Catholici fideles 13 febbraio 1919
EPARCHIA DI LUNGRO degli Italo Albanesi dell’Italia Continentale
Diocesi Cattolica Bizantina
Nella traduzione CEI del 2008 il testo del Vangelo odierno viene chiamato La parabola del Padre misericordioso. In tanti la conosciamo come la parabola del figlio prodigo. Alcuni la chiamano del Figlio Perduto (perché è l’ultima dopo la dracma e la pecorella smarrita). L’accento dei commentatori cade secondo chi viene considerato il personaggio principale: alcuni il padre (si sottolinea il perdono), altri il figlio (la ricerca dell’indipendenza e il pentimento), altri il figlio maggiore (l’invidia, la sua poca comprensione dell’amore).
Soffermiamoci su un solo aspetto: il culto giovanile dell’indipendenza del Figliol Prodigo. È una novità assoluta – l’immagine utopica della libertà. Solo che rinunciare alla “dipendenza” della casa paterna lo porta ad altre dipendenze. Dipenderà da quelli del paese lontano, (ha fame, viene umiliato ecc.), perché a un certo punto è in gioco la sua stessa sopravvivenza. Si accorge alla fine che non è al suo posto. L’insegnamento: se qualcuno pensa d’essere indipendente, senza Dio, questo è semplicemente impossibile. Nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E una ragione per scegliere Gesù Cristo è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per “mangiarvi vivi”. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete ogni volta che una ruga comparirà sul vostro viso. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana. Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è solo che siano cattive o peccaminose, ma che sono anche in un certo senso inconsce. La configurazione di base, per la ferita del peccato originale è egoistica. E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione egoista, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà illusoria d’essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà può avere lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti. E ovviamente riconoscere il Creatore, e se per un motivo o un altro ci si è allontanati, tornare. Questo Vangelo, infatti, è intimamente collegato con il Sacramento della Confessione. Il Padre ci aspetta, ci perdona, ci ama.
Il Vangelo di questa domenica ci esorta alla preghiera umile. Non ogni preghiera è ben accetta a Dio ma solo la preghiera umile. La preghiera è la manifestazione del nostro cuore al Signore. Secondo l’intimità del cuore, abbiamo nella parabola d’oggi due tipi di atteggiamenti e di comportamenti spirituali, sia nei riguardi di Dio che degli altri uomini.
Il fariseo si presenta “in piedi”, che si potrebbe anche intendere “a testa alta”, pregando come qualsiasi altro pio israelita. Pregava per essere visto, lodato, celebrato, riconosciuto, quasi che la sua preghiera fosse più rivolta a se stesso che a Dio, congratulandosi con se stesso per le sue pratiche devozionali.
Anche il pubblicano sale al tempio ma si ferma in fondo, col capo chino, in un atteggiamento di contrizione che è ben diverso dalla superbia arrogante del fariseo. Anch’egli si rivolge a Dio: non per vantarsi, ma per implorare misericordia: confessa la sua indegnità interiore. Come si comportasse nella vita di tutti i giorni, non ci è dato sapere: vediamo solo la manifestazione umile della sua grande fede. Questi due tipi antitetici dello spirito umano, l’umile e il superbo, dimostrano il loro vero valore: lo spogliamento, la povertà di spirito che introduce alle ricchezze del regno opposto all’arroganza egoista, manifestata con il complesso della superiorità morale. L’orgoglio autosufficiente è un luogo privilegiato per il principe di questo mondo. Il testo greco ci suggerisce che il pubblicano non si sentiva un peccatore, ma il peccatore, il peccatore per eccellenza. Non ha null’altro in cui confidare se non la misericordia di Dio. Non cerca aiuto da nessun altro, se non da Dio. Sa benissimo che gli altri uomini, farisei di ogni genere per primi, non lo degnano nemmeno di uno sguardo, ma crede fermamente nella misericordia di Dio.
La preghiera umile davanti a Dio, Sommo Bene è una specie di specchio. Ci mostra come il bene che abbiamo fatto, è sempre poco in confronto al bene che dobbiamo compiere nella nostra vita se vogliamo somigliare a Dio. La preghiera umile è la base della vita spirituale.
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Cari fratelli e sorelle, San Giovanni Crisostomo si lamentava per le numerose feste celebrate dalla Chiesa, poco conosciute dal popolo o solo di nome, senza che fossero conosciuti i motivi scritturistici, liturgici e teologici per i quali esse venivano celebrate. Il Santo Gerarca non trascurava nessuna occasione per spiegare i motivi e le ragioni delle singole feste liturgiche, mostrando sempre il loro contenuto teologico e spirituale, e, ovviamente, non dimenticava di trarne qualche applicazione per la vita. Da allora sono passati più di sedici secoli. Ma possiamo dire che oggi i cristiani, quindi il nostro popolo, oltre ai nomi delle feste, conoscono veramente i motivi per cui vengono celebrate dalla Chiesa? Oserei dire di no, anzi, forse alcuni cristiani non conoscono nemmeno i nomi delle feste. Il nostro popolo deve essere istruito, catechizzato, deve conoscere; non va trascurata la dimensione mistagogico-catechetica, perché il popolo solo se conosce può amare e gustare gli eventi salvifici celebrati nell’arco dell’Anno Liturgico, che non sono il puro ricordo del passato, bensì il qui ed ora di Dio in Cristo, ossia un’attualizzazione della storia della salvezza, il venire di Dio a noi nell’oggi. (…)
Carissimi, al termine di un anno, che per la Chiesa e per il mondo è stato quanto mai ricco di eventi, eleviamo un inno di ringraziamento a Dio, Signore del tempo e della storia, al compiersi del 2016 e all’inizio de 2017. È un nostro dovere, oltre che un bisogno del cuore, lodare e ringraziare Colui che ci accompagna nel tempo senza mai abbandonarci e sempre veglia su di noi con il suo amore misericordioso. Possiamo dire che la Chiesa vive per lodare e ringraziare Dio…
Carissimi, abbiamo vissuto con gioia e speranza l’Anno Giubilare che si è appena concluso. Molte sono state le grazie ricevute e condivise durante l’Anno Santo. Siamo convinti che i frutti di questo tempo santo continueranno ad arricchire il cammino di fede della nostra Chiesa.
Oggi c’è bisogno di sostenere la speranza, di guardare al futuro con fiducia, con nuove forme di solidarietà.
Cogliamo con entusiasmo l’invito di Papa Francesco, presente nella lettera apostolica “Misericordia et misera”, a rafforzare la nostra conoscenza della Parola di Dio e la nostra pratica sacramentale, riscoprendo specialmente il sacramento della confessione.