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Libano, al via il Santo Sinodo annuale della Chiesa maronita

Papa Francesco e il Patriarca maronita Bechara Boutros Rai


 

fonte: vaticannews (di Lisa Zengarini)

Proseguono dal 26 ottobre presso la sede patriarcale di Bkerké, in Libano, i lavori del Santo Sinodo annuale della Chiesa maronita, presieduti dal Patriarca cardinale Béchara Raï. All’ordine del giorno – riporta il quotidiano libanese l’Orient-le-jour – l’elezione di tre nuovi vescovi, oltre a questioni pastorali e altre riguardanti l’attuale congiuntura politica del Paese. La sessione è stata preceduta da un ritiro spirituale di sei giorni.

Tematiche sociali, religiose e politiche

Le sedi episcopali da coprire sono quelle di Kornet Chehwan, dopo la morte dell’arcivescovo Camille Zeidan, e quelle di Tripoli e Tiro. Le nomine saranno annunciate nella dichiarazione finale al termine della riunione, sabato 31 ottobre.

Durante i lavori il Sinodo esaminerà poi questioni di natura liturgica e quella centrale della formazione dei seminaristi. A questo si aggiungeranno alcuni aspetti relativi alla pastorale sociale nella Chiesa maronita. A tale proposito, il patriarca Raï si è impegnato perché sia adottato un piano globale complementare a quello già operativo nelle istituzioni maronite impegnate in questo settore, con un particolare riferimento a Caritas Libano.

Serve un esecutivo indipendente

Infine, l’assemblea farà il punto sulla situazione del Paese dopo l’incarico, la settimana scorsa, a Saad Hariri per la formazione del nuovo Governo, sulla cui urgenza concordano tutte le parti, considerata la situazione critica in cui versa il Paese. Una necessità sottolineata con forza anche dal cardinale Raï nella prolusione ai lavori: “Il Libano ha bisogno di un esecutivo indipendente, che abbia fra i propri compiti quello di ricostruire l’autorità per mezzo di un processo costituzionale, democratico e pacifico”, ha affermato il patriarca , aggiungendo che il nuovo esecutivo dovrà “essere diverso da tutti quelli che lo hanno preceduto, per combattere la pandemia di Coronavirus (…) e far fronte alla crisi finanziaria e bancaria, (…) alla dilapidazione dei fondi pubblici, all’aumento della corruzione e garantire l’indipendenza della magistratura”.

Lettera di Papa Francesco sull’Europa, al Segretario di Stato

fonte: vatican.va

Si pubblica di seguito la lettera che il Santo Padre ha indirizzato all’Em.mo Segretario di Stato in occasione del 40° anniversario della Commissione degli Episcopati dell’Unione Europea (COMECE), del 50° anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e l’Unione Europea e del 50° anniversario della presenza della Santa Sede come Osservatore Permanente al Consiglio d’Europa.

In concomitanza con tali ricorrenze, era in programma, nei giorni 28-30 ottobre, una visita del Card. Parolin a Bruxelles, che è stata cancellata a causa dell’aggravarsi dell’emergenza sanitaria. Si prevede che gli incontri con le Autorità dell’Unione Europea e con i membri della COMECE possano svolgersi in video-collegamento.


Eminenza Reverendissima,

nell’anno corrente, la Santa Sede e la Chiesa in Europa celebrano alcune significative ricorrenze. Cinquant’anni fa si è, infatti, concretizzata la collaborazione fra la Santa Sede e le Istituzioni europee sorte dopo la seconda guerra mondiale, con l’allacciamento delle relazioni diplomatiche con le allora Comunità Europee e con la presenza della Santa Sede come Osservatore presso il Consiglio d’Europa. Nel 1980 ha poi preso vita la Commissione degli Episcopati delle Comunità Europee (COMECE), alla quale partecipano con un proprio delegato tutte le Conferenze Episcopali degli Stati Membri dell’Unione Europea, con lo scopo di favorire «una più stretta collaborazione fra detti Episcopati, in ordine alle questioni pastorali connesse con lo sviluppo delle competenze e delle attività dell’Unione»[1]. Quest’anno si è celebrato pure il 70° anniversario della Dichiarazione Schuman, un evento di capitale importanza che ha ispirato il lungo cammino di integrazione del continente, consentendo di superare le ostilità prodotte dai due conflitti mondiali.

Alla luce di questi eventi, Ella ha in programma prossimamente significative visite alle Autorità dell’Unione Europea, all’Assemblea Plenaria della COMECE e alle Autorità del Consiglio d’Europa, in vista delle quali ritengo doveroso condividere con Lei alcune riflessioni sul futuro di questo continente, che mi è particolarmente caro, non solo per le origini familiari, ma anche per il ruolo centrale che esso ha avuto e ritengo debba avere ancora, seppure con accenti diversi, nella storia dell’umanità.

Tale ruolo diventa ancor più rilevante nel contesto di pandemia che stiamo attraversando. Il progetto europeo sorge, infatti, come volontà di porre fine alle divisioni del passato. Nasce dalla consapevolezza che insieme ed uniti si è più forti, che «l’unità è superiore al conflitto»[2] e che la solidarietà può essere «uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita»[3]. Nel nostro tempo che «sta dando segno di ritorno indietro»[4], in cui sempre più prevale l’idea di fare da sé, la pandemia costituisce come uno spartiacque che costringe ad operare una scelta: o si procede sulla via intrapresa nell’ultimo decennio, animata dalla tentazione all’autonomia, andando incontro a crescenti incomprensioni, contrapposizioni e conflitti; oppure si riscopre quella “strada della fraternità”, che ha indubbiamente ispirato e animato i Padri fondatori dell’Europa moderna, a partire proprio da Robert Schuman.

Nelle cronache europee degli ultimi mesi, la pandemia ha posto in evidenza tutto questo: la tentazione di fare da sé, cercando soluzioni unilaterali ad un problema che travalica i confini degli Stati, ma anche, grazie al grande spirito di mediazione che caratterizza le Istituzioni europee, il desiderio di percorrere con convinzione la “strada della fraternità” che è pure “strada della solidarietà”, mettendo in campo creatività e nuove iniziative.

Tuttavia, i passi intrapresi hanno bisogno di consolidarsi, per evitare che le spinte centrifughe riprendano forza. Risuonano allora oggi più che mai attuali le parole che san Giovanni Paolo II ha pronunciato nell’Atto europeistico di Santiago di Compostela: Europa «ritrova te stessa, sii te stessa»[5]. In un tempo di cambiamenti repentini c’è il rischio di perdere la propria identità, specialmente quando vengono a mancare valori condivisi sui quali fondare la società.

All’Europa allora vorrei dire: tu, che sei stata nei secoli fucina di ideali e ora sembri perdere il tuo slancio, non fermarti a guardare al tuo passato come ad un album dei ricordi. Nel tempo, anche le memorie più belle si sbiadiscono e si finisce per non ricordare più. Presto o tardi ci si accorge che i contorni del proprio volto sfumano, ci si ritrova stanchi e affaticati nel vivere il tempo presente e con poca speranza nel guardare al futuro. Senza slancio ideale ci si riscopre poi fragili e divisi e più inclini a dare sfogo al lamento e lasciarsi attrarre da chi fa del lamento e della divisione uno stile di vita personale, sociale e politico.

Europa, ritrova te stessa! Ritrova dunque i tuoi ideali che hanno radici profonde. Sii te stessa! Non avere paura della tua storia millenaria che è una finestra sul futuro più che sul passato. Non avere paura del tuo bisogno di verità che dall’antica Grecia ha abbracciato la terra, mettendo in luce gli interrogativi più profondi di ogni essere umano; del tuo bisogno di giustizia che si è sviluppato dal diritto romano ed è divenuto nel tempo rispetto per ogni essere umano e per i suoi diritti; del tuo bisogno di eternità, arricchito dall’incontro con la tradizione giudeo-cristiana, che si rispecchia nel tuo patrimonio di fede, di arte e di cultura.

Oggi, mentre in Europa tanti si interrogano con sfiducia sul suo futuro, molti la guardano con speranza, convinti che essa abbia ancora qualcosa da offrire al mondo e all’umanità. È la stessa fiducia che ispirò Robert Schuman, consapevole che «il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche»[6]. È la stessa fiducia che possiamo avere noi, a partire da valori condivisi e radicati nella storia e nella cultura di questa terra.

Quale Europa sogniamo dunque per il futuro? In che cosa consiste il suo contributo originale? Nel mondo attuale, non si tratta di recuperare un’egemonia politica o una “centralità geografica”, né si tratta di elaborare innovative soluzioni ai problemi economici e sociali. L’originalità europea sta anzitutto nella sua concezione dell’uomo e della realtà; nella sua capacità di intraprendenza e nella sua solidarietà operosa.

Sogno allora un’Europa amica della persona e delle persone. Una terra in cui la dignità di ognuno sia rispettata, in cui la persona sia un valore in sé e non l’oggetto di un calcolo economico o un bene di commercio. Una terra che tutela la vita in ogni suo istante, da quando sorge invisibile nel grembo materno fino alla sua fine naturale, perché nessun essere umano è padrone della vita, propria o altrui. Una terra che favorisca il lavoro come mezzo privilegiato per la crescita personale e per l’edificazione del bene comune, creando opportunità di occupazione specialmente per i più giovani. Essere amici della persona significa favorirne l’istruzione e lo sviluppo culturale. Significa proteggere chi è più fragile e debole, specialmente gli anziani, i malati che necessitano cure costose e i disabili. Essere amici della persona significa tutelarne i diritti, ma anche rammentarne i doveri. Significa ricordare che ognuno è chiamato a donare il proprio contributo alla società, poiché nessuno è un universo a sé stante e non si può esigere rispetto per sé, senza rispetto per gli altri; non si può ricevere se nel contempo non si è disposti anche a dare.

Sogno un’Europa che sia una famiglia e una comunità. Un luogo che sappia valorizzare le peculiarità di ogni persona o popolo, senza dimenticare che essi sono uniti da comuni responsabilità. Essere famiglia significa vivere in unità, facendo tesoro delle differenze, a partire da quella fondamentale tra uomo e donna. In questo senso l’Europa è una vera e propria famiglia di popoli, diversi tra loro eppure legati da una storia e da un destino comune. Gli anni recenti e ancor più la pandemia hanno dimostrato che nessuno può farcela da solo e un certo modo individualistico di intendere la vita e la società porta solo a sconforto e solitudine. Ogni essere umano ambisce ad essere parte di una comunità, ovvero di una realtà più grande che lo trascende e che dona senso alla sua individualità. Un’Europa divisa, composta di realtà solitarie ed indipendenti, si troverà facilmente incapace di affrontare le sfide del futuro. Un’ “Europa comunità”, solidale e fraterna, saprà invece fare tesoro delle differenze e del contributo di ciascuno per fronteggiare insieme le questioni che l’attendono, a partire dalla pandemia, ma anche dalla sfida ecologica, che non riguarda soltanto la protezione delle risorse naturali e la qualità dell’ambiente che abitiamo. Si tratta di scegliere fra un modello di vita che scarta uomini e cose e uno inclusivo che valorizza il creato e le creature.

Sogno un’Europa solidale e generosa. Un luogo accogliente ed ospitale, in cui la carità – che è somma virtù cristiana – vinca ogni forma di indifferenza ed egoismo. La solidarietà è un’espressione fondamentale di ogni comunità ed esige che ci si prenda cura l’uno dell’altro. Certamente occorre una “solidarietà intelligente” che non si limiti solo ad assistere all’occorrenza i bisogni fondamentali.

Essere solidali significa condurre chi è più debole in un cammino di crescita personale e sociale così che un giorno possa a sua volta aiutare gli altri. È come un buon medico che non si limita a somministrare una medicina, ma accompagna il paziente fino alla piena guarigione.

Essere solidali implica farsi prossimi. Per l’Europa significa particolarmente rendersi disponibile, vicina e volenterosa nel sostenere, attraverso la cooperazione internazionale, gli altri continenti, penso specialmente all’Africa, affinché si compongano i conflitti in corso e si avvii uno sviluppo umano sostenibile.

La solidarietà si nutre poi di gratuità e genera gratitudine. E la gratitudine ci porta a guardare all’altro con amore, ma quando dimentichiamo di ringraziare per i benefici ricevuti, siamo più inclini a chiuderci in noi stessi e a vivere nella paura di tutto ciò che sta intorno a noi ed è diverso da noi.

Lo vediamo nelle tante paure che attraversano le nostre società di questi tempi, tra le quali non posso tacere la diffidenza nei confronti dei migranti. Solo un’Europa che sia “comunità solidale” può fare fronte a questa sfida in modo proficuo, mentre ogni soluzione parziale ha già dimostrato la propria inadeguatezza. È evidente, infatti, che la doverosa accoglienza dei migranti, non può limitarsi a mere operazioni di assistenza di chi arriva, spesso scappando da conflitti, carestie o disastri naturali, ma deve consentire la loro integrazione così che possano «conoscere, rispettare e anche assimilare la cultura e le tradizioni della nazione che li accoglie»[7].

Sogno un’Europa sanamente laica, in cui Dio e Cesare siano distinti ma non contrapposti. Una terra aperta alla trascendenza, in cui chi è credente sia libero di professare pubblicamente la fede e di proporre il proprio punto di vista nella società. Sono finiti i tempi dei confessionalismi, ma – si spera – anche quello di un certo laicismo che chiude le porte verso gli altri e soprattutto verso Dio[8], poiché è evidente che una cultura o un sistema politico che non rispetti l’apertura alla trascendenza, non rispetta adeguatamente la persona umana.

I cristiani hanno oggi una grande responsabilità: come il lievito nella pasta, sono chiamati a ridestare la coscienza dell’Europa, per animare processi che generino nuovi dinamismi nella società[9]. Li esorto dunque ad impegnarsi con coraggio e determinazione ad offrire il loro contributo in ogni ambito in cui vivono e operano.

Signor Cardinale,

queste brevi parole nascono dalla mia premura di Pastore e dalla certezza che l’Europa abbia ancora molto da donare al mondo. Non hanno, dunque, altra pretesa che quella di essere un contributo personale alla riflessione da più parte sollecitata sul suo avvenire. Le sarò grato se vorrà condividerne i contenuti nei colloqui che Ella avrà nei prossimi giorni con le Autorità europee e con i membri della COMECE che esorto a collaborare in spirito di comunione fraterna con tutti i Vescovi del continente, riuniti nel Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE). A ciascuno, La prego di portare il mio personale saluto e il segno della mia vicinanza ai popoli che rappresentano. I Suoi incontri saranno certamente un’occasione propizia per approfondire le relazioni della Santa Sede con l’Unione Europea e con il Consiglio d’Europa, e per confermare la Chiesa nella sua missione evangelizzatrice e nel suo servizio al bene comune.

Non manchi poi sulla nostra cara Europa la protezione dei suoi santi patroni: San Benedetto, i Santi Cirillo e Metodio, Santa Brigida, Santa Caterina e Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), uomini e donne che per amore del Signore si sono adoperati senza sosta nel servizio dei più poveri e a favore dello sviluppo umano, sociale e culturale di tutti i popoli europei.

Nell’affidarmi alle Sue preghiere e a quelle di quanti avrà modo di incontrare nel corso del Suo viaggio, voglia portare a tutti la mia Benedizione.

Dal Vaticano, 22 ottobre 2020
Memoria di San Giovanni Paolo II

Francesco


[1] Statuto della COMECE, art. 1.

[2] Lett. enc. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, n. 228.

[3] Ibid.

[4] Lett. enc. Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, n. 11.

[5] Giovanni Paolo II, Atto europeistico a Santiago de Compostela, 9 novembre 1982, n.4.

[6] Dichiarazione Schuman, Parigi, 9 maggio 1950.

[7] Discorso ai partecipanti alla Conferenza “(Re)Thinking Europe”, 28 ottobre 2017.

[8] Cfr. Intervista al settimanale cattolico belga “Tertio”, 7 dicembre 2016.

[9] Discorso ai partecipanti alla Conferenza “(Re)Thinking Europe”, cit.

Plataci - Pllatani

Parrocchia San Giovanni Battista – Famullia Shën Janjit Pagëzor

Chiesa San Giovanni Battista (Chiesa Madre)

La Chiesa di San Giovanni Battista è la matrice di Plataci ed è intitolata al santo patrono.
Il primo impianto esisteva già all’arrivo degli arbëreshë in zona ed apparteneva alla Diocesi di Cassano allo Jonio.

La struttura attuale fu edificata nel XVII secolo, ampliata rispetto alla precedente, è suddivisa all’interno in tre navate in stile barocco, separate tra loro da larghe arcate a tutto sesto che poggiano su robusti pilastri in muratura.

Verso la fine del XX e inizio del XXI la struttura è stata adattata al rito greco-bizantino e decorata con iconostasi, icone e pittura murale in stile bizantino, anche se ancora sono presenti le statue di rito latino nelle nicchie laterali.

La facciata esterna è realizzata in pietra a faccia vista, sulla quale si aprono tre porte che immettono nelle rispettive navate.

All’incrocio tra il transetto e la navata centrale si eleva una cupola che all’interno è semisferica, mentre, all’estero risulta inglobata in un tamburo ottagonale attorniato da una serie di finestre quadrilobate.

La struttura è affiancata da un campanile a base quadrata, che ospita un orologio meccanico originale, costruito e brevettato dall’artista o locale Salvatore Gramisci.

 

Chiesa Madonna di Costantinopoli (Santuario)

 

La Chiesa della Madonna di Costantinopoli è situata in località Piano di Costantinopoli, nell’aria sottostante il centro storico di Plataci.
Fu edificata su una preesistente struttura tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo da Troiano Martino in segno di devozione, con il titolo di Santa Maria di Costantinopoli.
È a navata unica, affiancata da un campanile a base quadrata. Fu abbellita e decorata con stucchi da Ser Nicola La Padula nel 1795.
All’interno custodisce un’antica statua lignea raffigurante la Vergine Maria in trono con il bambino Gesù tra le braccia, Odigitria (Colei che indica la via), come anche lo stemma del comune di Plataci.
All’inizio del XXI secolo è stata adibita alle esigenze del rito bizantino con l’iconostasi e pittura murale in stile bizantino.

 

Chiesa di San Rocco

 

La chiesetta di S. Rocco, edificata alla fine del XIX sec., sorge nella parte più alta del centro storico di Plataci, è ad unica navata.
La facciata frontale ha uno stile classico sobrio, priva di decorazioni e lavorazioni particolari, con un basamento inferiore che la innalza rispetto il sagrato di circa un metro. Si accede alla chiesetta, attraverso quattro gradini, da un unico portone che presenta un arco a tutto sesto sormontato da una finestra di forma quadrata. Ad ogni parete laterale vi è una finestrella in corrispondenza della parte più interna della chiesa.
Sulla sommità della facciata principale, in corrispondenza del tetto, vi è una bifora in cui erano collocate due campane di bronzo e di cui oggi rimane la presenza di una soltanto. Il tetto è a spioventi ed è costituito da un tavolato, sorretto da capriate lignee.
All’interno vi è l’altare principale addossato alla parete frontale, rivolto a nord-ovest, ed altri cinque altarini decorati con stucchi e sormontati da nicchie: tre addossati alla parete laterale di destra e due alla parete laterale di sinistra.
Il sacro edificio, come tutte le primordiali chiese parrocchiali delle comunità italo-albanesi di rito bizantino, non è stato costruito secondo i canoni architettonici delle chiese bizantine, infatti esso fu edificato con un’impostazione architettonica latina, poiché la Parrocchia della comunità platacese apparteneva alla Diocesi di Cassano.
Il 2017 la Chiesa è stata restaurata e riaperta al culto essendo adibita alle esigenze della liturgia bizantina, dotata di un’iconostasi, di icone e pitture murali secondo lo stile bizantino.

 

Cappella della Madonna del Monte (Madonnina)

La Cappella della Madonna del Monte, edificata nel 1954, viene restaurata nell’estate 2010.
La festa si svolge il 21 agosto con la processione mattutina e pomeridiana. Le donne devote portano sul capo cesti di ceri votivi ben addobbati di fiori (Ndorçat) e danzano intorno alla Madonna. Nel pomeriggio, i fedeli, dopo aver preso parte alla sacra processione per il paese, iniziano un grande pellegrinaggio pedestre lungo viali boschivi fino al monte Barone, dove si trova appunto la Cappella.

 

 

Celebrazioni settimanali:
Feriale: ore 9:30 –Divina Liturgia
ore 16:00 – 18:00 (Vespro, Paraklisis, in preparazione alle varie feste)

Festivo: ore 10:00 –Divina Liturgia

Manifestazioni religiose:
Gennaio
La Grande Santificazione delle acque alla fontana “di sopra”.
Segue la benedizione delle case.
Febbraio
Triduo in preparazione alla Commemorazione di tutti i defunti.
Marzo-Aprile
Grande e Santa Settimana.
Santa Pasqua.
Maggio-Giugno
Festa della Madonna di Costantinopoli (prima domenica dopo Pentecoste, devozione delle Ndorçat).
Festa patronale: Natività di San Giovanni Battista – 24 giugno.
Agosto
Festa di San Rocco – 20 agosto.
Festa della Madonna del Monte (Madonnina) – 21 agosto (devozione delle Ndorçat).
Settembre
Festa patronale: concepimento di San Giovanni Battista (prima domenica dopo il 23 settembre).
Novembre
Festa della Madonna di Costantinopoli (prima domenica di novembre).
Dicembre
Santo Natale (la sera del 24 dicembre Divina Liturgia con la visita dei Re Magi).

Il Vescovo Donato alla cerimonia di consegna di un Dottorato honoris causa al patriarca Bartolomeo

 

(a.t.) ROMA – Lo scorso 21 ottobre è stato conferito un Dottorato honoris causa in filosofia a Sua Santità il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, proprio all’indomani dell’incontro di preghiera promosso dalla Comunità di Sant’Egidio in piazza del Campidoglio, subito dopo un pomeriggio di preghiera in cui le varie religioni si erano incontrate in differenti luoghi di Roma per pregare, invocando l’unità e la pace.

Alla cerimonia di conferimento, alla quale sono intervenuti il cardinale Pietro Parolin (Segretario di Stato di Sua Santità), il cardinale Kurt Koch (Presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani), il cardinale Peter Turkson (Prefetto del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale), ha preso parte anche il vescovo della nostra Eparchia, S. E. Donato Oliverio, il quale si è intrattenuto a colloquio privato con Sua Santità, rinnovando quello spirito di amicizia e vicinanza che, soprattutto dopo i festeggiamenti del primo centenario dalla istituzione dell’Eparchia da parte di Benedetto XVI che hanno visto la presenza del Patriarca Bartolomeo in Eparchia, è diventato sempre più forte tra il patriarca e l’Eparchia, una realtà di matrice orientale in comunione con il successore di Pietro.

Con questa cerimonia di consegna, avvenuta in occasione della inaugurazione dell’anno accademico 2020-2021 che a causa della emergenza causata dal Covid-19 ha visto una ridotta presenza di partecipanti, il ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori e gran cancelliere dell’Antonianum, fr. Michael Anthony Perry ha consegnato il primo Dottorato in Filosofia per il nuovo indirizzo ecologico, proprio per far risaltare l’impegno ecumenico del patriarca Bartolomeo, e in particolar modo nell’ambito della salvaguardia del creato, un tema che vede ormai da anni le Chiese cristiane impegnarsi e adoperarsi per rispondere sempre più e sempre meglio a quella originaria missione che vede l’uomo impegnato come custode del giardino e delle meraviglie del Creato.

Il patriarca Bartolomeo commenta l’enciclica «Fratelli Tutti»

 

L’intervista di Andrea Tornielli su «L’Osservatore Romano», 20 ottobre 2020, pp. 1/3

 

Santità, qual è stata la sua reazione alla lettura dell’enciclica «Fratelli tutti» di Papa Francesco?

Prima ancora di conoscere l’Enciclica Fratelli Tutti del nostro fratello Papa Francesco, abbiamo avuto la certezza che si sarebbe trattato di un altro esempio del suo incrollabile interesse per l’uomo, “l’amato di Dio”, attraverso la manifestazione della solidarietà verso tutti “gli affaticati e gravati” e i bisognosi, e che avrebbe contenuto proposte concrete per affrontare le grandi sfide del momento, ispirate dalla fonte inesauribile della tradizione cristiana, e che emergono dal suo cuore pieno d’amore. Le nostre aspettative sono state pienamente soddisfatte dopo aver completato l’analisi di questa interessantissima Enciclica, la quale non costituisce semplicemente un compendio o un sommario delle precedenti Encicliche o di altri testi di Papa Francesco, ma il coronamento e la felice conclusione di tutta la dottrina sociale. Siamo completamente d’accordo con l’invito–sfida di Sua Santità ad abbandonare l’indifferenza o anche il cinismo che governa la nostra vita ecologica, politica, economica e sociale in genere, come di unità centrate su sé stesse o disinteressate, e a sognare il nostro mondo come una famiglia umana unita, nella quale siamo tutti fratelli senza eccezioni. Con questo spirito esprimiamo l’auspicio e la speranza che l’Enciclica Fratelli tutti si riveli fonte di ispirazione e di dialogo fecondo attraverso l’assunzione di iniziative determinanti e azioni trasversali su un piano inter-cristiano, interreligioso e pan-umano.

Nel primo capitolo dell’Enciclica si parla delle “ombre ” che persistono nel mondo. Quali sono quelle che la preoccupano di più? E quale speranza ricaviamo dallo sguardo sul mondo che ci deriva dal Vangelo?

Con il suo acuto senso umanistico, sociale e spirituale, Papa Francesco individua e nomina le “ombre” nel mondo moderno. Parliamo di “peccati moderni”, anche se ci piace sottolineare che il peccato originale non è avvenuto nei nostri tempi e nella nostra epoca. Non idealizziamo affatto il passato. Giustamente, tuttavia, siamo turbati dal fatto che i moderni sviluppi tecnici e scientifici hanno rafforzato l’“hybris” dell’uomo. Le conquiste della scienza non rispondono alle nostre fondamentali ricerche esistenziali, né le hanno eliminate. Constatiamo anche che la conoscenza scientifica non penetra nelle profondità dell’anima umana. L’uomo lo sa, ma si comporta come se non lo sapesse.

Il Papa parla anche del persistente divario tra i pochi che possiedono molto e tanti che possiedono poco o nulla…

Lo sviluppo economico non ha ridotto il divario tra ricchi e poveri. Piuttosto, ha stabilito la priorità del profitto, a scapito della protezione dei deboli, e contribuisce all’esacerbazione dei problemi ambientali. E la politica è diventata serva dell’economia. I diritti umani e il diritto internazionale vengono elaborati e servono scopi estranei alla giustizia, alla libertà e alla pace. Il problema dei rifugiati, il terrorismo, la violenza di Stato, l’umiliazione della dignità umana, le moderne forme di schiavitù e l’epidemia di covid-19 stanno ora mettendo la politica davanti a nuove responsabilità e cancellano la sua logica pragmatistica.

Qual è, di fronte a questa situazione, la proposta del cristianesimo?

La proposta di vita della Chiesa è la svolta verso il “una cosa sola è necessaria”, e questa è l’amore, l’apertura all’altro e la cultura della solidarietà delle persone. Davanti al moderno arrogante “uomo-dio” predi – chiamo il “Dio-Uomo”. Di fronte all’economicismo, diamo posto all’economia ecologica e alla attività economica che si basa sulla giustizia sociale. Alla politica del “diritto del più forte”, opponiamo il principio del rispetto degli inalienabili diritti dei cittadini e del diritto internazionale. Di fronte alla crisi ecologica, siamo chiamati al rispetto del creato, alla semplicità e alla consapevolezza della nostra responsabilità di consegnare alla prossima generazione un ambiente naturale integro. Il nostro sforzo per affrontare questi problemi è indispensabile, ma sappiamo che colui che opera attraverso di noi è il Dio amico degli uomini.

Perché l’icona del Buon Samaritano è attuale oggi?

Cristo collega in particolare il “primo e grande comandamento” dell’amore verso Dio con il “secondo simile al primo” comandamento dell’amore per il prossimo (Mt 22, 36–40). E aggiunge: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». E Giovanni il teologo è molto chiaro: «Chi non ama, non ha conosciuto Dio» (Gv 4, 8). La parabola del Buon Samaritano è vicina alla parabola del Giudizio (Mt 25, 31–46), è (Lc 10, 25–37) il testo biblico, che ci rivela tutta la verità del comandamento dell’amore. In questa parabola, il Sacerdote e il Levita rappresentano la religione, che è chiusa in sé stessa, si interessa solo di mantenere la “legge” inalterata, ignorando e trascurando in modo farisaico le «prescrizioni più gravi della legge» (Mt 23, 23), l’amore e il sostegno al prossimo. Il Buon Samaritano si rivela essere lo straniero filantropo vicino a colui che è stato percosso dai banditi e ferito. Alla domanda iniziale del dottore della legge «Chi è il mio prossimo?» (Lc 10, 29), Cristo risponde con una domanda: «Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?» (Lc 10, 36). Qui all’uomo non è permesso fare domande, ma gli viene chiesto e viene chiamato ad agire. È sempre necessario far emergere il prossimo, il fratello, davanti e nei confronti del lontano, dello straniero e del nemico. È da notare che nella parabola del Buon Samaritano, in accordo con la domanda del dottore della legge che mette alla prova Cristo «Che devo fare per ereditare la vita eterna» (Luca 10, 25), in risposta ad essa, il reale amore per il prossimo ha un chiaro riferimento soteriologico. Questo è anche il messaggio della pericope del Giudizio.

Su quali basi possiamo considerarci tutti fratelli e perché è importante scoprirsi tali per il bene dell’umanità?

I cristiani della Chiesa nascente si chiamavano tra loro “fratelli”. Questa fratellanza spirituale e Cristocentrica è più profonda della parentela naturale. Per i cristiani, tuttavia, fratelli non sono solo membri della Chiesa, ma tutti i popoli. La Parola di Dio ha assunto la natura umana e ha unito tutto in sé. Come tutti gli esseri umani sono creazione di Dio, così tutti sono stati inseriti nel piano della salvezza. L’amore del credente non ha confini e limiti. Infatti, abbraccia l’intero creato, è «l’ardere del cuore per tutta la creazione» (Isacco il Siro). L’amore per i fratelli è sempre incomparabile. Non si tratta di un sentimento astratto di simpatia verso l’umanità, che di solito ignora il prossimo. La dimensione della comunione personale e della fratellanza distingue l’amore e la fratellanza cristiana dall’umanesimo astratto.

Il Papa nell’Enciclica pronuncia una condanna molto forte della guerra e della pena di morte. Come commenta quel capitolo di «Fratelli tutti»?

A questo tema si è riferito il Santo e Grande Concilio della Chiesa Ortodossa (Creta, giugno 2016), tra gli altri, in questo modo: «La Chiesa di Cristo generalmente condanna la guerra, che considera il risultato del male e del peccato» (La Missione della Chiesa ortodossa nel mondo moderno, D, 1). Sulle labbra di ogni cristiano deve esserci lo slogan “Mai più guerra!”. E l’atteggiamento di una società nei confronti della pena di morte è un indicatore del suo orientamento culturale e della considerazione della dignità dell’uomo. Il degno sistema della cultura costituzionale europea, di cui uno dei pilastri fondamentali è l’idea dell’amore, come espressione delle sue credenze cristiane, impone di considerare che a ogni uomo deve essere data la possibilità di pentimento e di miglioramento, anche se è stato condannato per il peggior crimine. È pertanto conseguenza logica e morale che anche colui, che condanna la guerra, rifiuti la pena di morte.

«Nessuno si salva da solo. Pace e fraternità». Incontro Internazionale promosso dalla Comunità di Sant'Egidio nello "Spirito di Assisi"

Omelia di Papa Francesco durante la preghiera ecumenica per la pace nella basilica di Santa Maria in Aracoeli

È un dono pregare insieme. Ringrazio e saluto con affetto tutti voi, in particolare Sua Santità il Patriarca Ecumenico, il mio fratello Bartolomeo, il Reverendissimo Arcivescovo di Canterbury Justin e il caro Vescovo Heinrich, Presidente del Consiglio della Chiesa Evangelica in Germania. Purtroppo, il Reverendissimo Arcivescovo di Canterbury Justin non è potuto venire a causa della pandemia.

Il brano della Passione del Signore che abbiamo ascoltato si situa appena prima della morte di Gesù e parla della tentazione che si abbatte su di Lui, stremato sulla croce. Mentre vive il momento più alto del dolore e dell’amore, molti, senza pietà, scagliano contro di Lui un ritornello: «Salva te stesso!» (Mc 15, 30). È una tentazione cruciale, che insidia tutti, anche noi cristiani: è la tentazione di pensare solo a salvaguardare sé stessi o il proprio gruppo, di avere in testa soltanto i propri problemi e i propri interessi, mentre tutto il resto non conta. È un istinto molto umano, ma cattivo, ed è l’ultima sfida al Dio crocifisso.

Salva te stesso. Lo dicono per primi «quelli che passavano di là» (v. 29). Era gente comune, che aveva sentito Gesù parlare e operare prodigi. Ora gli dicono: «Salva te stesso, scendendo dalla croce». Non avevano compassione, ma voglia di miracoli, di vederlo scendere dalla croce. Forse anche noi a volte preferiremmo un dio spettacolare anziché compassionevole, un dio potente agli occhi del mondo, che s’impone con la forza e sbaraglia chi ci vuole male. Ma questo non è Dio, è il nostro io. Quante volte vogliamo un dio a nostra misura, anziché diventare noi a misura di Dio; un dio come noi, anziché diventare noi come Lui! Ma così all’adorazione di Dio preferiamo il culto dell’io. È un culto che cresce e si alimenta con l’indifferenza verso l’altro. A quei passanti, infatti, Gesù interessava solo per soddisfare le loro voglie. Ma, ridotto a uno scarto sulla croce, non interessava più. Era davanti ai loro occhi, ma lontano dal loro cuore. L’indifferenza li teneva distanti dal vero volto di Dio.

Salva te stesso. In seconda battuta si fanno avanti i capi dei sacerdoti e gli scribi. Erano quelli che avevano condannato Gesù perché rappresentava per loro un pericolo. Ma tutti siamo specialisti nel mettere in croce gli altri pur di salvare noi stessi. Gesù, invece, si lascia inchiodare per insegnarci a non scaricare il male sugli altri. Quei capi religiosi lo accusano proprio a motivo degli altri: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso!» (v. 31). Conoscevano Gesù, ricordavano le guarigioni e le liberazioni che aveva compiuto e fanno un collegamento malizioso: insinuano che salvare, soccorrere gli altri non porta alcun bene; Lui, che si era tanto prodigato per gli altri, sta perdendo sé stesso! L’accusa è beffarda e si riveste di termini religiosi, usando due volte il verbo salvare. Ma il “vangelo” del salva te stesso non è il Vangelo della salvezza. È il vangelo apocrifo più falso, che mette le croci addosso agli altri. Il Vangelo vero, invece, si carica delle croci degli altri.

Salva te stesso. Infine, anche quelli crocifissi con Gesù si uniscono al clima di sfida contro di Lui. Com’è facile criticare, parlare contro, vedere il male negli altri e non in sé stessi, fino a scaricare le colpe sui più deboli ed emarginati! Ma perché quei crocifissi se la prendono con Gesù? Perché non li toglie dalla croce. Gli dicono: «Salva te stesso e noi!» (Lc 23, 39). Cercano Gesù solo per risolvere i loro problemi. Ma Dio non viene tanto a liberarci dai problemi, che sempre si ripresentano, ma per salvarci dal vero problema, che è la mancanza di amore. È questa la causa profonda dei nostri mali personali, sociali, internazionali, ambientali. Pensare solo a sé è il padre di tutti i mali. Ma uno dei malfattori osserva Gesù e vede in Lui l’amore mite. E ottiene il paradiso facendo una sola cosa: spostando l’attenzione da sé a Gesù, da sé a chi gli stava a fianco (cfr. v. 42).

Cari fratelli e sorelle, sul Calvario è avvenuto il grande duello tra Dio venuto a salvarci e l’uomo che vuole salvare sé stesso; tra la fede in Dio e il culto dell’io; tra l’uomo che accusa e Dio che scusa. Ed è arrivata la vittoria di Dio, la sua misericordia è scesa sul mondo. Dalla croce è sgorgato il perdono, è rinata la fraternità: «la Croce ci rende fratelli» (Benedetto XVI, Parole al termine della Via Crucis, 21 marzo 2008). Le braccia di Gesù, aperte sulla croce, segnano la svolta, perché Dio non punta il dito contro qualcuno, ma abbraccia ciascuno. Perché solo l’amore spegne l’odio, solo l’amore vince fino in fondo l’ingiustizia. Solo l’amore fa posto all’altro. Solo l’amore è la via per la piena comunione tra di noi.

Guardiamo al Dio crocifisso, e chiediamo al Dio crocifisso la grazia di essere più uniti, più fraterni. E quando siamo tentati di seguire le logiche del mondo, ricordiamo le parole di Gesù: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8, 35). Quella che agli occhi dell’uomo è una perdita è per noi la salvezza. Impariamo dal Signore, che ci ha salvati svuotando sé stesso (cfr. Fil 2, 7), facendosi altro: da Dio uomo, da spirito carne, da re servo. Invita anche noi a “farci altri”, ad andare verso gli altri. Più saremo attaccati al Signore Gesù, più saremo aperti e “universali”, perché ci sentiremo responsabili per gli altri. E l’altro sarà la via per salvare sé stessi: ogni altro, ogni essere umano, qualunque sia la sua storia e il suo credo. A cominciare dai poveri, dai più simili a Gesù Cristo. Il grande arcivescovo di Costantinopoli San Giovanni Crisostomo scrisse che «se non ci fossero i poveri, in larga parte sarebbe demolita la nostra salvezza» (Sulla II Lettera ai Corinzi, XVII, 2). Il Signore ci aiuti a camminare insieme sulla via della fraternità, per essere testimoni credibili del Dio vero vivo.

Frascineto - Frasnitë

Parrocchia Santa Maria Assunta – Frascineto (Cs)

            Chiesa Madre di Santa Maria Assunta in Cielo (sec XVIII).

La Chiesa cosi come la vediamo oggi, risale alla fine del XVIII secolo, infatti, si nota molto bene lo stile tardo Barocco a croce Latina. Ricostruita probabilmente su una Chiesa risalente al XV secolo, andata distrutta durante la guerra fra Angioini ed Aragonesi, per la successione alla corona del Regno di Napoli; nel ricostruirla il popolo di Frascineto l’ha ampliata nella parte del Vima (altare), cioè ad oriente, come si evince dai registri parrocchiali nello stesso periodo. Nell’ampliarla furono anche fatti gli stucchi ancora esistenti per opera di Bernardo Pallasciano di Salerno. Il 16 Dicembre 1856 a causa di una scossa di terremoto crollo il campanile, che si era notevolmente indebolito nei mesi precedenti a causa di violenti temporali e fu ricostruito.

Nel 1903 e stata edificata l’attuale Cupola, di questa si conserva ancora il progetto.

Negli anni 40 del XX secolo è stato demolito l’altare di Rito Romano (Latino) dopo che nel 1919 era stata costituita l’Eparchia  (Diocesi) di Rito Bizantino Greco-Albanese di Lungro ed edificato quello secondo il Rito Bizantino, sormontato da un Baldacchino.

Nel 1947 è ultimata l’Iconostasi muraria su progetto dell’architetto Grassi di Roma e dell’ingegner Mainieri di Morano Calabro ed ultimate le 33 Icone che l’adornano, queste sono state dipinte dal monaco benedettino dell’Abbazia di Chevetogne in Belgio, Gerolamo Leussing che aveva imparato l’arte iconografica in Russia, allievo del grande maestro Sufronov; queste infatti sono dipinte secondo la tradizione Russa dei Vecchi Credenti. La maggior parte delle sue opere sono conservate negli Stati Uniti ed in Canada.

Nella Chiesa si trovano anche  3 tele dipinte  di scuola napoletana settecentesca, 2 di queste sono certamente attribuibili a Gualtiero Genisio di Morano Calabro, celebre pittore di quegli anni. Nel 1987 è donata alla Chiesa da parte dell’Archimandrita Giuseppe Ferrari, già parroco di Frascineto dal 1940 al 1956, l’Icona della Glikofilusa (Madonna del Dolce Abbraccio)  dipinta sul Sacro Monte Athos da un monaco sconosciuto e ricoperta dalla Riza, cesellata a Salonnico dalla Locale Accademia Iconografica.

Nel 1997 la Chiesa viene totalmente restaurata negli stucchi e nella tinteggiatura ed arricchita di numerose Icone di varia grandezza, vanno ricordate le 2 grandi Iconi della Crocifissione e del Battesimo di nostro Signore Gesù Cristo, commissionate da papas Francesco Solano e le 21 Iconi dell’Inno Akathistos poste negli applique, unico esempio di iconi riguardanti questo inno che si trovano in Europa Occidentale, tutte queste icone come le precedenti sono state dipinte dall’Iconografo albanese Josif Droboniku.

Nel 2009 viene costruito il Trono Episcopale in legno da parte dell’artigiano Gianni Gioia di Frascineto e nello stesso periodo viene anche fatto il Mosaico della Platitera, posto dietro l’altare commissionato da papàs Vincenzo Scarvaglione, parroco di Frascineto dal 1963 al 2004.

Nell’anno 2014 viene inaugurato il maestoso affresco  posto sull’intera parete della chiesa principale nel lato ovest, che rappresenta la Dormizione della Santissima Madre di Dio, patrona della chiesa. L’affresco è opera dell’agiografa ortodossa greca Sofia Papazoglou, coadiuvata  dall’albanese  Demetrio Gjino, residenti ad Atene, ed è stato offerto dal protopresbitero A. Bellusci, parroco di Frascineto dal 2004 al 2014.

Su iniziativa dell’attuale parroco, papàs Gabriel Sebastian Otvos, le tre pareti del  santo Vima sono state abbellite con cinque  maestosi  e splendidi affreschi bizantini, offerti da sacerdoti, suore, fedeli e popolo di Frascineto.

Gli affreschi sono stati magistralmente eseguiti dal giovane iconografo rumeno Cosmin Biro.

I cinque novi affreschi ricoprono tutte le ampie pareti, conferendo all’intero Santuario uno splendore proprio ed esclusivo ed un fascino celestiale. La presenza iconografica nel santo Vima di angeli, arcangeli, apostoli, asceti, dottori e santi padri della chiesa universale, elevano in alto i cuori e lo spirito durante le celebrazioni, offrendo momenti di estasi e di contemplazione celestiale.

Chiesa di Santa Lucia (sec. XVI)

La Chiesa risale al secolo XVI ed è dedicata a Santa Lucia, Vergine e Martire.  Nella sua semplicità di stile barocco si presenta con una sola navata e custodisce all’interno una meravigliosa ed elegante iconostasi (1993) di marmo e ricca di simboli liturgici. Tra le numerose opere ed icone di particolare significato, sono i dipinti della Platytera e del Cristo Pantokrator e le icone con la raffigurazione degli aspetti più importanti della vita e del martirio di Santa Lucia.

Chiesa di San Pietro (sec. X)

E’ la Chiesa più antica esistente a Frascineto, risale al secolo X. Era officiata da monaci basiliani di rito bizantino fino al 1734. i quali hanno lasciato le loro inconfondibili tracce di spiritualità fino al presente. La pianta della Chiesa è di stile bizantino, realizzata a tre navate con cupola e presbiterio tipicamente orientali.

 

 

 

Alcune Kalimere di Frascineto della Festa di Santa Lucia e della Settimana dei defunti (JAVA E PRIGATORVËT).

Momenti (alcuni) della parrocchia:

 


Piano dello Schiavo di Firmo - Hjanu shkav i Fermës

Parrocchia San Giovanni Crisostomo – Famullia Shën Janji Hrisostom

Il 13 novembre 1977 Mons. Giovanni Stamati, su richiesta dei fedeli, ha eretto la Parrocchia “San Giovanni Crisostomo” in contrada Piano dello Schiavo di Firmo, all’epoca in forte espansione demografica, nominandone parroco Padre Daniele Refrontolotto, dei Frati Minori Conventuali.

Nel 1978 hanno inizio i progetti per la costruzione della chiesa di “S. Giovanni Crisostomo”, in stile bizantino, ma i lavori, guidati dall’ing. Giulio Scura, inizieranno solo all’inizio degli anni ’90.

La chiesa si presenta esternamente come una croce greca quadriconca, inscritta in un quadrato attraverso l’aggiunta di un corpo basso alla cassa architettonica originaria. Dalla forma quadrata, comunque, emergono di poco le absidi laterali e centrale, mentre sulla facciata frontale è posto l’exo-nartece. Questo è composto da una copertura piatta sorretta da quattro colonne con plinto e capitello pressoché cubici.

Aggiunto al fianco destro, nella parte posteriore, il campanile a base quadrata, il cui acroterio termina con una forma di arco ribassato su tutti i quattro lati.

All’intersezione tra le due braccia della croce si eleva la cupola emisferica. All’esterno essa è quasi totalmente coperta sui quattro lati da altrettante pareti arcate su cui si aprono delle finestre circolari.

L’iconostasi lignea, installata nel luglio 2000, consta di due ordini. La Porta Regia, ad arco ribassato, è chiusa in basso da due battenti su cui è raffigurata l’Annunciazione del maestro Luigi Elia Manes. Sopra la Porta stessa l’icona della Mistica Cena, sormontata da croce a due facciate, con sul fronte il Crocefisso e sul retro il Risorto, sempre di Manes. Nel registro inferiore, accanto alla Porta Regia, sono le icone del Cristo e della Madre di Dio, di Alfonso Caccese, inserite in due θοράκια di dimensioni maggiori rispetto agli altri. Le porte diaconali, ad anta lignea intera, quando chiuse si confondono con i θοράκια laterali, di medesima forma e dimensione, riportano le icone dei santi diaconi e martiri Stefano e Lorenzo, ad opera del maestro Josif Droboniku. Ai lati esterni del registro basso, quindi, le icone di S. Giovanni Crisostomo, patrono titolare della Parrocchia, e di S. Giovanni Battista, per mano del maestro Anna Marinaro.

Nel registro superiore sono dodici spazi uguali su cui prenderanno posto le dodici icone delle Grandi Feste. L’iconostasi lignea, inoltre, presenta egregi lavori di intaglio con in basso i simboli dei quattro evangelisti, mentre nel tramezzo tra i due registri una vite con dodici grappoli d’uva, di chiara allusione simbolica al Cristo-vite. L’iconostasi è ancora in fase di completamento.

Nel luogo di culto, oltre all’iconostasi, vi sono numerose icone, tra cui quella del santo patrono S. Giovanni Crisostomo e una raffigurante S. Panteleimon, di Josif Droboniku. Inoltre vi è una preziosa icona di S. Giovanni Crisostomo scritta da Papàs Mario Santelli. Tutt’oggi sono in corso i lavori per l’iconizzazione del luogo di culto.

Ogni anno, il 13 novembre, ha luogo la festa patronale dedicata a S. Giovanni Crisostomo, preceduta da alcuni giorni di preparazione, mentre il 29 giugno si festeggiano solennemente i santi Pietro e Paolo, apostoli.

 

Divina Liturgia trasmessa in diretta su Rai 1 – San Costantino Alb. – anno 2014.

Nell’anno del Signore, 2014, Domenica 26 gennaio, è stata trasmessa su Rai 1, per la prima volta in lingua arbereshe, la Celebrazione della Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo, dalla parrocchia italo-albanese di San Costantino albanese (Pz). La Divina Liturgia è stata presieduta da S.E. Mons. Donato Oliverio, Vescovo di Lungro, ed hanno concelebrato: il Protosincello dell’Eparchia, Protopresbitero Pietro Lanza, , Papàs Lorenzo Forestieri,  il Parroco di San Paolo Albanese, Papàs Francesco Mele, e il Segretario del Vescovo, Papàs Sergio Straface.
I canti sono stati eseguiti in lingua arbëreshe dal Coro parrocchiale di San Costantino il Grande e dal Coro polifonico bizantino della Cattedrale di Lungro, diretto da Papàs Gabriel S. Otvos.