Dio è diventato visibile, sperimentabile e quindi raffigurabile: con l’incarnazione del Verbo il divieto di non fare immagini di Dio è stato superato.

Ma una completa e definitiva soluzione della questione iconoclasta si ebbe con la morte dell’imperatore iconoclasta Teofilo, quando la sua vedova Teodora, dopo aver deposto il patriarca Giovanni Grammatico, convocò, assieme al figlio Michele e al nuovo patriarca Metodio,  per l’11 marzo 843 un sinodo a Costantinopoli, dove si ristabilì definitivamente il culto delle immagini sacre. La regina, dopo aver venerato l’Icona della Madre di Dio, davanti all’assise sinodale enunciò queste parole: “Se qualcuno non offre rispetto al culto delle sacre Iconi, non adorando loro come se fossero degli dei, ma venerandole con amore come immagini dell’archetipo, sia anatema“. In seguito, la prima domenica dei digiuni, lei e il figlio Michele fecero una processione con tutto il clero e la corte imperiale portando tra le mani le restaurate iconi, che di nuovo furono poste nelle chiese per essere venerate.

Da allora le Chiese di tradizione bizantina nella prima domenica di Quaresima portano in processione le iconi e proclamano il Synodicon, ossia una rielaborazione degli atti del secondo Concilio di Nicea. Questa domenica è detta dell’Ortodossia per il trionfo della vera dottrina sull’eresia iconoclasta che, distruggendo le immagini, negava l’incarnazione del Verbo di Dio.

www.calendariobizantino.it